AUTORI VARI.
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La vita italiana nel Risorgimento.
Volume 1: dal 1815 al 1831.
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1897. R. Bemporad & figlio Editori, FIRENZE.
Tipografia Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber" http://www.liberliber.it/
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PRESENTAZIONE.
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INDICE.
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I. STORIA.

Invece di Prefazione	GUIDO BIAGI.
La genesi storica dell'unit italiana.	ISIDORO DEL LUNGO.
La Lombardia alla caduta del Regno Italico.	GEROLAMO ROVETTA.
Il Congresso di Vienna.	ERNESTO MASI.
Sui moti di Napoli del 1820.	FRANCESCO S. NITTI.
Politica e bel mondo (Cronache fiorentine).	GUIDO BIAGI.

Invece di Prefazione.
 
Queste Letture Fiorentine su la Vita italiana nei vari secoli, iniziate ott'anni sono, a cura d'una Societ di gentiluomini, hanno fin qui ottenuto una grande e non immeritata fortuna. Per sei anni consecutivi ebbero la signorile ospitalit d'uno di quei nostri palazzi, in cui la gentilezza e il buon gusto son domestica gloria, e presero nome di "Conferenze del Palazzo Ginori"; poi quando il cresciuto favore crebbe altres il numero delle ascoltatrici e degli uditori devoti, convenne alla Societ mutar sede. E la fortuna le fu novamente propizia nell'ottenere ospitalit in un altro palazzo, quasi di fronte a quello Ginori, in una sala gi famosa per antiche letterarie adunanze, adornata dal pennello di un geniale pittore. Il Palazzo Riccardi e la Sala di Luca Giordano, offerta con premurosa cortesia dalla Deputazione Provinciale, sempre amica agli studii, videro crescer nell'inverno e nella primavera del 1896 e del 1897 il numero dei fedeli a queste letture, per le due ultime serie, quella sulla vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero, e l'altra che or vede la luce sui primi quindici anni del Risorgimento italiano. Soggetti attraentissimi, trattati con l'usata maestria da' lettori pi noti e pregiati, ormai familiari al nostro uditorio, e ai quali si aggiunsero nuovi e valorosi oratori anche per riempire i vuoti che nell'eletta schiera ha pur troppo fatto la morte, togliendoci due cari e indimenticabili amici: Enrico Nencioni e Diego Martelli. E di questi l'opera e l'ingegno commemorava con caldezza d'affetto e felice eloquenza, Enrico Panzacchi preludendo al corso di quest'anno con la conferenza sul Romanticismo che sar pubblicata nel terzo volume.
Il periodo assegnato alle ultime conferenze che toccano di eventi a noi pi vicini,  senza dubbio il pi curioso e importante; anche perch questa recentissima storia, che abbiam visto quasi svolgersi sotto gli occhi nostri,  ne' suoi particolari, nelle sue ragioni politiche, ne' suoi documenti men nota. La Societ di pubbliche letture, cui da prima convenne affrettarsi nel suo cammino per non indugiarsi ne' secoli pi tetri della vita italiana, poi che vide di aver in gran parte colorito il vagheggiato disegno, pens di svolgere con maggiore larghezza questo periodo del Risorgimento dividendolo nei suoi momenti storici principali, di cui piant i contrassegni Giosu Carducci; negli anni di contrasto, di confusione, di aspettazione che arrivano fino al 1830, e in quelli di ravviamento, di svolgimento, di risolvimento che vanno dal 1831 al 1870.
Anche le piacque tentare un'altra novit, e chiamare letterati stranieri che avessero a parlare di certi argomenti una particolare competenza, procurando cos quello scambio di opinioni e di idee che giova nella storia a serbare la serenit dei giudizi, affinch l'opera, che esce da queste conferenze, viva e feconda, e si perpetua nel libro letto e cercato nei salotti, nelle scuole, da' giovani, dalle gentildonne, in Italia e fuori, non sia panegirico di vuota rettorica, ma offra de' tempi, de' casi, degli uomini, un quadro animato e veritiero. Perch il segreto del favore onde le Conferenze fiorentine sono accolte, quando si pubblicano per le stampe, e quello dell'efficacia che ormai hanno e possono avere sulla cultura nazionale, in due cose consiste: nel nesso ideale che le congiunge, e nell'aver reso piacevole la storia, invitando a trattarne quanti sanno renderne pi facile l'intelligenza, e pi attraente la narrazione.
Ricordo un desiderio del Giusti: quello d'esser delle pi difficili questioni addottrinato da persone competenti, che le cose pi astruse spiegassero senza sussiego, con quella semplicit onde si discorre tra amici a fin di tavola. Allora, quando il Giusti scriveva, le "conferenze" non erano state inventate, per soddisfare appunto cotesto desiderio d'imparare senza fatica e senza perdita di tempo. Imparare? E perch no, se gli uomini pi illustri non disdegnano, anzi ricercano, di farsi ascoltare dalle uditrici della Sala di Luca Giordano, e se gl'immortels dell'Acadmie Franaise tengono ad onore sedere su quella poltrona di damasco rosso, che ha ormai sentito il peso di tutta la scienza e la letteratura italiana?
La Societ di letture, fatta certa del favore onde fu accolto il suo disegno, non pensa di disertare il campo, fra tre o quattr'anni, quando il programma della prima serie sulla Vita Italiana sembri compiuto. Essa si propone di continuare nel suo assunto, poich il pensiero che lo inspirava ha superato una difficile prova: quella di pigliar la forma d'un libro che si fa leggere.
GUIDO BIAGI.




LA GENESI STORICA DELL'UNIT ITALIANA.
CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO.



 I.
 
Altezze Reali,
Signore, Signori.

Sul cader dell'autunno del 1852, un italiano ritirato a Parigi moriva nottetempo, solo, in un modesto quartierino da studente. Era il triste decennio che successe alla caduta delle speranze italiane; e sei anni ancora dovevano passare, sei anni d'indecoroso servaggio, di aspirazioni mal represse, di angosciose trepidazioni, prima che i patimenti della patria nostra si accogliessero, da regione a regione, in quel grido di dolore che sulle labbra del Primogenito di Carlo Alberto fu squillo di guerra, della guerra trionfale per la giustizia e per la libert. Sopra il letto di quel glorioso solitario, da ambasciatore del suo Piemonte fattosi esule e restituitosi banditore dei nazionali destini, due libri si trovarono aperti, i due ultimi a cui fossero consacrate le veglie di quella gran mente: i Promessi Sposi, l'Imitazione di Cristo. Il filosofo che le ragioni del diritto italico congiungeva con le funzioni provvidenziali dei popoli nella cristiana civilt; lo scrittore che nella parola italica cercava il suggello indelebile della nazione; ebbe da que' due libri immortali le visioni alla mente, le ispirazioni al cuore, supreme; ebbe l'affidamento delle magnanime speranze per la patria terrena, delle speranze cristiane nella divina finalit. Su quella "deserta coltrice" scendevano dall'alto alla morte di Vincenzo Gioberti consolazioni degne.
La vita di quell'uomo fu tutta una contemplazione in ispirito, e un apostolato in azione, della potenziale e attuale grandezza della patria italiana. Di vocazione sacerdote e filosofo; per abito d'ingegno e vigoria di spiriti, divulgatore d'idee; integratore e innovatore negli ordini morali e civili, con larga e razionale comprensione storica dai loro ideali principii all'auspicato avvenire; il Gioberti segna nella storia del pensiero italiano il compiuto svegliarsi della coscienza nazionale, che, dal Parini evocata, si era con l'Alfieri, quasi sobbalzando, riscossa. E come questo riscuotersi fu violento e convulso, cos quello svegliamento veniva a diffondersi in una specie di estasi, i cui fantasmi, le idealit del Primato, erano sovrapposizioni luminose a quel "vero" che, secondo il concetto dantesco, si sogna "presso al mattino." Ma il mattino era l'et nuova d'Italia; e il vero, la realt destinata, di quei sogni augurali era il rinnovamento civile d'Italia, sotto l'egemonia politica del Piemonte guerriero e dinastico, e ne' santi auspicii dell'unit della Patria.
Il Gioberti, che aveva veduto svanirsi dinanzi agli occhi, nel vorticoso turbine delle contingenze mondane, le splendide fantasie del Primato, non sopravvisse alla profezia di quel Rinnovamento, del quale design, con la lucidit d'un veggente biblico, in Vittorio Emanuele e in Cammillo Cavour gli eroici iniziatori. Ma il nome di lui  con que' due nomi indissolubilmente congiunto; mentre poi, nella storia dei nostri fatti e del nostro pensiero, egli  quello che, mediante il largo avvolgimento delle sue sintesi, conserta i tempi nuovi dell'Italia che tra il 1815 e il 1870 ha compiuta la sua laboriosa evoluzione, con le et precedenti, durante le quali l'evo barbarico e medio, i Comuni e le libert, i Principati e le domestiche o straniere servit, contengono di quella Italia e trattengono i germi.
Che se verso quel fortunoso passato un altro nobilissimo e vigoroso pensatore subalpino, Cesare Balbo, spinse pi addentro, con pazienti e sagaci analisi, l'acume della ricerca storica, e si studi di rannodare le memorie d'Italia con le speranze, il termine ultimo a cui queste per impulsione provvidenziale si spingevano; fu tuttavia il Gioberti che di grado in grado lo attinse, e lo determin, e lo addit con sicuro intuito alla generazione che sorgeva quand'egli, adempiuti in breve spazio gli uffici di una lunga vita, scendeva nel sepolcro. Tale testimonianza  doveroso rendergli oggi noi, che posseditori di fatto della unit della patria, ci accorgiamo aver gi bisogno di ravvivarne le generose idealit, e che i giovani abbiano presente da quali vicende preparata e disposta, a quale susseguita irrequieto alternarsi di condizioni di fatto deficienti d'un diritto supremo e reale, da quali contrasti emersa, l'unit di nazione abbia finalmente coronata di legittima corona la storia d'Italia.
Fra le letture di quest'anno sul Risorgimento italiano, non Vi dispaccia che una, ed  questa mia, rimonti pe' tempi, e rannodi e rattesti con l'antica storia della patria italiana l'ordine nuovo di cose, che ha trasformate le relazioni nostre con le altre nazioni, integrando il diritto, iniquamente impeditoci, d'essere una di esse. La genesi storica dell'unit italiana, che io mi studier di tracciar sommariamente nella breve ora concessami, dimostra che l'unit nella quale l'Italia oggi si afferma ed , non ce l'hanno data gl'impeti della rivoluzione, n i maneggi delle stte, n le espansioni d'un'ambizione dinastica; ma che ad essa per lento e involuto procedimento hanno dovuto far capo, col non fermarsi mai in nessun'altra forma organica e sospinti sempre dalla coscienza del pensiero italiano, gli elementi costitutivi della nostra nazionalit.
Il tema, come vedete, esce alquanto, da capo e da piedi, fuor de' limiti cronologici delle Conferenze di quest'anno, proponendomi io, fra la Vita italiana dei passati secoli e il Risorgimento italiano, dal quale avr nella storia titolo d'onore il secolo nostro, disegnarvi come una linea di congiunzione, i cui estremi risalgono e discendono, fuori di quei confini, necessariamente. A ogni modo, se riuscir a cattivarmi, come altre volte, la vostra attenzione benevola, meglio avere sconfinato non dispiacendovi, che se vi avessi, dentro i confini dal 15 al 31, fatta parer lunga o vuota quest'ora del 97 che mi fate l'onore di passare con me.


 2.
 
La tesi della tradizione unitaria (com' stata chiamata in lodati studi di questi ultimi decennii), della tradizione unitaria nella storia d'Italia,  una di quelle che richiedono, ad essere tenute ne' loro veri termini, la maggiore indipendenza di spirito da ogni, sia pur generoso, preconcetto ideale, come la maggior cautela contro o le gretterie d'una critica troppo materiale e letterale ai fatti, o le negazioni passionate e partigiane. Che innanzi al decennio dal 1861 al 1870 la unit non soltanto politica, ma anche la storica, o etica che voglia dirsi, sia mancata, la prima sempre, la seconda quasi sempre, nella vita reale ed effettiva di quella che per l'idioma  pur da dieci secoli la nazione italiana, apparisce innegabile. Che, d'altro lato, la figura della unit nazionale abbia balenato; sia dai fatti, nel loro atteggiarsi e connettersi; sia in idea, o a menti elette di pensatori, o alla ispirata fantasia di poeti, o al sentimento magnanimo di cittadini operanti; si comprova positivamente senza sussidio di interpretazioni. Ma accettata l'una cosa e l'altra, rimane a vedersi come questo disgregato procedimento di quasi altrettante storie; quante le regioni che il dialetto e la geografia fisica ha differenziate, e quante altres le energie di Comune vivacissime e contrastanti nel seno stesso di ciascuna regione; abbia, questo procedimento, pur fatto capo all'unit: e non per violenze di conquista, n per isforzamento settario contro la volont e l'acquiescenza dei pi, ma vi abbia fatto capo siccome ad una suprema necessit di diritto e di fatto, ed inoltre siccome ad una giustizia dinanzi alla quale debba inchinarsi chi voglia conservar fede in una  Provvidenza che prepara e indirizza a destinati termini le cose umane.


 3.
 
Conquistata, pi faticosamente che tutto il resto del mondo, dalla predestinata fra le citt sue ad essere, di civilt in civilt, l'urbe mondiale; l'Italia, che da questa sua figlia superba, Roma, non aveva potuto avere una unit latina, vi si trov (strano a dirsi) pi prossima, dopo che il giardino peninsulare, dalle valli gallo-padane alla costiera greco-italica, venne a mano dei Barbari, che vi eseguivano ferocemente le vendette della umanit conculcata. Da Teodorico a Carlo Magno, la storia di cotesti Barbari, che con Odoacre avean rovesciato il simulacro d'Impero rimasto a Roma disfatta,  pure, ci che non era mai stata la storia dell'Impero, una storia d'Italia; e la gesta Gotica, e la rivendicazione Bizantina, e il poderoso regno Longobardico, hanno sempre per obietto e subietto, sia regno, sia esarcato, siano ducati in vincolo di regia signoria, hanno, dico, per loro base, uno stato e dominio italiano.  quindi fatalmente logico, che col restaurarsi dell'Impero d'Occidente, tale condizione di cose,  nata dalle rovine di quello, si muti: sotto il quale rispetto, la caduta dei Longobardi, quando anche si giungesse a provare che le loro relazioni con le plebi latine furono assolutamente di tiranni verso schiavi, riman tuttavia la caduta d'una forza, assimilatrice, fosse pur violenta, di elementi italiani a costituire nazione italiana. Catastrofe degna, invero, che il pi grande Poeta nostro di questa et ripensatrice del passato, il Manzoni, vi abbia esercitate sopra le mirabili facolt dell'acume suo critico, per circondarla poi di tanta piet, quanta emana dalla virt guerriera di Adelchi, dalle cocenti lacrime del vecchio re tradito e consegnato, dalla perdonatrice agonia della ripudiata Ermengarda.
Carlo Magno restaura nominalmente l'Impero, e instaura effettivamente il Papato politico: e condanna l'Italia a neanche pensare l'unit sua di nazione: subordinare il concetto della libert ai diritti supremi di cotesto Impero ideale; di cui addiviene "il giardino", ma non la casa; e la propria indipendenza tollerare mescolata alle vicende di esso e alle relazioni di esso coi Pontefici, diventati per donazione, questa volta non fittizia pur troppo (sebbene mal definita e sin da principio litigiosa), sovrani in Italia, senza ch'e' possano mai, perch obbligati al loro universal magistero affermarsi ed operare da sovrani italiani. E da Carlo Magno, attraverso a quella sua fantasmagoria di Regno Italico  associato alla dignit Imperiale, e poi per gli Ottoni, gli Svevi, gli Asburgo, i Lussemburgo, gli Austriaci, sino a Carlo V, l'Impero e il Papato politico sovrastanno alla vita italiana di ben sette secoli; lungo i quali la evoluzione del Comune, feconda di operosit sociale, splendida di rinnovata civilt, si compie energicamente, e si dissolve nei Principati, senza che nessuna delle maggiori Repubbliche, nessuna di quelle ambizioni comitali o durali, nessuna di quelle avventure di regia conquista dopo che sul cadere del secolo XV l'Alpe  dischiusa novamente alle armi straniere, raccolga intorno a s in un concetto o in un proposito, foss'anche solamente d'una lega nazionale, l'Italia. Vengono s a questa Italia i Cesari tedeschi a cingervi la corona di Roma: ma una corona storica: poich l'"alma Roma"  diventata in realt "il loco santo" dove il Papa incoronatore pontefica e, non senza contrasti anche sanguinosi, signoreggia e regna: e Cesare e Papa, sovrani e signorie regionali comunali, ciascuno procacciante per s, sono, rispetto all'italianit della penisola, altrettante forze negative, il cui positivo resultato  che una Italia non sia. Non sia: mentre fra i contrasti di coteste forze, nell'esercizio delle quali  trasferita e dispersa la legittima virt dell'esser suo di nazione, tuttavia si contesse l'istoria d'Italia: atteggiandosi spesso il Papato politico a propugnatore di diritti italici,  e talvolta l'Impero accennando a voler essere, non una nominalit, bens una cosa, italiana: ma in effetto ambedue le istituzioni subordinando ciascuna all'immanente interesse proprio queste mutabili contingenze della loro politica. Cos nella rivendicazione che le citt della gloriosa Lega lombarda fanno dei loro diritti contro l'Impero ferocemente invasore, Alessandro terzo benedice le loro armi contro il comune nemico: ma appena riconciliato col Barbarossa, abbandona i vincitori di Legnano, che la pace di Costanza restituir fedeli al Cesare inutilmente vinto. Cos Innocenzo terzo seconder l'impresa italica di Ottone quarto, favorir altres fino ad un certo segno le libert dei Comuni; ma l'una cosa e l'altra sottoponendo a quel preconcetto di teocrazia, che iniziato vigorosamente dall'austero e virtuoso Gregorio settimo, non sar da Innocenzo sospinto alla massima altezza, che per finire, non ancor passati cent'anni, nelle mondane macchinazioni di Bonifazio ottavo tanto ignobilmente, quanta  la distanza morale che disgiunge il trionfo di Canossa dallo sfregio d'Anagni. Che se guardiamo agli imperatori, e propriamente ai tre che soli, forse, ebbero ed accettarono dai fatti occasione ed impulso a favorire in Italia un assetto politico nazionale, Ottone quarto, Federigo secondo, Arrigo settimo, l'opera loro, ove ben si consideri, non assunse mai il carattere d'una obiettiva costituzione delle cose italiane, qualunque dovesse poi o potesse essere la forma del reggimento; ma fu piuttosto un destreggiarsi tra la fazione loro imperiale e quella chiesastica, con intenzioni pi o men generose verso la libert popolare. Le quali buone intenzioni certo non mancarono nemmeno ad alcuni Pontefici; per fatalmente negli uni e negli altri, pontefici o imperatori, vincolate a ci: che quel doppio diritto pontificio e cesareo si sovrapponesse al fatto, di per s non giuridico, dell'esserci questa Italia, le cui cittadinanze, mal compaginate di elementi latini e barbarici, travagliate fra impossenti grandigie feudalesche e irrequiete democrazie, gran merc se avessero bala d'insanguinare con le loro discordie le bandiere, neanch'esse italiane, anzi mancipate esse pure o all'Impero o alla Chiesa, le bandiere malaugurate di Ghibellino e di Guelfo.
Quando poi dai Comuni, pel gradino delle Signorie, si ascese ai Principati, l'una e l'altra delle due grandi Potest politiche preoccupanti le funzioni vitali dell'organismo italiano, si trovarono a molto miglior agio per maneggiare e patteggiare le respettive ambizioni. E d'allora in poi l'Impero tradizionale si strani sempre pi dall'Italia, ma sanzionando e convalidando i Principati che a ventura se la spartivano, ed esso rimanendo come quasi un padrone locatore di questa sua ideale propriet. Nei Pontefici poi fermentarono sempre pi acremente  i maligni umori, pei quali sullo spirituale prevalse il politico o, a dirlo con appropriata parola, la mondanit: la mondanit che rinnegava il santo vangelo di Cristo - non essere di questo mondo il suo regno -; la mondanit, che cooper all'annullamento di quel grande moto di civilt cristiana, che vollero, e avrebber potuto, essere le Crociate; la mondanit, che dopo aver cagionato Avignone e lo scisma d'Occidente, segn il ritorno della sede pontificia al legittimo centro della cattolica civilt. Roma, lo segn e lo disonor con le spedizioni di sanguinarii Legati per tutta Roma-magna: in quella Romagna dove un secolo appresso il duca Valentino avrebbe, condegnamente al padre suo papa Borgia, menata la infausta gesta del poter temporale, e Giulio secondo avrebbe sfruttato, a solo benefizio di questo malaugurato potere, il nobilissimo sentimento della nazionale indipendenza. Infausto il poter temporale, alla Chiesa, poich assorbiva in una signoria del tutto secolaresca le aspirazioni teocratiche, che, se non evangeliche, erano state almeno sacerdotali: infausto all'Italia, nella quale cotesto fatto suggellava la impossibilit di essere nazione una ed intera; pregiudicandosene poi immensamente la religione, in quanto si mescolavano le cose dello spirito e gl'interessi materiali, con scandalo delle anime pie e dei pi nobili intelletti. E lo scandalo addivenne presto una irreparabile calamit  della Chiesa, quando nello splendido pontificato mediceo di Leone decimo dilagata la corruzione, se ne rompeva con la Protesta nordica l'unit religiosa, che lo Scisma orientale aveva gi lacerata.
E intanto la barbarie Musulmana, invano deprecata dall'ultimo e quasi postumo Papa Crociato, il buono e magnanimo Pio secondo, si era insediata minacciosa di qua dal Bosforo, calpestando le ultime realt dell'Impero latino e cristiano: la barbarie Musulmana: questa sozza, che troppo lungamente si  poi alimentata di sangue cristiano.... e di egoismo europeo. Fra la Protesta di Lutero e a pochi anni di distanza l'Assedio di Firenze: fra il papato di Leone e l'altro quasi immediato papato mediceo di Clemente settimo, alle cui mani le orde imperiali rinnovano col Sacco di Roma le geste dei Goti e dei Vandali; patiscono gli estremi danni, degnamente congiunte, le due divine animatrici di tanta italiana grandezza nell'et dei Comuni, la fede e la libert. Il rogo del Savonarola, che ha sperato di salvarle insieme, illumina sinistramente la loro rovina, e investe di sanguigni riflessi la corona dei Cesari che papa Clemente pone sul capo di Carlo V, il gran bargello d'Europa; corona consacrata da mani fatte a ci degne pel consumato matricidio fiorentino! Oggi cotesti due pontefici, Leone e Clemente, riposano l'uno dirimpetto all'altro nella Minerva di Roma: ma l'urna che in mezzo ai due monumenti superbi custodisce alla pia ombra dell'altare le ossa verginali di Caterina senese, l'eroina dell'amore e della carit, che ben altro sper alla fede di Cristo riconducendone da Avignone a Roma i vicarii, cotesta urna in mezzo a quelle due statue, inchiude la pi acerba condanna che, in nome di tuttoci che  santo, possa aggravarsi sul papato mondano e politico.
Con la caduta della libert d'Italia, e la consegna di lei schiava e mutilata nelle mani dei non aventi, dinanzi all'eterna giustizia, alcun diritto su lei, la storia de' suoi Popoli cessa per non essere pi che la storia de' suoi Stati. E possiamo dire de' suoi Principi: e principi stranieri pi o meno, o portati o retti dallo straniero: senza che facciamo grande torto al poco, e non bene, sopravvissuto di Stati repubblicani: sol che si rilevino (oltre quella, tutta a s, dello Stato Ecclesiastico) due eccezioni gloriose: - una grande Repubblica, Venezia, cui l'intendimento all'Oriente alien, ne' secoli suoi vigorosi, da qualsiasi egemonia italica; e che, rinchiusa nel suo aristocratico pomerio, fu distrutta di lenta decrepitezza anche prima che d'un colpo a tradimento finita; - e un Ducato alpigiano, domestico retaggio di valorosi, che bilanciate alcun poco le proprie aspirazioni fra il di l e il di qua de' suoi monti, si affermava risolutamente italiano, quando appunto addosso all'Italia si aggrav la servit:  e sulla fronte di quei Duchi la corona di Re era predestinata a divenire la corona popolare d'Italia.
Ma prima che ci fosse, doveva l'Italia discendere tutta intera la via dolorosa della politica decadenza, sino all'annientamento suo in espressione geografica, terra di morti, nazione da carnevale, paese (tutt'al pi) dove i poeti venissero a veder fiorire il cedro e l'arancio, il mirto e l'alloro: dovevano i suoi Stati esser ridotti alla condizione di merce quotabile e permutabile nel mercato della diplomazia europea: dovevano, non per la gloria del nome italiano, ma per la vita nostra utile di nazione, andar frustrati e dispersi il lavorio scientifico sperimentale del secolo diciassettesimo; il movimento di civili e sociali riforme del diciottesimo, che anticipava negli ordini ideali la rivoluzione francese; e finalmente, doveva non essere per l'Italia che una fuggitiva luminosa meteora il grande travolgimento napoleonico: nel quale per il braccio italiano si ritemprava alle armi, e il Regno italico non rinnovava soltanto una memoria od un nome che suona nazione, ma rifioriva senno e operosit di cittadinanza cosciente, e la corona di Monza cingeva, per que' pochi anni di gloria e di ebra violenza, la fronte cesarea dell'abolitore del Sacro Romano Impero.
Col secondo decennio del secolo che ora tramonta, e propriamente con l'infausto 1815, il ribadimento delle imperiali catene trisecolari, la servit dei popoli  concordata in Santa Alleanza dalle Potenze, la sanzione del Pontefice, restaurato re, a quest'altra riattiva violenza, furono i provvidenziali flagelli, sotto il cui stimolo la coscienza nazionale si svegli finalmente, per non assopirsi pi mai. Ammaestrava gl'Italiani tutto un passato d'illusioni, di sventure, di errori, di colpe, dominato fatalmente dalla bugiarda idealit dell'Impero, che subordinando l'Italia ad una sopravvivenza nominale di Roma pagana, aveva insieme e impedito la sua personalit reale di nazione moderna, e soggettata la Chiesa di Ges alle funzioni d'un ministero essenzialmente politico. Ammaestramento che era sublimato dalle eroiche prove, confermato dalle repressioni sanguinose, consacrato dal martirio: le fosse dello Spielberg, le forche di Modena, i Bandiera fucilati a Cosenza, preparavano l'era nuova d'Italia. Il moto dei popoli sforzava la coscienza dei principi: e la prima guerra d'indipendenza, che si svolge tra la benedizione del Pontefice piamente ribelle, per breve ora, all'Impero, e il sacrifizio del Re che, devoto al patto giurato, non abbandona il campo dell'ultima battaglia che per cercare l'esilio di Oporto; quella prima guerra, in cui tutta Italia, se non ancora con le armi, ma coi cuori, combatte; alla quale Milano d le cinque giornate, Toscana i giovanetti veterani di Curtatone e Montanara, Messina Venezia Roma gli assedii gloriosi, Palermo e Bologna i vittoriosi impeti del braccio plebeo, Brescia lo strazio de' suoi eroici insorti, Napoli le sue galere nobilitate dal fior dell'ingegno e del cuore, e il Piemonte tutto s stesso: quella guerra, di nazione e di popolo, annunzia al mondo che l'Italia ha finalmente ritrovato il vero esser suo. La sconfitta delle armi  vittoria dell'idea: lo spergiuro dei Principi, legittimi per convenzione diplomatica, ma non nel diritto storico della nazione, toglie di mezzo il generoso equivoco di quel primo movimento: e la questione italiana, imposta ormai alla vecchia tenace Europa di Carlo V e di Metternich, la questione italiana maturata con ben altri auspicii nel decennio di preparazione alla guerra seconda, trionfer in questa e nelle sue conseguenze, e trionferanno con essa il diritto e la civilt. Nel marzo del 1861 l'Italia, nel suo primo parlamento, proclama il suo Re e la sua capitale. E quando l'Emanuele della nazione mancher, innanzi tempo, ai destini di lei rivendicata e costituita, non ne accoglieranno la salma lacrimata i sotterranei dell'avita Superga, ma il Pantheon d'Agrippa, il grande monumento imperiale, dar in Roma cattolica la tomba legittima all'unificatore d'Italia: legittima in Roma, e non altrove che in Roma, al cui nome politicamente abusato fu incatenata per secoli, con doppia catena, la statuale esistenza d'Italia e la sua unit di nazione.
Se l'alba d'un lieto giorno spunter mai, che annunzi conciliate, nell'augusta serena libert del pensiero, le energie della fede e della scienza verso il divino ignoto che, volenti o ribelli, consapevoli o ignari o dimentichi, ci predomina tutti; quel giorno incoroneranno quella tomba i fiori d'una primavera italica, che noi non siamo destinati a vedere; e la civilt umana, novellamente attratta verso la cosmopoli eterna, segner forse dall'unit d'Italia un nuovo ordine di secoli, nel quale sia restituita ai popoli anche la consolatrice unit del consentire almeno in una speranza non offuscata da vapori mondani.


 4.
 
Ma questa unit d'Italia, che si  svolta latente, avanzando sempre per progressi e regressi, finch, giunta l'ora sua, si  rivelata come il termine destinato e non removibile, al quale, e solo a quello, si doveva arrivare; questa unit, che gi da secoli sarebbe stata l'ordine, quando gli elementi dell'organismo nazionale si attraevano per natura, e per contingenza si respingevano; sarebbe stata la pace, quando le discordie bruttavano di sangue fraterno le nostre contrade; sarebbe stata la forza, quando gli stranieri vi calavano alla preda; la unit nazionale fu, siccome quella necessit che era, fu ella intuita da quel grande anticipatore dei fatti umani, che  l'umano pensiero? fu, in quel doloroso secolare problema di "essere o non essere" che pareva sciogliersi col "morire, dormire.... null'altro", fu ella il sublime "sognare forse" con che Amleto riattacca il filo della vita? sorrise la unit nostra alla fantasia di quei profeti delle nazioni, che sono i grandi poeti? suscit, prima del secol presente, alcuni di quei generosi tentativi, la cui vittima trasmette all'avvenire, con la vendetta, la riuscita? A queste domande fu risposto con pi d'una di quelle diligenti e sottili analisi che caratterizzano gli studi nostri in questo scorcio di secolo; e che a me, nel conferire, gentili Signore, con voi, altra parte non lasciano che di condensarne in breve tratto le conchiusioni somme, e lumeggiarne qualche figura.
Quella "umile Italia", che i compagni d'Enea salutano, nel verso di Virgilio, dall'alto mare, come la meta della venturosa peregrinazione in cerca d'una patria seconda; e che nel verso di Dante accomuna gli eroi della guerra laziale, "Camilla Eurialo Turno e Niso", coi nuovi destini italici, che il Poeta dei Guelfi Bianchi augura dalla ricacciata della negra Lupa curiale  nell'inferno per opera del Papa Angelico che il Medio Evo inutilmente aspett; , quella Italia de' due sacri poeti di nostra gente, , ben dessa, la figura d'una patria unica, che si spos fedelmente alle immaginazioni di quanti, con dolente piet di figliuoli o con fierezza di propugnatori del materno diritto, han poetato di patria nella lingua del s. Patria unica, che si sovrapponeva idealmente alle condizioni di fatto della penisola italiana. Dante, che sollecita l'Imperatore a "drizzare Italia", e compiange che non sia ancora a ci "disposta" questa "Italia, serva" non tanto, per allora, di genti straniere, quanto della guerra intestina che "intorno dalle prode delle sue marine", e nel "seno" suo, la diserta: - il Petrarca, che su "le piaghe di quel bel corpo" sospira, e vuol essere interprete delle "speranze" che dalle rive del Tevere, dell'Arno, del Po congiuntamente si levano a Dio: - l'Ariosto, che impreca alla calata delle "Arpie" straniere sulle mense d'Italia, invocando il giorno ch'ella richieda ai "figli neghittosi" la sua libert: - il Tasso che vagheggia la unione delle "voglie divise e sparse" da tutto il paese che "i monti e i fiumi" dividere non possono, perch "quel che part natura, amor congiunge": - e nello sfacelo d'Italia lungo il Cinquecento fatale, la voce d'un virtuoso prelato, il Guidiccioni, che in nobilissimi versi  consacra al medesimo rimpianto la violata libert nazionale e il disonor dell'Impero e la fede pericolante di Cristo: - e poi, nell'aggravarsi della servit e della decadenza, i cortigiani stessi di quei principati sotto tutela, levarsi contro la obbrobriosa tirannide iberica, e convertire come il Tassoni la poesia giocosa in filippiche per il conculcato diritto d'Italia, e volgersi con arcano presentimento a un Duca irrequieto e valoroso di casa Savoia, Carlo Emanuele I, che risponde ancor egli con versi italiani: - e da quelle medesime aule, sia di corte sia d'accademia, qualche alata apostrofe di retorica generosa, o sulla culla d'un Principe pur di cotesta Casa acclamare col Manfredi "Italia, Italia, il tuo soccorso  nato", o deplorare nel sonetto del Filicaia la "funesta bellezza" che le ha tirato addosso, con le straniere cupidigie, la condanna di "servir sempre o vincitrice o vinta": - finch l'Alfieri, prenunciatore della libert che si approssima, dedichi l'opera sua tragica e fatidica "al popolo italiano futuro": -  tutta, insomma, una non interrotta comunicazione come di una sacra parola, di secolo in secolo, da Dante all'Alfieri, la quale attesta e proclama una Italia, che impedita d'essere nel fatto, vive, come nel decreto divino, cos nel cuore e nella fantasia de' suoi fedeli poeti.
E non per questo diremo che la poesia d'Italia  fosse una cospirazione a conseguire in effetto l'unit politica della patria italiana; tradurre in atto, con determinati mezzi e deliberata intenzione, quel sentimento italico che empiva i petti e li dilatava in un'aspirazione generosa, o vibrava nei raggi luminosi della visione poetica. A noi, che scendiamo ormai la curva del mezzo secolo nella vita civile della patria costituitasi libera ed una, non si addicono davvero, se anche fossero ormai possibili, certi entusiasmi, ne' quali, aspettando i nuovi tempi, o nella prima esultanza dell'avvento loro, si compiacque l'accademia e la scuola d'allora; quando Italia libera ed una pareva la parola d'ordine che le fide scolte del pensiero italiano si fossero trasmesse perpetuamente dall'uno all'altro dei vigilati posti d'arme; e la rivelazione dei precursori vaticinati, nuova maniera di oroscopia a rovescio, addiveniva esercizio di fantasie quotidiane; e quel povero Veltro dantesco "salute dell'umile Italia" veniva tramutato in tuttoci che tornasse opportuno farlo essere, ma soprattutto nella figura del Re liberatore: di che la Maest di Vittorio Emanuele  lecito credere che sotto i gran baffi molto di cuore ridesse.
La poesia, o, altramente atteggiato, il saluto del pensiero italiano, non manc (questo  vero; e i moderni studi critici ne hanno aggiunto preziosi documenti ai gi noti) non manc di augurare, od  anco di secondare, a pi d'una di quelle che potremmo chiamar geste regionali, non molte del resto, che in diversi momenti della storia d'Italia, allettarono questa o quella, pi o meno generosa o interessata, iniziativa, sia di principi, sia di tribuni o cospiratori.
Se anche non  a Cola di Rienzo che il Petrarca abbia indirizzata l'altra delle sue magnanime canzoni italiche, certo accompagn con altre espresse manifestazioni la impresa repubblicana di lui; la quale, come gi quasi quattro secoli prima quella di Crescenzio, poteva, col mutare le condizioni di Roma rispetto al Papato, aprire nuove strade ai destini d'Italia. Ed era naturale che il Petrarca, s gagliardamente compreso di patriottica latinit, e cos fervidamente intento a restaurarla negli studi, si volgesse, con la mobile fantasia, ad accogliere, come una promessa di rinnovamento italico anche negli ordini civili, qualsifosse evento o persona, che pi o meno direttamente accennassero a tanto: fosse oggi quel suo re angioino Roberto, che nel trono di Napoli, e nel capitanato di Parte Guelfa in tutta Italia, avrebbe avuto (se non era il "re da sermone" ben proverbiato da Dante) solido fondamento alle medesime ambizioni di supremazia italica, che su codesto trono avean circondata la corona di Federigo secondo re ghibellino; o fosse domani l'Impero,  se anche nella persona del pi dappoco di tutti quei Cesari posticci, Carlo quarto di Lussemburgo.
Nel modo stesso, quando, pochi anni dopo, un'altra ambizione, e ben altramente audace e invasiva, quella del Conte di Virt Giangaleazzo Visconti, fattosi con le armi il ducato di Milano, compratane dall'Impero l'investitura, sent angusti i confini del Po e dell'Appennino; - e fu quello, in tutta la triste storia frammentaria delle Signorie e Principati domestici, il solo momento che una di codeste avventure (poich non fu la sola) per una piccola tirannide pi o meno italica parve poter essere generatrice d'una forza concentrativa e unitaria in benefizio della nazione; - non pi allora la voce di alcun grande poeta, ma voci molte di minori si levarono; non tutte di consenso e d'applauso, ma tutte di apprensione per cosa grande e vitale alla patria italiana. E come in nome d'Italia ("Sappi ch'i' sono Italia che ti parlo") avevano vituperato quel "di Lucimburgo ignominioso Carlo"; cos ora a questa nuova, ma non degna, speranza d'Italia e di Roma esclamavano:

Roma vi chiama: - o Cesar mio novello,
I' sono ignuda, e l'anima pur vive:
Or mi coprite col vostro mantello.
Poi francherem colei, che Dante scrive
Non donna di provincie, ma bordello;
E piane troverem tutte sue rive.


Non degna speranza, e ambizioni bieche, codeste del Visconti: alle quali il pi libero de' nostri Comuni, Firenze, nido e seggio ormai d'italianit intellettuale, contrast fieramente, nel nome di quella tradizione di libert municipali, che si era concretata in centri a raggio anche men che regionale, Stati sia di Popolo, sia di Signore o Tiranno; fronteggianti l'uno l'altro, e amici e bonvicini non a pi larga stregua che del respettivo tornaconto. Tale tradizione, era, un secolo appresso, da Lorenzo de' Medici fermata e consolidata in equilibrio, ma pe' soli pochi anni che al Pericle fiorentino bast la vita per la vagheggiata grandezza di questa Atene fatta retaggio suo e de' suoi. Cotesto equilibrio di Stati (che il Guicciardini nel Proemio alla sua storia descrive) imperniato da Lorenzo nella intrinsichezza con Roma papale, e il cui turbamento, loscamente macchinato dal Moro, segna l'era nefasta della intrusione straniera nelle cose d'Italia, fu pur sempre bilanciamento di soli interessi. E ben si addiceva ne descrivesse i congegni il Guicciardini, questo grande scettico della unit di nazione in omaggio alla libert dei municipii, contro la quale fin egli poi ministro di tirannide; lo descrivesse con quel suo tatto pratico schivo d'ogni idealit, e con la sua impassibile Liviana magnificenza. L'equilibrio che possiamo, da Cosimo il Vecchio al magnifico Lorenzo,  chiamare Mediceo, fu maneggiato con quel sentimento pagano di realt, o quotidiana o archeologica, che caratterizza la politica e la cultura dell'umanismo: e come indarno vi cercheremmo un'alta ispirazione, che dal passato domestico e d'ieri aleggi verso l'avvenire della patria, cos da nessuno dei togati umanisti esce pur uno di que' magnanimi accenti d'evocazione, ne' quali il Petrarca, iniziatore di cotesta scuola, con tanta passione congiungeva la Roma antica dominatrice del mondo e quella ch'egli avrebbe voluto veder risorgere, Roma italiana e cristiana, dalle gloriose rovine. Gli accademici vivono nell'antico; i politici lavorano al presente, con tutte le brutali energie della forza e le perfidie sanguinose della frode: finch un generato e da quelle accademie e da quelle cancellerie, ma sovrano intelletto, Niccol Machiavelli; - dopo avere nelle ambascerie del suo Comune esercitato le arti di cotesta politica, e nel silenzio campestre del suo studiolo investigato ansiosamente sulle storie di Roma repubblicana il segreto della potenza e della grandezza; - testimone e sperimentatore, e complice egli stesso, di quella collisione di forze, tutte insieme ripugnanti e discordi ad unificarsi, od anche soltanto ad unirsi, e nessuna valida a subordinare le altre o a schiacciarle; - consapevole di quanto egli valga, e fremente di nulla potere; - ficcher, egli solo fra tutti gli uomini del suo tempo, l'acuto sguardo nell'avvenire, nell'avvenire disperato e lontano; e lo invocher, e lo attrarr a s, con le pi generose parole forse che mai, duranti i secoli che Italia non fu, siano uscite da petto italiano. "Provvedetevi" dice egli a quel suo Principe, che n un Borgia n un Medici erano degni di essere, n doveva essere ci che egli allora era condotto a volere che fosse "Provvedetevi d'armi proprie.... che si vedano comandare da loro Principe.... per potersi con virt italiana difendere dagli stranieri.... Era necessario che l'Italia si conducesse ne' termini presenti, e che la fusse pi schiava che gli Ebrei, pi serva che i Persi, pi dispersa che gli Ateniesi; senza capo, senz'ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa; ed avesse sopportato d'ogni sorta rovine.... Vedesi come la prega Dio che le mandi qualcuno che la redima.... Vedesi ancora tutta prona e disposta a seguire una bandiera, purch ci sia alcuno che la pigli.... L'Italia vegga dopo tanto tempo apparire un suo redentore. N posso esprimere con quale amore ei fussi ricevuto in tutte le provincie...; con qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che piet, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbono? quali popoli gli negherebbono la obbedienza? quale invidia se gli opporrebbe? quale italiano gli negherebbe l'ossequio?..."  Parole fatidiche, le quali non possiamo noi Italiani ripetere senza che il cuore presti alla voce il suo accento; ma che sopraffatte, vivente pure il Machiavelli, dalla violenza delle due grandi Potest in nome di Roma contro l'Italia alleate, non os egli stesso riadattare a un altro Medici, il condottiero delle Bande Nere, che con ben altra vigoria avrebbe alzata quella bandiera, se bandiera solamente soldatesca fosse potuta essere: n furono certamente, coteste parole, nemmen ripensate negli efimeri episodii che quel medesimo secolo ebbe, di qualche cospirazione (quella del Morone, quella del Burlamacchi) contro la signoria straniera. Solo ai giorni nostri, sugli albori ancora incerti del risorgimento nazionale, il Gioberti le convertiva in apostrofe a Carlo Alberto, quando ancora n il Re aveva vinti gl'intimi contrasti che formavano il suo segreto, n al filosofo stava in cospetto, come poi sull'estremo limitare della vita, la visione della nuova Italia. Pochi anni ancora: e il successore di quel Re ebbe adempito, fra il 59 e il 70, il vaticinio di Niccol Machiavelli.
N questa volta erano fatti moderni, ai quali, dopo il grande lavorio di tutta una letteratura civile, quanta intercede dall'Alfieri al Carducci, fosse adattato quasi per parafrasi un simbolo tradizionale della nostra storia e della nostra poesia.  Non era l'aquila cesarea di Dante, addestrata col logoro retorico a roteare in larghi giri attorno alla corona dell'Italia plebiscitaria, e librar goffamente su quella corona le vecchie ali spennacchiate: non la navicella d'Enea navigante dalla Sicilia alle foci del Tevere con seco i fati latini, che mostrasse il solco a quella sulla quale Garibaldi e i suoi Mille dallo scoglio di Quarto cercavano "l'isola del fuoco", per muovere di laggi, con l'Italia di Vittorio Emanuele sulle invitte spade, verso Roma destinata. Erano, questa volta, senza simboli e senza interpretazioni, tali quali il Segretario fiorentino aveva, con fioca o forse gi soffocata speranza, invocato, erano finalmente l'Italia redenta e il suo Re.
 poi notabile, che se altre voci, di ben minore portata, si levarono in quel triste splendido secolo iniziativo del nostro servaggio, mosse da affetto di patria ad augurare dondechessia un liberatore, non furono indirizzate verso quella regione d'Italia di dove la Provvidenza dovea suscitarlo. Scriveva Benedetto Varchi, rilevando l'interessata politica di Venezia nelle cose italiane, e altres la necessit d'una egemonia nazionale sulle forze vive della penisola, "non essere le fatiche e gl'infortunii d'Italia mai per cessare, infino che i Veneziani (poich sperare da' Pontefici un cotal benefizio non si dee) o alcuno prudente e fortunato  principe non ne prenda la signoria": e ci, forse, con qualche intenzione, del tutto cortigiana, al suo duca Cosimo de' Medici; certo, con nessuna ai duchi di Savoia. N altri che Venezia e i Pontefici, "Marco e Piero", pensava il Guidiccioni possibili propugnatori dell'indipendenza italica: ma soggiungeva dolorosamente, non avere speranza alcuna dell'opera loro. Nel quale concetto dovevano quei nostri del Cinquecento essere indtti dal considerare lo Stato ecclesiastico e il dominio di San Marco siccome le sole provincie d'Italia, cui non investisse quel complicato intrico d'interessi dinastici paesani, alleati sinistramente con la rapacit straniera, nelle maglie del quale era irretita, per tutto il rimanente, la patria nostra infelice. Ma e il Guidiccioni e il Varchi, uomini di chiesa ambedue, sentivano pure, quanto ai Pontefici, come questa potenziale attitudine del loro Principato a benefizio d'Italia fosse da altre condizioni storiche o contingenze di fatto impedita: il che si era veduto in Giulio secondo, e si vide poi in Paolo quarto; confermandosi sempre la tremenda sentenza con la quale il Machiavelli e il Guicciardini ebbero, quasi con identiche parole, condannata la Signoria temporale dei Pontefici e la corrottissima Curia, dello avere e fatto "diventar gl'Italiani senza religione e cattivi" e "impedita l'unione d'Italia". E quando il Gioberti disegn e radiosamente color l'apoteosi civile del Papato, non per gli resse l'entusiasmo, n gli bast l'eloquenza, ad attribuirgli una iniziativa che innanzi tutto bisognava fosse guerriera; ma di questa riconobbe e i caratteri storici e le condizioni giuridiche nel suo Piemonte, anche senza evocare, come avrebbe potuto, le tradizioni di quella che, gesta ambiziosa e di ereditaria ambizione, ma fu pur gesta d'indipendenza italiana, di Carlo Emanuele I. D'allora in poi, dico dal 1848, fu nella egemonia subalpina fermato il concetto, e anticipato con auspicii immanchevoli il fatto, prima, dell'unione, poi dell'unit, d'Italia: di questa unit, alla quale fin dal 1821 era volato il verso di Alessandro Manzoni; della unit italiana, in nome della quale, nel 31, a Carlo Alberto che ascendeva il trono, Giuseppe Mazzini avea mandato il saluto o la minaccia (scegliesse egli) del pensiero italiano; di questa sacra unit, che il venerando Gino Capponi (raccolgo dalle labbra di lui una parola non dimenticabile) diceva essere stata, agli uomini della sua generazione, il primo dei desiderii, l'ultima, perch la pi bella, delle speranze.



 5.
 
Se non che all'unit politica avea precorso da secoli l'unit intellettuale: l'unit che emerge dal solo fatto del concepire e rappresentare, e il concetto e l'immagine atteggiare esteriormente secondo un ideale e sopr'uno stampo, che  quello e non altro che quello. Nella parola de' suoi poeti, nella mente de' suoi pensatori, nei miracoli dell'arte emulatrice a quella di Grecia e di Roma, nella sospirosa melodia de' suoi canti, nella musica perpetua della sua lingua, l'Italia sempre era stata, e splendidamente era stata. Il sentimento di questa immanente sopravvivenza ai fenomeni transitorii, anche nei tempi pi depressi e desolati della nostra storia, si salv sempre, e con esso fu salva la parte di noi pi preziosa: la coscienza di essere, ed esser noi. Non eravamo "in eterno periti", come nella voce di Giacomo Leopardi sonava nel 1818 il pianto d'Italia serva: "In eterno perimmo?": poich, rispondeva il poeta,

Voi, di che il nostro mal si disacerba,
Sempre vivete, o care arti divine,
Conforto a nostra sventurata gente,
Fra l'itale ruine
Gl'itali pregi a celebrare intente.


E salutava il sorgere nel tempio di Santa Croce d'un altro di quei monumenti, dai quali, e dalla storia del nostro pensiero, aveva Ugo Foscolo invocati gli auspicii al risorgimento d'Italia.
Ben pu oggi affermarsi, che il primo passo alla unificazione politica fu, in quei primi decennii del secolo, la restaurazione della italianit nel pensiero e nella lingua: della qual restaurazione furono benemeriti anche tali che, nelle conseguenze sue estreme, non avrebber certo voluta preparare l'altra unit; ma questa aveva, lo abbiamo veduto, ragioni di necessit e di diritto che di secolo in secolo l'hanno avviata e guidata, spingendola innanzi anche quando  sembrato che ristesse e indietreggiasse, finch si sia potuto dire: Siam giunti, e qui stiamo: hic manebimus optime! Non pensava certo a un'Italia dell'avvenire, o ne avrebbe avuto sgomento, il buon padre Cesari, quando straniandosi valorosamente dal gergo italo-franco che aveva finito col sostituirsi alla lingua italiana, scriveva le novellette boccaccevoli, o assettava nel suo artefatto trecento Orazio e Cicerone, e nel volgar fiorentino del Cinquecento manipolava la commedia latina: ed  certo altres che la Proposta di correzioni al Vocabolario, con la quale il Monti si atteggi a guerra di lombardo a toscani, attesta, pi ancora che della sua dottrina di lingua e vivacit di spiriti indomita, della senile sua incoscienza politica. Ma bene a questa Italia aveva pensato l'Alfieri, quando protestava contro la soppressione che i pedanti della filosofia riformatrice avean fatto dell'Accademia della Crusca: ci pensava il Foscolo quando si appellava alla nazione, dalla sentenza del Gran Consiglio Cisalpino contro la lingua latina: era purista cittadino il Giordani, quando incorando negli amici suoi lo stile greco e la lingua del Trecento, si sottoscrive fratello nel nome dell'"augusta e cara nostra mamma l'Italia": e filologia preveggente era quella di Niccol Tommaso, il quale dalla critica delle dottrine del Perticari, dalla vagliatura fiorentina dei sinonimi, dovea condursi con Daniele Manin al Palazzo dei Dogi, prigioniero prima, poi Ministro della Repubblica, e, fino agli estremi delle armi del colra e della fame, sostenitore d'un diritto nazionale che al Dalmata si era fin da giovanetto fatto sentire nel caro idioma d'Italia. S, il purismo  stato anch'esso una potenza benefica alla costituzione della patria, ravvivando e rivendicando le ragioni della lingua, dagli stranieri influssi e preponderanze corrotta: al corpo poi, cos risanato, un possente interprete del pensiero e del sentimento umani, restituiva il vivo alito della toscanit, cio dell'idioma d'Italia: Alessandro Manzoni. La unit idiomatica avea suggellato del suo stampo il Poema, sul cui fondo, disteso fra "cielo  e terra", rilevava in figure immortali il Medio Evo italiano: la unit idiomatica, ricondotta al suo principio vivente, reintegr quel medesimo suggello sopra un altro, esso pure grande poema, dove la servit e la corruttela italiana, lungo i pi lacrimevoli anni suoi, era ritratta e condannata nella storia di due egualmente immortali figure, di due poveri perseguitati Promessi Sposi del contado lombardo. Ed  questa italianit, di pensiero e di forma, che noi dobbiamo oggi, insieme con la unit che ce la garantisce, custodire gelosamente e propugnare:  questa italianit che noi con trepido affetto consegnamo, raccomandiamo, ai nostri figliuoli. La santa centenaria bandiera, per la quale combattono, soffrono, muoiono da eroi, i nostri soldati, non si difende solamente sui campi di battaglia: ogni cittadino operante  per essa soldato.


Altezze Reali, Signore, Signori,

Quella "storia ideale eterna" che Giambatista Vico idealeggiava, "sopra la quale corrono in tempo tutte le nazioni", assunse nell'alta mente di lui, la figura d'un circolo: dove per il corso dal male al bene soggiacerebbe alla legge del ricorso dal bene al male; e simbolo della vita civile, sarebbe quella linea circolare che "s in s rigira",  e a cui gli Aristotelici attribuivano maggior perfezione che non alla linea retta, apponendo a questa la manchevolezza dell'essere non finita. Ma Galileo rispose agli Aristotelici; e le teorie del Vico, detrattone quel che di a priori scolastico si aggravava sopr'esse, possono conciliarsi con una legge positiva di progresso, che saldi in armonia scientifica le tradizioni e le speranze del genere umano. Pure, se ad un elemento della vita delle nazioni rimane tuttavia adattabile puntualmente cotesta imagine vichiana del circolo,  a quell'elemento che in s comprende i caratteri essenziali e distintivi di ciascuna nazione, pe' quali esse rassomigliano a un conserto di famiglie, il cui padre unico sovrasta alle cose terrene. Nel circolo della italianit, nessun progresso  interdetto alla patria nostra: sfasciandosi quello, i movimenti non avrebbero pi n cammino diritto n meta sicura. Il pensiero e la lingua, gli studi del vero e le arti del bello, le istituzioni e le leggi, descrivono la circonferenza di cotesto circolo: ma nel centro sta, somma di tutte le forze, principio di vita necessario, fortezza ed altare, l'unit della Patria.


LA LOMBARDIA ALLA CADUTA DEL REGNO ITALICO.
CONFERENZA DI GEROLAMO ROVETTA.


Signore e Signori,

Il secolo non  finito ancora, e gi se noi ci volgiamo indietro a considerare gli avvenimenti che ne agitarono il principio, essi ci appaiono lontani lontani, estranei affatto alla vita nostra, quasi che tra essi e noi intercedesse l'ombra di un intero evo storico, non lo spazio di una vita d'uomo.
A mano a mano che la ricerca erudita, fatta oramai positiva e serena, studia quei casi snebbiandoli dalle leggende che gi vi si formarono intorno, e corregge gli errori, ripara alle ingiustizie, assolve i calunniati e condanna gli usurpatori di gloria; mentre la critica si affatica sui documenti e la verit torna in luce; in noi, strano a dirsi, nell'impressione comune di chi oggi ripensa a quegli anni fortunosi, nella coscienza della gente anche istruita, la distanza tra la fine e il principio del secolo cresce di continuo; e gli uomini e i fatti del tempo che segn la giovinezza dei nostri nonni par che si ritraggano sempre pi rapidamente nel buio del passato, vi si avvolgano di una nebbia sempre pi densa, impiccioliscano, scompaiano dalla memoria delle moltitudini.
Napoleone, la sua sanguinosa e trista epopea, le catastrofi di Russia e di Germania, quell'avvicendarsi di avvenimenti che soltanto sette od otto decine d'anni fa mettevano a soqquadro l'Europa.... e le nostre famiglie, che insidiavano gli averi di cui ora noi stessi godiamo e turbavano e scompigliavano gli amori dai quali i nostri padri sono nati, tutto non sembra - se ci pensiamo - appartenere ad un'altra epoca ben pi remota?
La critica moderna "vergine di codardi oltraggi" ma implacabile nelle sue deduzioni positive, ha relegato "l'uomo fatale" tra i malinconici nefasti della storia, fra gli antichi maniaci per la guerra, violenti ed infelici: ed il feticismo che per lui nutrivano i suoi soldati, a noi almeno, appare come un caso diffuso di allucinazione morbosa delle moltitudini.
- Come mai? Donde tanta disparit del vivere e del sentire? - Io credo che tale enorme allontanamento dalla coscienza nostra di uomini e di cose storicamente vicine, non provenga tanto dai molti e var casi intervenuti tra loro e noi, quanto dal velocissimo, anzi precipitoso cammino compiuto dalle idee in questo intervallo di tempo, che, se per s medesimo  breve, relativamente alla importanza storica contiene la materia non di uno, ma di pi secoli!
Ci che non  d'oggi o di ieri  gi per noi antico: tanto s' slargato innanzi a noi il mondo, tanto volo abbiamo spiccato incontro all'avvenire! Le idee han soverchiato i fatti, han dato una nuova anima battagliera, feconda, a questo vecchio secolo pieno di esuberanze giovanili, hanno oramai tolto di mezzo quanto del passato poteva esser loro d'impaccio, e abbandonato negli avelli della storia tutto ci che non era vivo e germogliante.... come la calce sparsa sulle rovine di un disastro cela agli sguardi le macerie e i cadaveri insieme.
Ed  per ci che debbono avere la acuta e perspicace pazienza degli archeologi, coloro che vanno frugando in un mondo pur cos vicino a noi, e come gli archeologi debbono saper dar vita alle pietre e parole alle tombe e leggere tra le righe dei non ancora ingialliti documenti, e scrutare il senso riposto delle satire, delle caricature, delle canzoni, delle arguzie, delle tradizioni popolari: debbono svestirsi d'ogni propria passione politica, debbono cercare la luce vera che illuminava quei tempi e giudicare gli odii, e gli amori d'allora come gli odii e gli amori d'adesso, cio come passioni umane, fallaci quindi ed ingiuste il pi delle volte, torbide dispensatrici di fama.... e d'infamia, non sempre meritata.

Questo non  cmpito per le mie forze, n per i miei gusti. Io penso, invece, con intimo compiacimento d'artista che, mentre tutte quelle cose e quella gente ci appaiono cos come se le guardassimo col canocchiale a rovescio, l'arte e gli artisti sono rimasti cos vicini a noi, cos nostri e del nostro tempo da indurre noi pure - imbevuti di tanto scetticismo! - in quella fede classica che vate chiamava il poeta, cio veggente nell'avvenire, ed eterna proclamava l'arte, cio immortale nei secoli.
Non  forse cos? Mentre la logistica delle battaglie napoleoniche non interessa pi che gli studiosi delle Accademie militari, al pari di quella delle campagne di Alessandro o di Giulio Cesare, e le bricconate di certi ministri del vicer Eugenio, gli spionaggi ed il gabinetto nero, si confondono colle altre iniquit di palazzo del cardinale di Richelieu e il dominio dell'Austria rinnova le gesta di tutte le pi antiche e sinistre tirannidi: ecco qui vive e parlanti, colle nostre idee, colle nostre ribellioni, le nostre speranze, gli stessi nostri sarcasmi, ecco qui le figure del Foscolo e di Carlo Porta, e col nostro stesso culto del vero, le tele dell'Appiani e del Canonica: ecco ripetersi, con esempi nuovi, l'amabile storia della giovinezza di Gioacchino Rossini, a cui la fortuna e le belle donne aprono le braccia e spianano la via; ecco rinnovarsi oggi tra idealisti e veristi, tra naturalisti e spiritualisti, quella vivace e multiforme polemica d'allora tra classici e romantici che, in fondo, preparava i germi a tutte le battaglie intellettuali dell'avvenire. I critici dicevano ottant'anni sono molta parte di quel che dicono adesso; e i gazzettieri - anche allora - insegnavano l'armonia al "signor Rossini", la chiarezza al capitano Foscolo, e al giovane autore del Carmagnola un po' di lingua italiana; e di questi, i pi accaniti - erano forse i francesi! -
Ancora gl'impeti del Foscolo, noi li abbiamo nel cuore; e quante, quante volte la musa lepida, ed anche salace del Porta, non ci soccorre per irridere alle ipocrisie che oggigiorno tocchiamo con mano!
Il Foscolo ed il Porta - meno di tutti gli artisti di quell'epoca - sono invecchiati, perch, in modo diverso, la loro poesia rispecchia ci che in apparenza soltanto  mutevole, e rimane invece tal quale: "l'anima del popolo"; - l'uno ruggendo nelle prose concitate le sue imprecazioni contro gli autori d'ogni servaggio, o cantando nei versi grecamente armoniosi le illusioni e le delusioni dello spirito moderno; l'altro sintetizzando nella rima epigrammatica e tagliente l'umorismo formidabile che del popolo  un'arma, un conforto, ed uno sfogo ad un tempo.
Cos l'arte del Foscolo e quella del Porta, come i tipi umani dei due poeti, ci appaiono unite con vincoli di fratellanza alla grande arte e ai grandi tipi delle epoche pi remote; ed  perci ch'essi sono tuttora modernissimi. Un soldato poeta, prode, ardito, cavalleresco, con qualche spacconata, pieno di debiti, di duelli, di amori, di gelosie turbolenti; ed un altro - un poeta cassiere - tutto arguzia, tutto malizia nella rima gioconda e cos bonario nella vita semplice e prudente d'impiegato, sempre amico della giustizia, ma benanche del quieto vivere; - un ribelle, che d al popolo la satira demolitrice di poteri e di tirannidi, ma che si tapperebbe in casa - gottoso e pieno d'acciacchi - ove nelle vie scoppiasse la sommossa.... sono due tipi umani - sono due estri, per cos dire, che in tutti i tempi le vicende hanno destato ed ispirato.
Ma il Foscolo, nella gravezza che incombeva sulla vita milanese in quel procelloso finire del Regno Italico, rappresenta anche l'irrequietudine dei presag.
Dalle nebbie di Milano, fra le bieche congiure degli austriacanti, le paure dei napoleonici e i tentennamenti degli italici, egli anelava al bel sole di Toscana, alla luminosa villa di Bellosguardo ove gli erano fioriti sotto la penna i versi delle Grazie, nitidi e flessuosi come le forme divine scolpite dal Canova; anelava a questa Firenze dell'anima sua, sacra a lui per le memorie dei Grandi  cantate nei Sepolcri, da Dante all'Alfieri, e insieme per indimenticabili dolcezze d'amore:

Per me cara, felice, inclita riva!...
Ove sovente i pi leggiadri mosse
Colei che, vera al portamento Diva,
In me volgeva sue luci beate,
Mentr'io senta dai crin d'oro commosse
Spirar ambrosia l'aure innamorate....

***

Era una specie di nostalgia pei tepori e i profumi che gli assaliva l'anima, una sete di parole italiane pronunciate dalle labbra delle donne fiorentine che tanta grazia aggiungono all'efficacia del perfetto dire.... e non Voi, che di azzurro e di fragranze avete in ogni tempo dovizia, ma noi, di lass, poveri inglesi d'Italia, possiamo comprendere le smanie del Foscolo per la vostra bella citt. - Marmi e fiori, le memorie e l'eloquio, il serto delle colline, l'aria stessa che qui si respira, tutto ci attrae sino al dolore, e noi ricordiamo sino al rimpianto.

Qui da voi sorrideva, come sempre, amica fida, l'arte; da noi, in Lombardia, non si respirava che l'intrigo. Dico l'intrigo, non la politica. La politica vera era maneggiata dai sovrani, dai ministri, dagli ambasciatori; il resto, i sudditi, anche quelli delle classi sociali pi elevate, non conoscevano altro che il pettegolezzo di societ, le trame personali, ordite per interesse privato, per vizio senile, per passatempo.
Nell'esercito, e pi nell'aristocrazia, si congiurava come si intavola un giuoco: erano ancora i cicisbei dell'arcadia belante che divenivano a un tratto cospiratori tra le gonne della dama servita.
Rancori, invidie, gelosie di corte o d'alcova; e ognuno aveva pronto il suo re, per diventarne il vicer.
Trista politica di corridoio e d'anticamera, sospettosa, cupida, procacciante, che pur preparava la ruina della patria prima ancora che nei fatti, negli animi, dove la grande idealit dell'Italia unita, libera, indipendente non s'era accesa ancora a illuminare, come avvenne pi tardi, anche i giorni squallidi della schiavit, a confortare i migliori, a compensarli d'ogni sacrificio, a irradiare per essi anche le segrete delle prigioni e le forche drizzate ad attenderli.
Che poteva mai l'arte in tanta miseria spirituale? Non l'arte del pensiero, ma quella dei sensi e della furberia era in onore presso il volgo patrizio  e plebeo! Gli scherni, si dispensavano in egual misura al Foscolo "matto infido" e al Monti "cortigiano pagato".
Giorni egualmente tristi s'annunziavano ai due grandi poeti, che erano da amici divenuti irreconciliabili; e veramente quanto diversi nell'arte e nella vita! E per ci, come gi tra il Foscolo e il Porta, cos tra il Foscolo e il Monti dovrebbe riuscire il raffronto attraente e curioso allo spirito indagatore.
Il Foscolo, non sempre buono e probo nella vita privata, aveva pur sempre espresso ne' suoi scritti la grande anima italiana, sdegnosa di padroni vecchi e nuovi, assorta in una virile idea di libert classica insieme e moderna; ed ora, al cadere della fortuna napoleonica, passava non curato in mezzo agli armeggioni e agli opportunisti, dai quali al ritorno dell'Austria doveva separarsi per sempre, esulando lontano con l'anima ferita, ma altera e sicura. - Il Monti buono, troppo buono, e nella sua mutabilit intimamente onesto, aveva cantato prima il trono e l'altare, poi il fanatismo giacobino, poi la libert italica, poi l'onnipotenza di Napoleone - il Giove Massimo - il Dio Terreno; e con la gloria di Napoleone vedeva cadere la sua, sentiva fors'anco l'amarezza di essere considerato dagli intriganti e dai faccendieri come un adulatore venale che, per opportunit o per interesse, avrebbe seguitato a cantare per i vincitori d'oggi.... i dominatori del domani.

***

A Milano, nella capitale del Regno agonizzante, non si congiurava che per mutar di padrone. Pareva ad alcuni - ai migliori forse - che una parte di ci che allora si diceva "la gloria di Napoleone" toccasse di riverbero ai Lombardi: e ci tenevano, e non si ribellavano ancora all'orgoglio e all'egoismo feroce di lui: invece, tentavano ridestare intorno al suo nome gli entusiasmi svaniti. E tra questi il duca Melzi - l'ex presidente della Repubblica Italiana, e allora, del Regno Italico, presidente del Consiglio dei Ministri - e col duca Melzi, il conte Giuseppe Prina.
E il Melzi e il Prina erano fautori di Napoleone e dei Napoleonidi.... chi sa?... anche per un primo barlume di quell'Italia, ch'era forse ancora pi nella mente che nel cuore dei due uomini di Stato; che, ancora, era forse.... un concetto politico, un regno, pi che una nazione; quell'Italia, a cui gi mirava, cupidamente, l'orgoglio sfrenato del Murat, e alla quale occhieggiava, come con una  ballerina della Scala, la bramosia senile, la vanit eroicomica del divisionario Pino. Ma se qualche magnanimo illuso, o qualche insoddisfatto avventuriero poteva unirsi al Murat, disertore di Napoleone; se nelle chiassose e allegre adunanze dell'Albergo del Gallo, le vecchie mercantesse e gli strozzini inneggiavano col barbra e col barolo "al generale Pino re d'Italia", chi mai poteva seguire il Melzi e il Prina, i due bigotti dell'Impero, i due compari del Vicer?
Chi poteva seguirli?... Chi del popolo, specialmente?
Non vi era quasi famiglia nella quale le ecatombe di Russia e di Germania non avessero lasciato un lutto o rimandato un infermo; le donne pi ancora, madri, spose, sorelle, non si rassegnavano a tanta.... seminagione di dolori, di cui non vedevano lo scopo, mentre fra gli uomini, essa poteva trovar pretesto nello spirito militare ritemprato e fatto consuetudine e nella smania politicante.
Nei ceti pi umili delle citt e fra le plebi delle campagne, sbollita l'ubbriacatura dei grandi avvenimenti, dell'imprevisto, delle teatrali partenze delle truppe e l'ansia dell'attendere e del commentare le notizie della guerra, era subentrato lo sconforto amaro, profondo, del danno patito, delle braccia mancanti, dei cari morti e perduti nei gorghi dei fiumi gelati e sotto le nevi delle steppe.... La fantasia popolare rievocava quei quadri di battaglie sfrondandoli d'ogni epica attrattiva, ne aumentava, se pure era possibile, l'orrore, e un grande sentimento d'odio dilagava nelle anime contro coloro che si erano gravata la coscienza di tanto lutto, di tanta desolazione, di tanta miseria.
Oh, la miseria!... Si faceva di giorno in giorno pi cruda, pi feroce.
I signori, i ricchi, ammaestrati dai casi, non pensavano che a difendere i redditi; a nessuno veniva in mente di arrischiare un po' di danaro per dar lavoro ai poveri, in qualunque industria, che un disperato tentativo di Napoleone e delle potenze avrebbe buttato all'aria.
Mancava il lavoro, mancava il pane; turbe di poveri, di pezzenti, di oziosi, mendicavano alle porte dei presbiter, delle scarse locande, dei palazzi, degli uffici pubblici; e in quegli stomachi vuoti si preparava l'urlo della rivolta.
E tanta e cos grande miseria era poi esacerbata, invelenita, giorno per giorno, dalle rapacit del fisco. I balzelli e le tasse pi odiose crescevano di numero e di gravezza.
Anche il poco che non rappresentava il diritto di non languire per l'inedia, destava le ingordigie del fisco, veniva insidiato, carpito, portato via con atti esecutivi, che costituivano un succedersi di ignobili rapine, larvate di legalit e compiute colla forza del governo.
Naturalmente, dalle furfanterie dei soldati e dei finanzieri, prendevano audacia i birbanti, per cos dire, spiccioli: il malandrinaggio era ancora.... una professione! In mancanza del guadagno offriva almeno la promessa, in quella scarsit di pane, di un pane in galera; e mai come allora, gli stradali di Lombardia furono infestati da tanta e cos feroce canaglia.
Eugenio Beauharnais, il figlio dell'imperatrice Giuseppina, era il Vicer di questo povero paese. Strana e melanconica figura!
Un altro cittadino, creato sovrano da Napoleone e che da principe non ha saputo fare n il bene n il male, per cui i principi, talvolta, affrettano le soluzioni della storia.
Il Romagnosi parla del vicer Eugenio come di un uomo mal conosciuto, di retti sentimenti, ma non cos saldo, da non lasciarsi sviare fra gli intrighi del tempo, ed abbagliare da quell'altra peste, pure del tempo, la vanit militare.
Dopo la campagna del 1813, i principi confederati gli avevano promesso il Regno d'Italia, purch avesse vlte le armi contro l'Imperatore; ma egli fedele e riconoscente, aveva respinto le blandizie: e di ci chi mai vorrebbe biasimarlo?
Poi, Napoleone gli aveva ingiunto di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia, colle sue truppe. Eugenio gli dimostr che queste lo avrebbero abbandonato, ma - come sottilmente nota il De Castro - non seppe n riaffermarsi virilmente per lui, n separarsene per unirsi alle potenze alleate, n prendere il partito pi giudizioso e pi generoso ad un tempo, quello, cio, di sposare francamente, lui del popolo, la causa dei popoli e farsi ad un tempo loro capo e difensore.
Il 22 novembre 1813, al principe La Tour e Taxis che nel villaggio di San Michele, fra Vicenza e Verona, gli rinnuovava l'offerta del trono purch si unisse alla Santa Alleanza, Eugenio rispondeva collo stesso rifiuto dato pochi d innanzi ad una deputazione del Senato che gli proponeva di organizzare un moto in Milano per proclamarlo re.
"Non si pu negare - esclamava colle lacrime nella voce, per il ricordo dei propri figli - non si pu negare che la stella dell'Imperatore non cominci a impallidire.... Ma per coloro che furono da lui beneficati,  una ragione di pi per serbarsi fedeli".
Questa  storia, una pagina di storia umana pi che politica. Apprezz Napoleone la devozione di quella resistenza, devozione tanto pi grande, dopo che egli aveva ferito nel Beauharnais il cuore del figlio e gli interessi del principe, ripudiandone la madre?... Chi lo sa?
Certo il Beauharnais fu compreso da una donna, dalla moglie: la viceregina Amalia Augusta di Baviera, che merita un posto a parte nella storia di quell'epoca, e fra la gente di quel tempo un posto d'onore.
Nella storia, perch certo essa ha molto contribuito col suo consiglio, colla modesta prudenza e colla semplicit affettuosa, alla condotta leale del Beauharnais, risparmiando guerre, non di popoli, ma di interessi dinastici.
Il posto d'onore fra le genti di quel tempo le spetta, perch si conserv virtuosa moglie e buona madre, in mezzo al dilagare di una corruzione e di una licenza, pi ipocrita forse, ma pi profonda di quella del Direttorio.
Qual era, in fatti, questa societ?...
La moda era impudica nelle sue fogge scollate, aderenti, accarezzanti le forme: curioso il battesimo ai colori del momento: o nomi feroci come: il color "dei cosacchi spaventati", oppure erotici, come: il color "sospiro di vergine", il color "grido di sposa", il color "baciami in bocca" ed altri ed altri che non  decente ricordare, ma che si possono leggere sfogliando la raccolta del Corriere delle Dame.
Taceremo i nomi e le gesta: solo ricorderemo che le gentildonne pi eccelse.... e pi belle, si travestivano da ussaro o da dragone nelle scappate coi loro amanti, ufficiali, tenori.... ed anche mimi, e al teatro della Scala, durante lo spettacolo, molte volte, a met della conversazione fra dama e cavaliere, venivano calate le tendine del palchetto.
Nei var partiti politici, erano pur implicate anche le donne e congiuravano insieme contro tutti i poteri.... e tradivano insieme tutte le fedelt.... politiche e coniugali.
E le vecchie dame, bigotte del partito austriaco? Esse, immemori delle sregolatezze di Leopoldo secondo, si scandalizzavano per il libertinaggio del principe Eugenio e di tutti gli esecrati Franciosi, com'esse li chiamavano a denti stretti; ma ricordavano forse col confessore, l'abatino profumato e galante del settecento.
Oh voi leggiadra e virtuosa Viceregina, dal cuore nobile e dall'intelligenza onesta, come risplendete di luce soave, di una giovinezza intatta in mezzo a questa vecchia societ intrigante e venale, corrotta e corruttrice, che pareva dissolversi nel vizio.
Il principe Eugenio non ebbe certo immeritata la taccia di donnaiuolo; certo non mancavano per colpa sua i mariti offesi.... e non abbastanza ricompensati con adeguate cariche a corte - nei var partiti che pi lo combattevano; pure si direbbe che.... modernamente conciliasse i teneri e facili errori, con un affetto vero e sentito per la sua dolce compagna.

Le scriveva dal Tirolo, rimandando a Milano uno de' suoi scudieri che stava per prender moglie: ".... pensa, mia buona Augusta, che il tuo fedele sposo non potrebbe amarti di pi. Rinvio il Battaglia, che morrebbe se qui lo tenessi;  cos smanioso d'ammogliarsi, che non dorme pi. Gli auguro la felicit anelata: ma il matrimonio  una lotteria, nella quale non tutti, al pari di me, estraggono un numero alto."
Come per egli fosse amato, profondamente, santamente amato da lei, che il Foscolo disse:


. . . . . . . . . bella fra tutte
Figlie di regi e agli immortali amica:

lo prova, fra le molte, una lettera scritta dalla Viceregina al principe Eugenio, in un giorno fra i pi infelici della loro vita.
"...... La notizia del divorzio mi addolora - sempre il divorzio di Napoleone da Giuseppina - e tanto pi soffro prevedendo la triste tua posizione e la gioia di coloro che ci fanno tanto male. Ma non arriveranno mai a ci che agognano, non potendo toglierti una riputazione senza macchia, ed una coscienza senza rimorsi. Tu non hai meritata cotesta sventura, e lo dico nel supposto che altre ne sovrastino. Io vi sono preparata, e nulla rimpianger purch mi resti l'amor tuo, felice di provarti che t'amo per te solo. Cancellati dalla lista dei grandi, c'inscriveranno su quella dei felici: non val meglio? Non scrivo alla tua povera madre; che potrei dirle? Assicurala del mio rispetto e della mia tenerezza. L'avviso del tuo sollecito ritorno mi allevia e impaziente l'aspetto. Eugenio! il mio coraggio eguaglia il tuo, e voglio provarti che sono degna d'esserti moglie. Addio, caro amico; credi alla tenerezza che ti serber fino all'ultima ora della mia vita."
Ma certo l'uomo del momento non era il Beauharnais, non era il principe, il marito.... che nel consenso della dolce compagna trovava il premio migliore alla rinuncia del trono.
Ben altrimenti del Beauharnais, pensava e operava di lontano Gioachino Murat, che si sottraeva al duro giogo del cognato, pur di giungere alle audaci sue mire: fare un'Italia per farla sua.
L'aura popolare, il favore dei poeti, le speranze dei Carbonari erano per lui che parlava del "riscatto d'Italia," ed aderenti ne aveva anche in Milano; fra gli altri il capo della Polizia conte Luini, il generale Giuseppe Lechi, e quell'altro generale di Napoleone, il Pino, che per s solo vorrebbe, nonch un discorso, una monografia, un volume, tanto appare stoffa bizzarra di soldato, di avventuriero.... e di affarista.
Il Vicer, gramo conoscitore d'uomini, se n'era fatto un nemico implacato e subdolo, relegando il suo orgoglio in un meschino presidio della Romagna.
Riuscito il Pino a tornare a Milano, si diede, per vendicarsi, anima e corpo al re di Napoli; e bench provvisto, in mezzo alla generale miseria, di uno stipendio di 145 mila franchi all'anno, si attaccava come un polipo alle casse dello Stato, e pur brigando e congiurando contro il Vicer, lo tempestava di richieste di fondi, di sussidi, di anticipazioni, di gratificazioni, e prostituiva la sua bella fama di soldato valoroso alla pi ignobile avidit di danaro, ch'egli poi malamente profondeva al giuoco e colle donne.
Tuttavia, e forse, anche per ci, era popolare: la moltitudine non vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e "Viva Pino re d'Italia!" si ripeteva nelle conventicole dei mestatori, nelle osterie, per le piazze.
E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perch no? "Viva Pino re d'Italia" ripeteva in cuor suo. - Perch no? - e cos, prima blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desider, coi brogli e cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non gi un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse debolezze prezioso.
Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle pi umili origini erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo appunto non voleva la vecchia nobilt, piena di sprezzo e di astio contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia supremazia - non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che gi troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.
Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna, in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni. Il Vicer dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a stringersi intorno alla sua insegna: "Onore e fedelt" e il d 8 febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli Austriaci.
Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper vincere ancora d'oltralpe.


***

Firmato l'armistizio del 16 aprile 1814, rimpatriate le truppe francesi, il Beauharnais si trov in Milano, in mezzo ai politicanti che lo odiavano, come sopra un terreno minato.
I var partiti, quello degli italici, degli austriacanti, dei murattiani, si univano non solo nelle congiure per rovesciare il Vicer, ma nelle calunnie per diffamarlo, per renderlo inviso, odiato.
Dice un cronista che "le genti pie o di austere massime non entravano nel palazzo del Vicer senza provare un segreto raccapriccio; ch di bocca in bocca correvano novelle di donne sedotte, di mariti di padri maltrattati ed anche uccisi." E si narrava che, per ordine del Vicer, fosse stata fucilata una guardia d'onore per aver pensato alla diserzione; che fossero stati torturati con cinquanta colpi di bastone al giorno, per un mese di seguito, i condannati ai lavori forzati nelle prigioni di Mantova.
I nobili soffiavano nel fuoco, e aizzavano l'odio del popolo anche contro i ministri, tre dei quali specialmente invisi, perch non milanesi: il Prina di Novara, il Paradisi di Modena e il Vaccari di Bologna.
Altro uomo odiatissimo era il segretario del Vicer, conte Mjean, naturalizzato italiano, un napoleonista cieco e oggetto del livore universale: pi ancora di lui quel Darnay, che dal gabinetto del Principe era passato alla direzione generale delle Poste, e, ignobilmente, aveva ridotto il pubblico servizio ad un'insidia quotidiana di polizia, violando, sopprimendo, disperdendo le lettere.
Le gesta di questo osceno -  proprio la parola - di questo osceno gabinetto nero, oltrech d'orrore a tutti i cittadini onesti e pacifici, tornavano di grave danno ai commercianti, gi esasperati per le difficolt create dal blocco continentale e stremati di forze dai balzelli; sicch, tutt'insieme, non si respirava che fiele e vendetta.
I fallimenti erano incessanti e disastrosi e.... scandalosi, quasi come adesso; e ci, mentre le campagne, come ho gi detto, erano infestate dai malandrini e dai mendicanti, e le citt divise fra chi osava imprecare apertamente all'Imperatore e i pi furbi che, pensando potesse egli tornare alla strapotenza di prima, si rammaricavano che gli alleati avessero passato il Reno.
Le caricature e i giuochi di parole esprimevano gli umori del tempo. Il citato De Castro ricorda una stampa che rappresentava il padrone del mondo con quattro enormi gozzi, sopra ognuno dei quali erano le lettere componenti la parola Sire; le iniziali delle quattro nazioni: Spagna, Italia, Russia, Egitto, ch'egli aveva voluto ingoiare, e che gli erano rimaste in gola.
Cos la parola di moda era quella che doveva tornare in voga, colla tragica desinenza in ismo, presso i rivoluzionari della Russia contemporanea: la parola Nihil, e questo solo perch le sue cinque lettere erano le iniziali dei nomi latini di cinque re detronizzati o che stavano per esserlo, cio: Napoleone, Joseph, Hieronimus, Joachim, Ludovicus.
Le colpe della Francia, gli eccessi del liberticida, dello sterminatore, favorivano la riscossa della vecchia Europa, preparavano la ristorazione del vecchio regime, davano un colore di novit preziosa e desiderabile a tutto ci che, sotto le parvenze di un ordine riparatore, pur celava le cupidigie grette e crudeli della reazione secolare.
In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli Italici puri, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse perch italici, a quei tempi, non voleva ancor dire italiani.

Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi, la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno.
In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove, in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani, i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e pi raramente, perch si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale - liberale d'idee, non di abitudini - Federigo Confalonieri, del quale conte Confalonieri, si diceva altres che odiasse il Vicer, perch questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e castissima sposa.
Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor pi bassi risentimenti, come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad ufficiali, erano forse le pi gravi cagioni d'inimicizia contro il Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia, colla quale, pi proficuamente, venire a patti. Volevano un altro padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.
Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio - tanto  grottesca la politica, veduta da lontano - del duca di Chiarenza, uno dei dodici figli del re Giorgio terzo d'Inghilterra; con che gli Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh, che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte diplomatico d'Europa. - Tale era il funesto effetto della dominazione napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che, al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in bala di un nuovo fortunato occupante.
 facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie, specialmente austriache e inglesi!
L'Austria, per, aveva per s, in Milano, fautori assai pi abili ed efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per astuzia e malvagit.
Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, gi consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di riuscire.
Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra ancor pi trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister, i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi, dilaniato dai rimorsi.
Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare - vestito ora da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna! - i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o, come erano detti, materialoni; e in quegli stessi giorni giungevano da Mantova il Vaccari e il Mjean per indurre il Senato a proclamare re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava un decreto, il quale, anzich l'offerta della Corona, conteneva per Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il Vaccari e gli altri Eugenisti e lo stesso ministro Prina.
Durante il 17 e il 18 aprile tutti a Milano si chiedevano: Che far il Vicer? Che cosa far l'esercito? E l'Austria? E gli alleati?
Agli angoli delle vie si leggeva: "Non re chi, vicer d'Italia, sprezza e spoglia."
Al Municipio, uomini di tutti i partiti, firmavano in odio ai francesi, una richiesta di convocazione dei collegi elettorali. V'erano i nomi del Pino e dei pi noti fra gli italici puri, quelli di molti austriacanti, dell'anglomane Trecchi, dello stesso podest Durini e altri gi insigni nelle arti e nelle lettere: il Cagnola, il Monteggia, il Rosmini - Carlo Porta e Alessandro Manzoni.
Il Melzi - povero duca di Lodi! - era inchiodato in casa dalla gotta, e anche di ci gli austriacanti gongolavano.
Grave e controversa  una circostanza di quei giorni, che verrebbe a cumulare sovra persone irradiate pi tardi dalla luce del patriottismo, la grave, la dolorosa responsabilit della vergogna incombente.
Voglio dire gli accordi che sarebbero intervenuti prima in casa della letterata Bianca Mileti, poi in quella del consigliere Freganeschi, tra il Gambarana da una parte e il Confalonieri, il Porro, il Botti, il Ciani ed altri italici, dall'altra.

Se si pensa che cosa meditassero e affrettassero il Gambarana e il Ghislieri e il Traversi, la loro comunanza coi patrizi riesce profondamente amara, rattristante.
Due dei loro emissari, un tal Fontana e un sinistro figuro, il Tencino, stavano raccogliendo nel contado, specialmente nel Novarese e nella Lomellina, la feccia dei malfattori: l'assoldavano regolarmente, con mercede fissa - sei lire italiane al giorno per ogni collo da forca, e assicurazione di cibo e di vino. I patti?
Trovarsi tutti in Milano la notte del 19 aprile e la giornata seguente: - Ci sarebbe stato da fare! -
Gli italici avevano apparecchiato una delle solite "dimostrazioni" contro il Senato: or bene, quella feccia di malfattori, quella marmaglia, avida di stragi, d'anarchia e di rapine, doveva a mano a mano ingrossare il gruppo dei Signori; doveva a mano a mano mutare la chiassata in tumulto, il tumulto in rivoluzione.... rivoluzione che avrebbe costretto il generale Neipperg, comandante l'avanguardia dell'esercito austriaco, ad entrare in Milano, per ristabilirvi l'ordine.... e una volta entrato poi.... anche a rimanervi, per mantenerlo!
Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! Il cielo buio, caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.
Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato, si formavano capannelli di persone, per lo pi ben vestite, che discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal vento.
Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: - il conte Federigo Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia civica.
"A misura che giungono le carrozze dei Senatori" narra il Verri, "qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella seduta del 17 avevano sostenuto il Vicer." Si seppe poi esser colui il domestico d'un patrizio di parte austriaca.
E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai "plaudito" mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito, insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.
Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della truppa, comandata dal generale Pino, n allora presso il Senato, n dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!
La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire, n pi patente, n pi vergognosa.

Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto non tutti compresi della gravit del momento, acconsentivano, la folla, col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi; spezza loro le spade, strappa loro la lettera N dalle divise e dagli elmi e prorompe in grida minacciose: "Non pi francesi! Non pi Vicer! Costituzione! Indipendenza!"
I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia alla soglia per arringare la folla. "Ma quale non fu la mia sorpresa" - lasciamogli la parola - "nello scorgere totalmente mutata la qualit delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi pi volte chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure che nulla presagivano di bene, bens saccheggio e rapina."
Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era gi designata nel ministro Prina.
Il conte Giuseppe Prina, nato a Novara il 19 luglio 1766, da nobile famiglia, aveva studiato a Monza, nel collegio dei Barnabiti, poi all'universit di Pavia, ove s'era laureato. A 25 anni era ministro delle dissestate finanze di Carlo Emanuele secondo e nel 1798 rinunciava nobilmente al potere per non emanare un decreto fraudolento col quale si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.
Quintino Sella, Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Silvio Spaventa sembrano usciti dallo stesso ceppo dell'onesto ministro del primo regno italico.
Nominato podest da' suoi concittadini, nei Comizi di Lione parla con molto senno e si offre con molta abilit: Napoleone col suo occhio d'aquila, vede in lui il ministro delle finanze che gli occorre, e lo addita, senz'altro, al duca Melzi.
Sebbene affranto dal faticosissimo riordinamento delle finanze della Repubblica italiana, il Prina accetta, e co' suoi metodi di esazione e di contabilit, colle imposte indirette e con altri spedienti della sua mente fiscale operosissima, d al Regno Italico una forza finanziaria non prima conosciuta: triplica l'esportazione dei grani, diffonde l'insegnamento dell'agricoltura, crea a Milano la Manifattura dei tabacchi, fa della Zecca una delle migliori d'Europa, vi annette un museo numismatico ancora invidiato e riesce a gittare per anni e anni milioni e milioni nelle insaziabili fauci napoleoniche, senza arricchire d'un soldo s stesso, ma stremando, taglieggiando spietatamente il popolo, accumulando un'infinit di dolori, di lacrime, di odii.
Se codest'uomo non si fosse dato anima e corpo, colla sua piena, cieca, cocciuta devozione di piemontese e di impiegato, a Napoleone; se avesse saputo por freno alla libidine di danaro del despota, non avrebbe avuto d'uopo d'incrudelire contro i poveri con una specie d'incoscienza che si pu spiegare, ma non scusare; e l'opera sua di rinnovamento economico, gli avrebbe assicurata in Lombardia la celebrit che sfida il tempo: quella della gratitudine.
Semplice in mezzo agli onori, incorruttibile nella sua amministrazione, probo sino allo scrupolo, vivace e cortese a Corte, dolce e virtuoso nella vita privata, appariva gelido, spietato, quale ministro.
Non seppe far altro che spremere danaro per l'Imperatore; e l'Austria, inconsapevole, lo scelse a farne il primo martire - cronologicamente - del risorgimento italiano.
Ch'egli fosse vittima designata a prezzolati sicar, lo prova anche la prima circostanza che ci si riaffaccia, riprendendo la lugubre cronaca del 20 di aprile.
La turba ingrossata, anzich occuparsi dei Senatori, che votata in fretta e in furia la riunione dei collegi elettorali, fuggivano lividi e tremanti,  cominci a gridare, con voce minacciosa, il nome del Prina.
Carlo Verri invano rispondeva a quelle torve figure, che il Prina non era al Senato. Il popolaccio, e alcuni signori - dicono anche qualche ufficiale austriaco travestito - invadono le aule, circondano, minacciando, il presidente Veneri, rimasto imperterrito: uno dei nobili - il Verri, lo indica con le sole iniziali - "fu il primo a scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dall'Appiani, lo for coll'ombrello e gittollo dalla finestra." Il Confalonieri cui l'atto venne specialmente imputato, sment poi di averlo commesso, in una lettera a stampa. Intanto il maggior numero dei tumultuanti davasi a saccheggiare, a distruggere: strappava e disperdeva carte, documenti, registri, scagliava i mobili, i tappeti, le librerie nella strada, e ripeteva come un ruggito sempre pi spaventoso il grido, imposto da alcuni, e che molti altri avevano certo nel cuore: Morte al Prina! Vogliamo il Prina! Morte al boia della carta bollata!
Le grida, le imprecazioni feroci, gli urli di morte si fanno tremendi, fra il rintronare di colpi incessanti per abbattere la porta del palazzo dell'odiato ministro, che un cocchiere era stato in tempo a chiudere. Gi da mesi, cartelli satirici si trovavano affissi di nottetempo ai muri di quella casa: "Da affittarsi: recapito dal dottor Scappa." E altrove: "Prina, Prina, il giorno s'avvicina!"
E il Prina sapeva che si era detto di voler far la festa ai tre P delle finanze; cio a lui, e a' suoi due segretari Pavesi e Pioltini. Durante le sue passeggiate a cavallo per le vie della citt - narra il Cusani - era stato insultato, minacciato, ed anche gli era stato consegnato un biglietto anonimo, nel quale si avvertiva di lasciar tosto Milano, se voleva aver salva la vita.
Convinto dell'opera sua, testardo, tempra in fondo di buon granatiere, Giuseppe Prina di tutto ci non si era curato: ed anche la mattina del 20, a chi lo scongiurava di sottrarsi al furore popolare, rispondeva ostinatamente: "I saria nen piemonteis!"
La porta non resse a lungo: gi coloro che capitanavano la masnada salivano le scale,... e il Prina, cui l'imminenza del pericolo aveva ridato l'istinto della conservazione, febbrilmente cominci a travestirsi, poi si cel nel caminetto di una stanza appartata....
La turba irrompe: pone tutto a soqquadro: sfonda cassettoni e armadi, agguanta gli arredi e il poco danaro. No, no!... non ci sono i tesori che il volgo diceva da lui rubati e accumulati!
Anche molte carte e documenti sono sottratti, e questi - credesi con ragione - non dalla plebaglia acciecata, ma da chi fra essa aveva ordini e istruzioni speciali.
Fu notato un tale, che corse senz'altro allo scrittoio del ministro; ne forz il cassetto, gherm un plico di carte e disparve.
E mentre il turpe saccheggio infuriava nell'appartamento, altra gente sui terrazzi e sui tetti cominciava a demolire letteralmente la casa; e la demolizione "fu compiuta poi nella notte e il d dopo, da persone che parevano del mestiere e che rivelarono pi tardi di essere state pagate."
Il conte Giovio, tra i pochi accorsi per salvare l'infelice ministro, fu minacciato e insultato da uomini "cui era sul volto l'indizio dell'ordinato delitto" e frattanto n Giacomo Luini, capo della polizia, n il generale Pino, comandante del presidio, si fecero vivi. Anzi, l'aiutante del generale, Luigi Cima, al capitano della guardia civica, Bosisio, che con pochi soldati moveva verso il luogo del saccheggio, intimava di ritirarsi in Castello.
La giornata doveva essere tutta dei sicar chiamati a Milano per affrettare all'Austria il cmpito di ristabilire l'ordine sanguinosamente turbato.
Soltanto verso le 4 del pomeriggio, il Pino fece una delle sue teatrali comparse in grande uniforme.
Ad un invito perentorio del podest, finiti appena di intascare altri 50,000 franchi di gratificazione estorti nella mattinata al Vicer, il vecchio  sciagurato si rec alla casa del Prina, si apr il passo tra la folla furibonda, ne raccolse scherni e minacce, quantunque sfoggiasse la Corona ferrea e la coccarda italiana; e siccome un servo tremando e baciandogli le mani, gli ripet che il Prina non era nella casa, se ne ritorn come era venuto, lasciando che la masnada sitibonda di sangue continuasse a frugare in ogni camera, fin nelle soffitte.
Corrono versioni disparate, intorno al modo preciso col quale il Prina cadde nelle mani de' suoi carnefici. Dicesi che un falegname lo scorse nel nascondiglio ov'era rannicchiato, ebbe la promessa d'un milione purch tacesse, ma con un grido involontario trad la vittima e s stesso. Narrano altri che il ministro fu colto in camicia, fra il soppalco e i tetti. Altri ancora, che avendolo il dottor Bazzoni celato in una vasca nel solaio, fu col rinvenuto da un garzone muratore che si di a gridare: " qui;  qui, il Prina!" attirando tosto contro di lui la turba inferocita.
Certo  che l'infelice, semivestito, livido, tremante, a mani giunte, ripetendo convulsamente: "Confessione! Confessione!..." fu tratto gi dai piani superiori nelle sue stanze, percosso coi pugni e cogli ombrelli. Ad ogni colpo gli si gridava: "Questo per il registro! Questo per il focatico! Questo per la carta bollata!" Ridotto quasi nudo, fu prima mostrato dal balcone della scuderia, alla folla imprecante, poi sospinto, legato e tramortito, calato gi, fra le braccia allungate, tese dai pi furenti che con grandi urla lo volevano vivo, fra le mani!
Alcuni pietosi, fingendosi i pi accaniti nell'ingiuriarlo, lo circondano, lo spingono traverso la piazza San Fedele poi nella casa Blondel, ove sorge ora il teatro Manzoni; ma il generoso tentativo fallisce: strappato loro di mano, riescono ancora a difendere l'infelice dalle ombrellate, a sottrarlo alla folla, a nasconderlo nel cortile di una vicina osteria.
Ma intanto si faceva notte: "Vogliamo il Prina! Vogliamo il Prina!" La turba furente vieppi imbestialiva, assediava la casa, ammucchiava una catasta di fascine per incendiarla: "Fuoco e morte! Vogliamo il Prina!"
E il Prina, che nella tregua si era alquanto riavuto, pensando certo che attirava l'estrema rovina su chi lo voleva salvare, usc da s stesso dal nascondiglio, e si offr agli assassini ripetendo: "Confessione! Confessione! Un prete!"
Quattro ribaldi - continua a narrare il Cusani - gli si precipitano addosso, ed uno, con un colpo di martello sulla testa, lo stende al suolo, e per le gambe lo getta nella via.
Il pensiero ne rifugge, raccapricciando! Al fioco chiarore delle lampade, sotto la pioggia fitta, scrosciante, sanguinolento, livido per le percosse, legato pei piedi sur un asse, il conte Prina, semivivo, fu trascinato per mezza la citt da un'orda d'indemoniati.
"Le loro grida di patria, di libert", scrive il Foscolo, "e le loro fiaccole che mi mostravano facce pallide, atroci, e labbra tremanti di rabbia e occhi pieni di stupidit e di delirio, e i loro corpi barcollanti d'ubbriachezza e di furore baccante, e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte o di corde da strozzare e di sacchi vuoti a rubare, m'insegnarono pi teorie di libert che non tutti i libri della filosofia e quanto lessi mai nelle storie!"
All'orrenda scena indietreggiavano i popolani atterriti, si chiudevano case e finestre, svenivano le donne....
Finch ebbe voce, la povera vittima ripet le parole "Confessione! Confessione! Un prete!" Mor, non per alcuna delle tante ferite - come prov poscia la perizia medica - ma di angoscia, di terrore, di dolore.... Il cadavere pesto, sformato, venne buttato da' suoi carnefici stanchi, affranti, nel cortile del Broletto e l giacque per parecchie ore sotto la pioggia gelida, nel sangue e nel fango, finch la notte stessa, quasi di soppiatto, fu trafugato e sepolto nel camposanto di porta Comasina.

***
Un pezzo di gronda - creduto nel buio un cannone - valse a mettere in fuga la masnada che si accaniva a demolire la casa del Prina. Compiuto il delitto, uscirono le truppe e per tutta la giornata del 21, il Pino fu nelle vie, sempre a cavallo, a prodigarsi, a farsi acclamare ed anche a farsi minacciare, giacch la piazza gli aveva preso la mano; e alle intimidazioni proterve, il vecchio soldato non trov il coraggio di rispondere se non abbottonandosi il pastrano per celare le decorazioni invise, e facendo togliere il cannone posto dinanzi alla porta del palazzo reale, come una mano di facinorosi, con grida sconce, gli imponeva.
La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.
Si riun tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei d pi popolare, perch l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda di bramosie venali e vanitose, dalle stte, dalle congiure, dai tradimenti.
Il Verri, sin dal mattino, cominci ad abolire le tasse che pi gravavano sul popolo, e lo annunzi con manifesti "che scongiuravano i buoni milanesi di tornare in calma."
E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte, disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in Milano - chiamatavi ancora dall'odor del bottino - la feccia pi turpe del contado. - E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicer, allorch - pi efficace dei violenti manifesti del Pino - provvide a spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei pi sinistri figuri, finch alla sera del 21 una lugubre calma si stese sovra la citt, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta sua.
Nondimeno, n tosto, n poi, si vollero seriamente, di questa infamia conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini pi eletti di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perch sulla tragedia del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E cos, gran parte degli arrestati furono messi in libert, senza inizio di processo, altri, inquisiti fiaccamente, pro forma, pochi processati.... ed assolti.
Anche la musa popolare non si dest, da principio, se non per inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.
Solo due anni pi tardi, un poeta, un tranquillo poeta, manzonianamente fluido nella forma e misurato nell'impeto, ma nondimeno vero poeta civile, Tommaso Grossi, rivendicava la probit e la buona fede del conte Prina, in quel piccolo capolavoro di poesia vernacola intitolata la Prineide, nel quale il verismo descrittivo e la fine arguzia politica fecero supporre, senz'altro, l'estro possente del Porta.
Ma il Porta si affrett a respingere la gloria di quella coraggiosa opera d'arte che troppe noie.... gli avrebbe attirato dagli Austriaci, i nuovi e sospettosi padroni. E cos, anche il verso dialettale ch'era sgorgato finalmente a deplorare l'eccidio del 20 aprile, parve pentito di s, fu sconfessato quasi, non in nome dell'arte, ma della paura.
Quanta nostra fine di secolo, in quel principio di secolo! Come tra il fluttuare degli ordini sconvolti, degli elementi storici gi disgregati, ma non ancora atti a comporsi in una novella armonia, gli uomini appaiono allora ed ora agitati da passioni che li traggono alla ruina o inspirati da idealit a cui solo i tempi futuri potranno spianare la via!
Partiti estremi che non s'intendono fra loro: uomini, che sopra l'ondeggiare di questi partiti rumorosi e vani s'intendono per dominare fin che possono;  plebi travagliate e ignare che nei loro impeti insani fanno il giuoco dei loro oppressori medesimi; intelletti confusi e coscienze turbate dall'aspettazione di un avvenire incertissimo, che la volont pi poderosa non pu n allontanare n affrettare; come tutto ci che forma il quadro della vita pubblica nella prima grande rivoluzione, si rinnova nell'ultimo scorcio di questo secolo che fu ed  tutto una rivoluzione! Per tal rispetto, a leggere i giornali d'allora, si  colti, talvolta, da uno stupore profondo: se non fosse la carta ingiallita, la vecchia stampa, l'odor d'antico che esalano i volumi di quelle vecchie collezioni, si potrebbe credere di aver sott'occhio i giornali d'oggi, tanto  qua e l, la somiglianza del linguaggio, tanto si pareggiano gl'inni e le contumelie, le adulazioni e le calunnie gettate a piene mani contro questo o quell'uomo politico, destinato a trionfare, destinato a perire, destinato in ogni caso ad essere travolto nell'oblio, fino a che i nipoti curiosi non pensino un giorno a rievocarne la memoria. Possiamo - ahim! - specchiarci tutti nelle immagini del passato, e impararvi che il mondo rinnova sempre i suoi errori, perch dalla storia, che Cicerone chiam maestra della vita, la vita non va mai a scuola....
Tornando a quelle giornate dell'aprile, la figura che novamente ci si riaffaccia, in una luce comicamente fosca, mentre gli austriacanti rimangono nella loro sinistra penombra,  ancora quella del Pino.
Quest'uomo, di cui al mondo non andr mai estinta la razza, per la sua stessa sfacciata vanit, appariva in mezzo al gregge genuflesso, come un salvatore della patria.
Quanta analogia tipica in codesto parvenu del potere, con altri violenti, ed avidi e spudorati, saliti in alto molti anni dopo di lui! Si accusava, si vituperava, si calunniava forse e non di meno si temeva: anche allora si ripeteva, supinamente, che quel vecchio era necessario, che quel vecchio assicurava l'ordine, il benessere pubblico, sociale, l'avvenire dello Stato.
Uomini probi, disinteressati, che sarebbero morti di vergogna ove di loro si fosse detto ci che la voce pubblica diceva del Pino; che sapevano de' suoi imbrogli, delle sue cambiali, delle sue malversazioni, delle somme enormi estorte al Vicer ed allo stesso Napoleone, dell'assassinio del Lahoz sugli spaldi d'Ancona, delle brutture della sua vita intima, giudicavano, nondimeno, che al Pino fosse dovuta in quei frangenti la tutela degli istituti pubblici e delle casse dell'erario.
 sorte delle moltitudini questa, di subire periodici accecamenti; di credere che a volte occorra un briccone violento per governare migliaia e migliaia di galantuomini.


***

Il Beauharnais, caduto Napoleone, si trovava davanti un fiero dilemma: o dar guerra o ritrarsi; imporsi per forza, in Milano, ai molti che pi non lo volevano, o cedere alle insistenze dei congiunti che lo chiamavano a Monaco.
"La condotta del Vicer - giudica uno scrittore sereno, acuto e coscienzioso - la condotta del Vicer fu in quel punto morale per ogni verso, semplice, schietta, recisa, ma - aggiunge - terribile per gli Italiani. Non voglio, disse Eugenio a' suoi generali, a' suoi soldati, ai congiunti, alla consorte, ai nemici, non voglio pormi per forza a capo d'un paese che non mi desidera."
E infatti, il 23 aprile, Eugenio stipulava una seconda convenzione militare che sanciva l'abolizione del Regno Italico, e la consegna ormai fatale del suo territorio all'Austria.
Nell'esercito costernato, invano tentarono gli ufficiali superiori di opporsi a questa dedizione. Eugenio si accomiat dal popolo e dalla milizia con proclami nei quali vibrava una nota gentile, cavalleresca, civilmente umana. Se per noi ricominciava l'antica servit, non ne era gi egli l'autore: egli pure cadeva vittima del tristo destino d'Italia.

Oh! come ripensando alla calma fierezza di quell'uomo in quei giorni, e rileggendo le sue parole spicca a lui vicina dinanzi alla nostra mente la figura nobile e buona della principessa Amalia!
Lei, che aveva voluto che il figlio suo nascesse a Mantova, tra le ansie e i pericoli della guerra, perch dalla memoria stessa del luogo nativo, fosse indotto ad amare l'Italia, lei, non esitava ora a consigliare al marito la via del disinteresse e delle nobili rinuncie.
 anche questa una provvida ricorrenza della storia: quando in basso come in alto rugge la tempesta, e si addensano miasmi di disonest e di depravazione, chi deve rispondere dei gravi doveri di una corona, trova spesso in una donna la buona consigliera, la purificatrice, la degna alleanza e la salvezza.
Ma questa donna non , non pu essere, una che abbia carpito i favori del principe, che ne abbia distratto anzich temprato il pensiero, che ne abbia spento i begli entusiasmi tra i dolci peccati....
No! No! Il regno di Aspasia  tramontato con Pericle! La salvezza non pu venire dalla "favorita", dalla "bella" pel cui capriccio sovrani e popoli, correvano in altri tempi i rischi della rovina e del ludibrio.... Chi tutto salva  ben altra donna, una sola: la moglie, la madre, la compagna del presente e dell'avvenire.

Indulgenti e pietose, nella purissima intimit, negli ignorati sacrifici, nella santit degli affetti, donne auguste come Amalia di Baviera, al pari della donna pi umile, esercitano un benefico impero d'amore sopra l'uomo amato. La moglie del principe, salva talora un'epica fama e decide di un periodo storico, delle sorti di un popolo, per quella stessa virt del cuore, che alla oscura moglie dell'uomo di lavoro, suggerisce spesso, nel silenzio e senza che alcun lo sospetti, il franco e generoso consiglio che salva dalla sciagura lui, i suoi figli, la sua casa!


IL CONGRESSO DI VIENNA. 
CONFERENZA DI ERNESTO MASI.


Signore e Signori,

Vi sono nella storia fatti e personaggi, a dir corna dei quali non si sbaglia mai, perch si  certi d'avere dalla parte vostra il consenso di quella maggioranza di gente, per cui accettare un giudizio bell'e fatto e ripeterlo e adagiarvisi sopra , se non altro, un gran risparmio di tempo, di fatica e di seccatura; e a tale categoria di fatti e di personaggi appartengono il Congresso di Vienna tra l'anno 1814 e 1815 ed i regnanti e gli uomini di Stato, che vi primeggiarono.
Sbagliare in pochi  un gran rischio: essere in molti a sbagliare  quasi come non avere sbagliato. Il parlamentarismo, per esempio, si regge tutto su questo principio, e ritiene anzi d'avervi trovata la massima delle sue forze, qualunque sia poi il modo, con cui la maggioranza fu messa insieme.

Gli effetti di questo principio, applicato alla politica, son.... quel che sono.
Ma la politica non  spesse volte se non la risultanza, molto volgarmente pratica, degli interessi dei partiti e, peggio ancora, delle persone, che li compongono, e applicare lo stesso principio alla storia sarebbe come rinunciare di proposito alla critica, che  invece la ricerca assidua, obbiettiva e disinteressata della verit. D'altro lato per, se in questi casi l'andar contro corrente  per certi animi, non dir pi eletti, ma pi solitari, una tentazione seducentissima e quasi irresistibile, non bisogna neppure esaltarsi ed ostinarsi di troppo in tale tentazione. Un'opinione larga, persistente, tradizionale, nella storia non si forma, se non ha radici, che si diramino profondamente nella realt, e scartarla, come taluni fanno, solo perch s'imbattono, frugando per gli archivi, in un gruzzolo di documenti, che sembrano testimoniare in contrario,  un altro grande pericolo di trovarsi dilungati dalla verit, quando appunto si  pi persuasi d'averla potuta afferrare per i capelli.
Cos  del Congresso di Vienna, il quale, per la grandezza delle cagioni che lo promossero, per l'ampiezza e la complessit del fine che si proponeva, e per la variet e l'importanza dei suoi componenti, fu, senza dubbio, la maggiore assemblea diplomatica adunatasi in Europa dal Congresso di Westfalia, con cui si chiuse la guerra dei Trent'anni, dal Congresso di Westfalia fino al 1814, e la maggiore altres, che dal 1814 in poi si riescisse ad adunare mai pi.
Orbene, quale sia l'opinione pi diffusa intorno al Congresso di Vienna, non ho bisogno di dirvelo, perch tutti voi lo sapete. Fu, si dice universalmente, sotto le apparenze della giustizia, il pi turpe mercato, che si potesse immaginare. Non si ebbe riguardo a nulla, n a nazionalit, n a confini geografici, stabiliti dalla natura, n a tradizioni, n a diritti, n a storia. I popoli furono spartiti come armenti, comprati e barattati come ad una fiera; si voleva fare un'opera di pace, e si posero i germi di nuove rivoluzioni e di nuove guerre; si voleva disfare l'opera della violenza Napoleonica nel suo delirio di monarchia universale, e si imit: l'ambizione e la cupidigia delle quattro maggiori potenze vincitrici di Napoleone, Russia, Austria, Prussia, Inghilterra, non ebbero altro limite che l'ambizione e la cupidigia di ciascuna di esse.
E tale giudizio sul Congresso di Vienna non  quello soltanto delle vittime o degli oppositori liberali, ma  il giudizio dei conservatori e dei legittimisti;  il giudizio di Giuseppe De Maistre, ch'era allora ambasciatore di Sardegna a Pietroburgo;  il giudizio degli stessi, che parteciparono all'opera del Congresso, del signor di Talleyrand, pontefice massimo del dogma della legittimit, di Federico Gentz, la penna d'oro che ne verg i protocolli in qualit di segretario, l'anima dannata del Metternich, il tipo della suprema eleganza e disinvoltura diplomatica del 1815, il quale, in un accesso di sincerit, scrive all'Ospodaro di Valacchia, amico suo, il Congresso di Vienna, con tutte le sue lustre di rigenerazione del sistema politico d'Europa, di rifacimento dell'ordine sociale e di pace durevole fondata su una giusta ripartizione di forze, non essere stato altro in sostanza che uno sbranarsi coi denti fra i vincitori le spoglie del vinto. Che pi? Se leggete gli storici posteriori, Russi, Tedeschi, Francesi, Italiani, vedrete che ognuno ha il sentimento d'essere la propria nazione in particolare stata la vittima designata, il capro espiatorio di quell'immenso traffico di popoli e di regni, ed i Russi l'accusano d'avere, impedendo la ricostruzione d'un'intiera Polonia Russa, rapita ad Alessandro I, ch'era il vincitor vero di Napoleone, la pi pura gloria del suo regno; i Tedeschi si dolgono che, vietata l'annessione della Sassonia alla Prussia e data all'Austria la presidenza della sconnessa Confederazione Germanica, non siasi voluto altro in sostanza che impedire l'egemonia Prussiana, come se Federigo il Grande non fosse mai esistito, pagare d'ingratitudine gli eroi della sollevazione nazionale del 1813 e ritardare la rigenerazione della gran patria tedesca, la quale dovr aspettare la fatale apparizione contemporanea di Re Guglielmo, d'un Bismark e d'un Moltke: i Francesi s'arrabbiano che tutto sia stato concertato in odio e per diffidenza verso la Francia, riducendola ai confini del 1790, privandola d'ogni solida difesa sul Reno, stringendola fra la Sardegna ingrossata e un regno dei Paesi Bassi di nuova invenzione; gli Italiani finalmente si disperano di essere stati dati, piedi e mani legate, in preda all'Austria, la quale, ripreso dalla Baviera il Tirolo tedesco, ha fatto suo tutto il territorio fra l'Alpi, il Ticino, il Po e l'Adriatico, sue le vallate della Valtellina, di Bormio e di Chiavenna, sua la riva orientale dell'Adriatico fin oltre Ragusa, e come se tuttoci non bastasse, ha piantato luogotenenti suoi a Parma, a Modena, in Toscana, s' ritenuta quella parte di provincia ferrarese, che  sulla sinistra del Po, ed ha acquistato persino diritto di guarnigione entro le fortezze di Ferrara e Comacchio negli Stati del Papa.
Si direbbe che non v'ha di soddisfatti se non gli Inglesi, che dopo essersi, durante venticinque anni di guerre, beccate a una a una tutte le colonie, ne restituiscono alcune per gran tratto di magnanimit, ma intanto si ritengono il Capo di Buona Speranza, la miglior parte delle Guiane, l'isola di Francia, altre isole delle Indie Occidentali, poi Malta e finalmente, a titolo di protettorato, le isole Jonie, tutti insomma i migliori punti d'appoggio, che assicuravano la loro indisputabile signoria sui mari Atlantico, Indiano e Mediterraneo.
Tant' che il loro rappresentante, l'imperturbabile Castlereagh, era forse il solo, che, a braccetto coll'Austria, poteva andarsene soddisfatto dal Congresso, e se, sette anni dopo, credette bene di tagliarsi la gola, fu per tutt'altro, fu, vale a dire, perch la signoria del cuore d'una donna  spesse volte pi difficile assai della signoria dei mari, e l'amore, quando dice davvero, non comporta gli accomodamenti e i compensi, dei quali la politica pu contentarsi.
Voi vedete, Signore, sotto quanti e diversi aspetti l'opera del Congresso di Vienna appare ed , per larghissimo consenso d'opinioni, giudicata trista e biasimevole. In tale giudizio non si pu a meno di convenire, n bastano ad attenuarlo le poche deliberazioni che nel cosiddetto Atto finale di Vienna del 9 giugno 1815 riverberano principii umanitari e non soltanto calcoli egoistici d'interessi e d'ambizioni particolari, l'abolizione cio della tratta dei negri, la libera navigazione dei fiumi e quella specie di galateo diplomatico, che credo sia vigente tuttora, per la gerarchia delle rappresentanze internazionali. Ci voleva altro a riscattar tutto il resto!!
E ci che imprime un marchio anche pi ripugnante sul Congresso di Vienna, e sullo strazio fatto da esso d'ogni ragionevole aspirazione nazionale di popoli, nel preteso assetto, che impose a tutt'Europa, salvo che alla Turchia (materia predestinata a brighe ulteriori e a cui lasciavano intanto martoriare la Grecia) ci che imprime, per ragione di contrasto, un marchio anche pi ripugnante sul Congresso di Vienna,  tutta quell'aria di perpetuo carnevale, che lo circonda, tutta quell'orgia continua di balli, di pranzi, di cene luculliane, in cui si profondono tesori;  quell'incetta universale di cantanti, di comici, di ballerine, di acrobati, di cavallerizzi, di ciurmadori, chiamati da ogni parte a rallegrare gli ospiti della capitale austriaca;  tutta quella giocondit spensierata d'amori e d'intrighi romanzeschi, tutto quello sfoggio d'eleganze, tutto quello scintillo d'oro e di gioielli, tutta quella prodigalit di lusso, onde una folla d'imperatori, di re, di principi, di diplomatici, di militari, e insieme d'intriganti, d'avventurieri, di scrocconi e di giuocatori di vantaggio circonda un'altra folla (ben pi geniale, se vogliamo), quella delle pi belle donne d'Europa, fra imperatrici, regine, principesse, dame autentiche, dame di princisbecco, peccatrici di fantasia e peccatrici  di professione, con ali aperte e ferme convolate dai quattro punti cardinali ad intrecciare i mirti di Venere agli allori di Marte, a mescolare le grazie, le dolcezze, le seduzioni, i piaceri, i liberi moti del sangue, della giovent e della vita a tutta quella accigliata, pensierosa, compassata e inamidata solennit diplomatica, che avea il mondo sulle braccia e se lo voleva spartire, facendosi ognuno la parte del leone.
Trentamila franchi al giorno costava la sola mensa imperiale; quarantanove milioni di franchi l'Austria sola spese di suo in pompe, spettacoli e cerimonie, e questo  niente a petto allo sperpero di danaro dei pi ricchi signori d'Europa, che o gareggiavano di lusso, o liquidavano patrimoni in una notte ai tavolieri da giuoco, o gli arrischiavano sui fondi pubblici, speculando anche allora al rialzo e al ribasso sulle sventure della patria, o li gettavano (meno male!) ai piedi delle deit femminili pi in voga.
Se io potessi a parole far rivivere dinanzi a voi quel grande quadro, quel caleidoscopio cos vario di feste e di spassi non mai interrotti, che rallegr la societ cosmopolita, raccoltasi a Vienna tra il settembre del 1814 ed il giugno del 1815, e rimasto poi un ricordo incancellabile, di cui son piene le Memorie e le Lettere posteriori di molti fra gli eroi e le eroine di quella lieta gazzarra, un ricordo che, a guisa di strascico luminoso, rischiara ancora le ombre e consola ancora le inevitabili mestizie della loro memore vecchiaia, potrei sperare, pur con un simile argomento alle mani, d'intrattenervi molto piacevolmente in quest'ora, che m' assegnata, certo pi piacevolmente di quello che riferendo le discussioni precedenti al trattato e analizzando il contenuto dei 121 articoli dell'Atto finale del Congresso.
Due grossi volumi ne ha riempito il De La Garde, uno dei tanti giramondo, che vi assistevano da dilettanti, e framezzo a molti errori grossolani di fatti e di nomi e a molte inutili chiacchiere, che oggi non possono aver pi alcun valore, l'opera sua ha una certa importanza, perch il De La Garde riferisce, con riverenza di discepolo, i giudizi, i racconti e le impressioni del suo Mentore in quell'occasione, che era il famoso Principe di Ligne, un vero sopravvissuto del secolo diciottesimo, un vero rappresentante, gi quasi ottuagenario, dei costumi e della sensualit frivola, gaudente, ma schietta e sincera d'una societ gi finita, perch v'era passato sopra nient'altro che il turbine della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.
Bene o male, il Principe di Ligne s'era acconciato anche a queste; ed ora, compiuta ormai la sua lunga carriera di guerriero, di diplomatico e di avventuriere di gran lignaggio, e cinghiate alla  meglio le vecchie membra nel suo uniforme onorario di feld-maresciallo austriaco, senza pi fede n illusioni negli uomini, ma conservando sempre una gran tenerezza, purtroppo alla sua et disinteressatissima, per le belle donne, ed ora, dico, amava (forse per gratitudine) che esse almeno si divertissero pi che era possibile, avessero pure ad andarne a rifascio tutte le politiche di questo mondo.
S'era quindi fatto esso pure promotore e ordinatore instancabile di quella successione di feste, che non soffriva mai n respiro, n ripetizioni, ed a chi si lagnava che, oltre alle discordie dei potentati e dei diplomatici, anche questo continuo svago impedisse ai lavori del Congresso di camminare, il Principe di Ligne rispondeva: "non cammina, ma balla!" Consolazione da filosofo del secolo diciottesimo! Il giocondo vecchio nel dicembre del 14 mor, da pari suo, d'un'infreddatura presa all'uscita d'un ballo, e ne' suoi ultimi momenti, dopo d'avere raccomandato che gli scrivessero sulla tomba:

Ci gt le prince de Ligne:
Il est tout de son long couch.
Jadis il a beaucoup pch,
Mais ce n'tait pas  la ligne,


il giocondo vecchio si compiaceva che a Vienna, dove, tra balli, corse sulle slitte, giostre medievali,  caccie col falcone, commedie di salotto, quadri plastici, concerti, teatri, non si sapea pi oramai come variare spettacolo, le sue dolci amiche potessero, merc sua, godersi anche quello del funerale di un feld-maresciallo.
Se non che il Principe di Ligne era uno spettro del passato. Questa precisa disposizione di spirito, questa gaiezza inesauribile erano gi tramontate, ed il romanticismo, con tutti i suoi fervori di restaurazione monarchica, di mesta sentimentalit, di ritorno agli ideali religiosi, di reazione agli eccessi della Rivoluzione e a quelli del Cesarismo soldatesco di Napoleone, il romanticismo aleggiava gi dappertutto e sotto tutte le forme, modificava e rinnovava gi dappertutto le disposizioni morali d'una societ, stanca di tante lotte, di tanti travagli, di tanti sacrifici, di tante ecatombi di vite umane, di tante rovine di fortune, di tanti strazi d'affetti domestici, di tanto rimescolio di classi, di governi e di popoli, d'una societ insomma, che sentiva il bisogno di riafferrarsi nuovamente alle vecchie tradizioni scompaginate, il bisogno di tornare a credere per poter tornare a sperare, e intanto cominciava dal godere, l'unica filosofia, in cui gli uomini si sono sempre trovati e si troveranno sempre tutti d'accordo.
Napoleone stesso avea avuto sentore di questo mutamento profondo, che s'andava compiendo, e che dovea esser tutto a suo danno, quando avea detto: "il giorno ch'io sparir dalla scena, il genere umano tirer un gran: oh!! di sollievo e di riposo", e consentaneo a tale condizione universale degli animi era in fondo il pensiero che moralmente avea inspirato il Congresso di Vienna, oltre alla necessit politica, dopo l'abdicazione di Napoleone e la sua relegazione all'isola d'Elba, di compiere nei suoi particolari quello che il trattato di Parigi del 30 maggio 1814 fra gli alleati vincitori ed i Borboni restaurati aveva appena abbozzato. Far la pace, assicurarla per lungo tempo, mutare quindi uno stato di cose, che non avea avuto altra legge se non la violenza e l'arbitrio pi sconfinato, erano concetti veri, giusti e rispondenti alla piena realt del momento storico, che s'attraversava.
Ed eccoci cos, o Signore, al punto di non secondare del tutto quell'immensa corrente d'avversione contro il Congresso di Vienna, a cui accennavo in principio; eccoci alla tentazione, che chiamai seducente, di dir bene di quello, di cui una gran maggioranza dice male. Ma eccoci altres di fronte a due pregiudizi storici: l'uno, che sciup l'opera del Congresso di Vienna, l'altro che non consente di riconoscere neppure quel tanto di buono, che era nel concetto fondamentale, da cui fu mosso, e che solo pu spiegare perch esso sia il fatto  pi importante della storia contemporanea dopo la Rivoluzione francese, e perch, nonostante il come fu attuato, esso creasse uno stato di cose, che bene o male dur circa cinquant'anni e assicur colla pace all'Europa (una pace travagliata, se si vuole) il periodo pi fecondo di progressi materiali e civili, di cui ella avesse goduto mai.
Il pregiudizio storico, che sciup l'opera del Congresso di Vienna, fu che fermarsi, rifar la strada, retrocedere a tutta forza era il solo mezzo di riparare alle malefatte della Rivoluzione, quasich essa non avesse avuto alcuna giusta ragion d'essere, e prima di essa fosse esistita in Europa una vera et dell'oro, un modello, un ideale di gran "repubblica Cristiana", come taluno osava dire, in cui tutto fosse stato regolarissimo, e il pi scrupoloso rispetto dei diritti costituiti avesse governato sempre le transazioni internazionali e la pi fraterna solidariet delle monarchie avesse garantito, sempre, col mantenimento dell'ordine pubblico, la durata degli obblighi contratti, ed i diritti dei singoli fossero sempre e unicamente risultati dai doveri di tutti. Ma tuttoci era falso e la realt era precisamente il contrario.
Il secondo pregiudizio, il pregiudizio dei rivoluzionari, che divenne poi quello dei liberali, e impedisce anche oggi di riconoscere il buono del pensiero iniziatore del Congresso di Vienna e quel tanto di bene, nonostante le tristi passioni, dalle quali si lasci vincere, gli riesc di compire,  che la Rivoluzione avesse, decomponendo del tutto la societ preesistente, rimpastato il mondo secondo un ideale, perfetto esso pure, di fraternit umana e di assoluta giustizia, il quale, in conformit ai dogmi nuovi della filosofia, avesse attuato al di dentro d'ogni nazione il modello dei governi e al di fuori il modello delle relazioni internazionali. Ma tuttoci era falso del pari, e la realt era precisamente il contrario, perocch la vecchia Europa, trattando colla Rivoluzione, come avea fatto a Campoformio e in tant'altre occasioni, avea bens riconosciuta la propria impotenza e liquidato quasi s stessa con una specie, direbbe il Sorel, di bancarotta fraudolenta, ma anche la Rivoluzione, che a tutti i popoli avea promessa una patria, la pace e la libert, avea contraddetto a s stessa, di filosofica e pacifica divenendo militare e conquistatrice, facendo consistere in sostanza tutta la forza della Repubblica nella forza de' suoi eserciti, partorendo, novella Roma, un nuovo Cesare, e in cambio di patria, di pace e di libert manomettendo le patrie di tutti e a tutti recando la guerra ed una nuova foggia di servit. La Rivoluzione avea vissuto di conquiste; la conquista  violenza, e per questo i popoli la odiarono. Ma le conquiste della Rivoluzione aveano in pari tempo rovesciate molte delle barriere, frapposte gi fra popolo e popolo dalle particolari cupidigie delle vecchie monarchie europee, e una volta rovesciate quelle barriere, molti popoli (l'Italiano e il Tedesco in ispecie) si riconobbero e s'affratellarono. La Rivoluzione avea cos, suo malgrado, insegnato ai popoli l'indipendenza; la Rivoluzione, che avea trionfato dei Re, era caduta a Lipsia sotto la vendetta dei popoli, e la fine della Rivoluzione francese avea segnato il principio delle Rivoluzioni nazionali, che si compirono nel 1870.
 questo, Signore, il concetto critico moderno della storia contemporanea, merc il quale non si hanno pi n soluzioni di continuit, n illazioni senza premesse, n architetture sistematiche e rettoriche, le quali sforzino i fatti ad espressione diversa dalla loro realt, e al lume di tale concetto esaminando anche il Congresso di Vienna, se ne vede il bene ed il male con quella maggiore obiettivit che  possibile, e che sola per lo meno impedisce le innocenti falsificazioni della storia.
Mi parrebbe ora, del resto, di considerarlo cos. Ottantadue anni sono passati, grande spazio di tempo in un'et, come quella dal 1789 in poi, in cui i periodi storici si vanno via via restringendo quasi metodicamente, la vita dei popoli si affretta come quella degli individui, il decennio surroga il secolo, e un breve volger d'anni sembra contenere in s tutt'un'epoca storica.
Anche le passioni, che il Congresso di Vienna suscit, si sono calmate; l'opera sua, di cui tante volte si annunci la fine, senza che in realt fosse vera,  oggi finalmente e veramente distrutta. Ricorderete che in Italia non ci fu governuccio provvisorio, sorto dai moti popolari fino al 1859 e durato magari ventiquattr'ore, il quale per prima cosa non bandisse ai quattro venti: i trattati del 1815 hanno cessato di esistere, e questo medesimo luogo comune della rettorica rivoluzionaria italiana si ripet in Francia con singolare perseveranza, dal Guizot sotto il regno di Luigi Filippo, dal Lamartine nel 1848, da Napoleone terzo nel 1863. Ma l'opera del Congresso di Vienna, che pur s'era venuta sgretolando via via, non fin tutta in realt che nel 1870.
C'erano per voluti pi di cinquant'anni, e qual  l'imbroglio diplomatico, che possa esser sicuro di durare altrettanto?
Finita dunque l'opera del Congresso di Vienna, anche gli uomini, che v'ebbero parte principale, il Metternich, il Talleyrand, Alessandro I di Russia, sono cadaveri quatriduani, che non destano pi n odii, n amori. Il successore dello Czar ascolta oggi in piedi e col cappello in mano la Marsigliese, una graziosa macchietta, di cui ha tanto riso il Tolsto; se per le strade d'Italia noi ricantassimo oggi:

Io vorrei che a Metternicche
Gli tagliassero la testa
E per farne una minestra
Alla moglie del suo re,

nessuno ci darebbe retta o probabilmente l'eco ci risponderebbe coll'Inno dei lavoratori; se rievocassimo infine il Girella di Giuseppe Giusti col suo:

Tenni per ncora
D'ogni burrasca
Da dieci o dodici
Coccarde in tasca,

per farne onta nuovamente al Principe di Talleyrand la libert e la democrazia ci potrebbero offrire da parte loro tali esemplari di canaglie politiche, da far apparire quell'utilitario camaleonte del dispotismo una candidissima colomba, o tutt'al pi un tristaccio, che riscattava almeno colla grandezza dell'ingegno e la mirabile eleganza dello spirito le sue marachelle.
Possiamo dunque giudicare spassionatamente uomini e cose, e avendo detto del Congresso di Vienna il male che merita, possiamo soggiungere che il tentativo, dopo un cos grande rovino e sconvolgimento d'istituzioni, di confini e di popoli, di dare all'Europa un'organizzazione elementare, se attuato con vera elevatezza di concetti politici, sarebbe stato un grande progresso e non un inconsulto ritorno al passato. Tant' vero, che verso la fine del secolo scorso tale tentativo non era ancora che un'utopia di filosofi, la quale avrebbe fatto passare per mentecatti gli uomini di Stato, che le si fossero mostrati favorevoli, ed era ad arte confusa, per toglierle appunto ogni credito, colle chimere della pace perpetua del Saint-Pierre e del Rousseau, e in buona fede fu poi confusa con tali chimere, dopo il Congresso del 15, dal Saint-Simon, uno dei santi padri del socialismo moderno.
Se nel fatto il Congresso di Vienna riusc un'applicazione del principio d'intervento, un attentato continuo all'indipendenza degli Stati minori, un sistema d'alta polizia nelle mani dell'Austria; se come tale  giudicato dalla maggioranza degli storici e dei trattatisti di diritto internazionale, non  men vero che determinare lo stato di possesso dell'Europa, porre questo stato di possesso sotto la garanzia di tutte le Potenze maggiori, far del Congresso europeo, siccome fu stabilito dall'articolo 6 del secondo trattato di Parigi, una instituzione permanente e normale, destinata a prevenire e a regolare, sotto l'arbitrato e l'egemonia delle grandi Potenze, le controversie fra le nazioni e gli Stati, e impedire la guerra, era un abbozzar quasi un disegno di Stati Uniti d'Europa, un precorrere di lontano le idealit, sto per dire (e non vorrei vi paresse una bestemmia), le idealit di Garibaldi e di Giuseppe Mazzini. Abbozzare, precorrere di lontano, dico, perch il disegno resta incompiuto, perch, come scrive il prof. Scipione Gemma nel suo eccellente libro sulla Storia dei Trattati nel secolo diciannovesimo, non rappresenta se non "una oligarchia di grandi potenze, che tratta, in circolo chiuso, gli affari delle altre"; perch, per di pi, furono empiriche, abusive, arbitrarie pressoch tutte le sue applicazioni. Ma il concetto fondamentale era buono e progressivo, rispetto almeno ai Congressi ed ai Trattati anteriori, e ci spiega non solo la sua durata, ma altres come e perch, in onta alle sue ingiustizie, il Congresso di Vienna assicur per lungo tempo la pace generale e con essa un moto largo e fecondo di civilt.
Vorreste ora saper qualche cosa in particolare degli uomini, che vi presero parte? Ma senza contare i regnanti, i principi, i cortigiani d'alto grado, che gli accompagnavano, e gli uomini politici pi in vista, ch'erano accorsi al Congresso, ben novanta erano i plenipotenziari di Stati, che aveano cooperato alla guerra, e cinquantatr quelli di piccoli sovrani, repubblichette, comuni, corporazioni, che tutti avevano rivendicazioni, pretensioni o esigenze da far valere.
Per questo anzi vera assemblea generale del Congresso non fu tenuta mai, n mai si procedette ad una vera e compiuta verifica di poteri fra gli intervenuti, non potendosi equiparare l'importanza di ciascun rappresentante o dare ugual peso al voto, poniamo, degli ambasciatori di Russia, Francia e Inghilterra e a quello degli inviati dei Cavalieri di Malta, della repubblica di Lucca o del principato di Piombino. Non  quindi possibile del pari profilare fra tal folla le singole figure, ma varrebbe la pena, chi ne avesse il tempo, di fermarsi alquanto alle pi prominenti, alle tre, se non altro, che ho test ricordate, Alessandro I, il Metternich ed il Talleyrand.
Alessandro I era uno stranissimo impasto di qualit le pi opposte: ascetico come San Luigi Gonzaga, e dissoluto come Don Giovanni Tenorio; ingenuo e spensierato come un artista, e subdolo e avido come un greco del Basso Impero; tirannico come un sultano, e umanitario come un filantropo; umile come un anacoreta, e vano d'applausi come una ballerina; infatuato di s stesso come un Lucifero, e pieghevole a tutti i venti come una canna; un insieme di despota, di mistico e di liberale, che per un pezzo gli imbroglia la testa, poi finisce a dargli l'illusione d'essere il braccio dritto della provvidenza di Dio, destinato a rimetter l'ordine sulla terra e ravviare tutto il gregge umano per la via maestra del bene.

A cullarlo in tale illusione, a fissarla anzi sempre pi nel suo cervello, contribu soprattutto, verso appunto il 1815, l'amicizia da lui stretta con Giuliana di Krdner, una vedovella vagabonda, originaria della Livonia, che in giovent avea scritto in francese un romanzo eccessivamente sentimentale, intitolato: Valerie, e avea ballato nei salotti parigini con grande flessuosit di movimenti e grandi trasparenze di vestiario la cosiddetta danza dello scialle. Dall'ideale della sensibilit galante del secolo diciottesimo era trapassata, invecchiando, all'ideale medievale e cavalleresco della controrivoluzione. Nicomede Bianchi la dice una settaria dell'illuminismo tedesco del Weishaupt e dei Rosa Croce, ma non mi pare sia provato. Il Sainte-Beuve la dice visionaria come il Tasso, anzi una Clorinda battezzata, e mi par troppo. Certo  che durante la campagna del 13 contro Napoleone, e in mezzo a tutto quel bollore di patriottismo tedesco, Valerie, o Giuliana di Krdner, che  lo stesso, diviene la Velleda evangelica, la molto vedova profetessa delle non pi vergini foreste del Nord, e nel 15 (en tout bien, tout honneur, suppongo, perch dovea aver pi di 50 anni) la pi intima e pi ascoltata consigliera e inspiratrice di Alessandro I.
Dopo Waterloo  dessa in realt la vera autrice della Santa Alleanza, un atto, in cui la mano d'un'isterica devota mi par che si senta. Ma chi riconoscerebbe ora la vezzosa ur della danza dello scialle in quella megra lunga e allampanata, che coi capelli giallo-grigi sparsi per la fronte e gi per le spalle, e una lunga veste scura, cinta alla vita da un cordone, assiste, a fianco dello Czar, alla rivista delle truppe russe sulle pianure di Sciampagna? Questo per  il colmo della sua fortuna. Quando nel 1824 mor solitaria in Crimea, era gi da un pezzo caduta in disgrazia, perch la povera donna, a tempo dell'insurrezione greca, era divenuta filellena ed il volubile Alessandro I, gi ripiombato sotto la pantofola conservatrice del Metternich, non perdon alla troppo sensibile Valerie quest'ultima trasfigurazione.
Di che tenui fila, a guardar bene, s'intreccia in ogni tempo questa grande commedia della politica e della storia!!
Ed eccoci, per mutare, dinanzi ad altri due gran commedianti di cartello, il Metternich ed il Talleyrand, i quali, come se abbiano voluto continuar la recita anche da morti, si sono nelle loro autobiografie (per dirla in gergo di palcoscenico) truccati entrambi per la posterit. Li riconosceremo noi per quel che sono a traverso tale travestimento? Molto agevola, ripeto, che siansi ormai dissipati per l'aria gli odii e gli amori suscitati in vita da quei due, e stati gi tante volte surrogati da tanti altri odii ed amori.

Il Metternich aveva una persuasione fondamentale, d'essere cio stato creato da Dio (ammettiamo, che credesse in Dio) per arrestare la Rivoluzione francese nel suo corso e rifare il mondo, come prima. Di tale persuasione che a poco a poco gli sale al cervello e gli si muta in una specie di predestinazione provvidenziale, egli si giova per ravvolgere in una gran nuvola di edificante idealit tutta la sua vita privata e la sua vita d'uomo di Stato. L'una e l'altra divengono cos, sotto l'unzione e la gravit del suo stile, una tal vita di santo, che meriterebbe (ha detto bene in proposito Augusto Franchetti) d'essere collocata nella Leggenda Aurea di un Jacopo da Voragine e tradotta nella lingua del Cavalca. Ma chi gli pu credere? Nessun altro, sto per dire, se non la sua seconda moglie, la principessa Melania, talmente persuasa (e ci le fa onore del resto) della grandezza del marito, che a scrivere nel suo Diario dover esso salvare il mondo e poi che tutti e due erano stati la sera al teatro per veder ballare Fanny Elssler, le pare di dire la stessa cosa.
Certo quest'uomo, che govern l'Austria da padrone per 39 anni, e per 33 anni da padrone l'Europa, non era n un puro sbirro, n uno statista volgare, come, per odio, l'abbiamo considerato noi per tanto tempo. Certo Napoleone non ebbe mai pi terribile avversario di lui; un avversario, che,  mentre lo ammirava, avea cos profondamente studiata la sua indole, che fino ad un certo segno potea presagirne gli scatti futuri; un avversario, che non si scaldava mai e sapeva aspettare. Certo, quand'egli nel 1809 divent Ministro, l'Austria era un paese morto e sei anni dopo (mettiamo pure che la frenesia di Napoleone l'abbia aiutato) sei anni dopo l'Austria era l'arbitra dell'Europa, gloria grande verso la sua patria ed il suo sovrano, che nessuno gli pu contestare.
Ma da tuttoci a far di s uno statista, che non ha una colpa da rimproverarsi, perch  quasi una nuova incarnazione umana dell'eterna giustizia e dell'assoluta verit, che non ha mai sbagliata una mossa, perch nell'interezza della sua coscienza ha sempre previsti gli errori dei nemici e le infedelt degli amici, ci corre assai; e, per troppo volere innalzarsi, mi pare che non solo il Metternich abbia troppo sfidata la credula docilit dei posteri, ma che abbia altres tolto merito a s stesso, come uomo di Stato, perch la politica, salvo certe direzioni fondamentali,  pi di tutto l'arte degli adattamenti e delle contingenze variabili, e l'immobile fissit di spirito, ch'egli si attribuisce,  la caratteristica dell'utopista e del fanatico, anzich quella del vero uomo di Stato.
Quante volte, del resto, non  egli stato sul punto d'intendersi con Napoleone? Fra le molte, che se  ne potrebbero ricordare, prendiamo la maggiore di tutte, il matrimonio di Maria Luigia, la divina figlia dei Cesari, con Napoleone, il gran tipo del condottiere italiano, dice il Taine, che ha usurpato il trono di Francia. Era tutto un tranello questo matrimonio? No, era un'arma a due tagli, che potea salvar l'Austria e Napoleone, se Napoleone era savio, o salvar l'Austria sola e abbatter lui al momento opportuno, s'egli continuava a farneticare. In ci sta la profondit del calcolo del Metternich, che l'ambizione di Napoleone s'incocci di far riescire anche al di l d'ogni sua previsione: ma ci dimostra che a transigere colla Rivoluzione non avea poi il Metternich le invincibili ripugnanze, delle quali si vanta.
Nella stessa guisa, s'egli rappresentava unicamente il diritto storico contro la Rivoluzione, perch mai, caduto Napoleone, non ha egli nel Congresso di Vienna riprese le tradizioni di Maria Teresa, del Kaunitz e del Thugut, cercando di germanizzare l'Austria di nuovo ed ha preferito invece indennizzarsi al sud delle Alpi di tutto quanto perdeva o abbandonava al nord delle medesime, ostinandosi a dominare l'Italia? Egli  che appunto imitare in questo le violenze della Rivoluzione francese sembr al purissimo eroe del diritto storico un giuoco pi facile e pi vantaggioso, e questa volta invece l'infallibile aveva sbagliato. In questo medesimo anno 1815, l'impresa di Gioacchino Murat, per quanto arrischiata, il proclama di Rimini, scritto da Pellegrino Rossi, che bandisce la guerra dell'indipendenza italiana, per quanto vagheggi una idealit prematura, avrebbero dovuto farlo avvertire del suo errore e che l'Italia per lo meno non era pi l'espressione geografica di prima. Prefer invece ostinarsi ed iniziare un sistema di repressione perpetua, che fece di lui l'incarnazione vivente del dispotismo pi odioso e pi cieco, e lo abbass talvolta, come nel colloquio famoso con Federigo Confalonieri, carico di catene e gi avviato allo Spielberg, lo abbass, dico, fino agli scaltrimenti del poliziotto pi abbietto per strappar di bocca ad un misero prigioniero il nome de' suoi complici, quello principalmente di Carlo Alberto, principe di Carignano, della cui correit coi congiurati Lombardi del 1821 il Metternich volea ad ogni costo aver nelle mani la prova.
Il santo, il semideo delle Memorie metternicchiane scende cos alquanto, come vedete, dal suo piedistallo. Se a ci aggiungete che concordemente i contemporanei lo dicono scettico, frivolo, superficiale, donnaiuolo, non incorruttibile per denaro, voi vedete che razza di premeditata falsificazione egli ha perpetrato di s stesso per canzonare i posteri, n vi spiegherete la potenza esercitata da lui per tutta intiera una generazione, se, oltre a molte qualit d'animo e d'ingegno, ch'egli indubbiamente possedeva, non mettete in conto la profonda disposizione alla quiete, all'inerzia politica e al riposo gaudente, che il suo tempo provava e ch'egli rispecchiava, persin nella persona e nei modi, alla perfezione. Quando questa disposizione fin, anche il Metternich era finito.
Diversa affatto  la truccatura, sotto la quale ha voluto presentarsi ai posteri il Principe di Talleyrand. Pare in sostanza ch'egli dica: "son quel che sono, ed i miei contemporanei, alti e bassi, non valevano meglio di me; ma si prenda la storia com', poi si vegga se in conclusione, e senza troppa cura del mio buon nome (ognuno poi sacrifica alla patria quello che crede!) io ho bene o male servita la Francia." E naturalmente dimostra che l'ha servita bene. Esso, in persona, ha cominciato abate, poi vescovo, ha celebrato ridendo la sua ultima messa nella festa della Federazione Repubblicana, s' sconsacrato, ha preso moglie, nei tempi peggiori della Repubblica s' ecclissato,  rientrato a tempo per esser Ministro: Giacobino sotto il Direttorio, repubblicano sotto il Consolato, Bonapartista sotto l'Impero, legittimista sotto i Borboni, e come si spiegano tutte queste metamorfosi? In una maniera sola, dice lui, cio che agli occhi d'un filosofo le forme politiche son forme vuote; che con tale libert di spirito egli ha visto sempre, prima, meglio e pi lontano d'ogni altro, e che mentre gli altri s'attaccavano ad un partito, egli non ha servito mai che la Francia.  una disinvoltura stupefacente, la quintessenza di quell'arcana dottrina del savoir vivre, sotto la quale i Francesi compendiano tante cose, e che il Talleyrand possedeva in grado superlativo.
Corazzato di questa, egli prende posto attorno al tappeto verde del Congresso di Vienna, colla serenit medesima con cui si sarebbe seduto alla sua eterna tavola di whist, e quando, ambasciatore d'una nazione vinta, egli, con grand'arie di superiorit e per sgominare di primo acchito i segreti accordi degli alleati, osa affermare lui solo rappresentare, intorno a quel tappeto, non interessi, ma principii, e cio il dogma della legittimit, che deve esser la base della Restaurazione, e tutti lo guardano esterrefatti, il Talleyrand non si scompone e persiste e niuno s'accorge, non un principio sostener esso in quel momento, bens l'unico spediente, a cui poteva appigliarsi. Che diavol mai poteva egli invocare, difatto, dinanzi alle ambizioni della vecchia Europa coalizzata e vittoriosa? Gli immortali principii dell'89, come in un meeting? i diritti dell'uomo e del cittadino, come in una scuola? la sovranit popolare, come in una piazza? Non avendo forza materiale per tenere in rispetto i nemici vittoriosi, tutto quanto poteva tentare era di preservare in nome del diritto l'unit della Francia e salvar questa almeno alle conquiste economiche, civili e politiche della Rivoluzione. In parte vi riesc, poich preserv in sostanza la Francia dal dover sopportare la pena del taglione, l'applicazione pura e semplice di quel diritto del pi forte, ch'essa avea durante l'Impero applicato alle altre nazioni. L'imperturbabilit, il coraggio, la fecondit d'espedienti, il calore di patriottismo francese, che il Talleyrand spiega al Congresso di Vienna, sono una meraviglia, ed ha un bel dire il Thiers, che si dovea andare al Congresso colle mani libere, quasich gli alleati non fossero entrati a Parigi colle cannonate: che il Talleyrand dovea atteggiarsi come un Napoleone, quasich Lipsia fosse stata Austerlitz: che ebbe fretta, e che invece di far la pace dovea scomporre le alleanze e riprovocare la guerra. Queste critiche, dinanzi alla realt dei fatti, non mi pare che abbiano alcun valore, e nella mente del Thiers, scrittore e storico grande, ma politico mediocrissimo, scaturiscono evidentemente da quel suo sempiterno pregiudizio tutto francese, per cui un'Europa ridotta in pillole  la sola maniera d'assicurare la grandezza della Francia. Essa non pu considerarsi in piedi, se tutti non sono in ginocchio! Del resto il Talleyrand non indietreggi neppure dinanzi al pericolo d'una nuova guerra, e quando parve che  non si potesse pi resistere in altro modo alle prepotenze della Russia, egli ader alla nuova coalizione formatasi nel Congresso contro di essa il 3 gennaio 1815, ed il Thiers lo biasima anche di questo, tanto  contraddittoria ed inconsistente tutta la sua critica.
In conclusione, all'opposto del Metternich con tutte le sue pose da santo, da veggente e da messia, il Talleyrand s' voluto nelle sue Memorie mostrare non per quello che , ma per quello che vale.  un travestimento anche questo, ma se i contemporanei non l'hanno n ghigliottinato, n messo in galera, non mi pare che i posteri abbiano da essere pi severi di loro.
Oltre a queste tre figure principalissime, tante altre ve ne sarebbero da ritrarre, interessanti e singolari, fuori e dentro il Congresso: Maria Luigia che, con a fianco gi il suo patito, il Neipperg, non ha neppure la dignit di non esser curiosa, e poich a lei, moglie di Napoleone e pur ieri Imperatrice dei Francesi,  interdetto prender parte alle feste, vuole almeno goderne pel buco della chiave o sta nascosta fra due tende a veder gli altri ballare; Federico Gentz, grande ingegno di dilettante, cominciato scettico e romantico, finito reazionario e segretario del Congresso, gaudente di professione, che negli ultimi anni tenea il suo gabinetto di studio in casa della ballerina Fanny  Elssler, il suo ultimo amore (un romitaggio preferibile di certo a quello concesso alle teste calde italiane nei sotterranei dello Spielberg), e che, tipo dell'homme blas, annunzier le sua prossima fine ad un amico dicendo: "mi lever da tavola, come chi ha mangiato a saziet"; il Pozzo di Borgo, un Crso al servizio della Russia, incarnazione vivente contro Napoleone degli odii di famiglia e delle implacabili vendette insulari; il cardinale Consalvi, profilo di prelato romano, aguzzo, sottile, insinuante ed anche audace, che, per salvare dagli artigli dell'Austria le quattro Legazioni, finge di ridomandare sul serio Avignone ed il Contado Venosino; il marchese Brignole, l'appassionato oligarca genovese, che vorrebbe trovare un'equazione tra la legittimit dei Borboni e quella della sua vecchia Repubblica, una specie di quadratura del circolo pei diplomatici del Congresso di Vienna; i ministri napoletani del Murat, che s'incontrano a faccia a faccia con quelli di Ferdinando quarto; Eugenio di Beauharnais, gi vicer d'Italia e generale napoleonico, eppure ospite festeggiato e graditissimo a Vienna; il Conte di San Marzano, diplomatico piemontese, schermidore politico, valente assai, che avendo servito i forti contro i deboli, sa come si difendono i deboli contro i forti; Don Neri Corsini, ambasciatore del granduca Ferdinando terzo, che, quando meno se l'aspetta, si trova a fronte l'ambasciatore d'un'Etruria bonapartesca, reclamante nient'altro che tutta la Toscana pei Borboni, e d'altra parte, rappresentando esso un principe austriaco, sentesi, ci nonostante, cos pressato dalla prepotenza degli augusti parenti, che in cambio, come vorrebbe, d'arrotondare lo Stato, rischia talvolta tornarsene a mani vuote, eppure coll'arguta e tenace bonariet del gran signore fiorentino di vecchia stampa si trae dal mal passo abbastanza bene; e tante, e tante altre, dico, figure importanti, singolari, e caratteristiche in sommo grado, delle quali tutte metterebbe conto parlare.
Se non che neppur noi possiamo indugiarci, perch mentre, dopo tante lentezze e lotte e discordie, il Congresso bene o male s'approssimava alla fine, ecco scoppiare, in mezzo a tutta quella gente, come uno schianto di fulmine, la notizia che l'Orco di Corsica era scappato dall'isola d'Elba.
- Dove credete voi, che si sia avviato? - chiese il Metternich al Talleyrand, per scoprire se il furbaccio ne sapeva qualcosa.
- Forse in Italia! - rispose il Talleyrand, per mettere una pulce nell'orecchio all'amico.
- No, va dritto a Parigi! - riprese il Metternich, guardando fisso il Talleyrand. Ma questi, che gi aveva avuto tempo a riflettere, concluse: - pu darsi! - come avrebbe detto: - buon pro gli faccia!

Val la pena seguir le mosse di questa vecchia volpe in tale frangente. In apparenza  tranquillo. Nelle sue Memorie non fiata; ma veder chiaro, risolver pronto, colpire a segno  la superiorit vera del Talleyrand sugli statisti del suo tempo (e su quelli anche d'altri tempi!); e sia pure che Napoleone sia fuggito dall'Elba, lo accolga pure l'esercito francese a braccia aperte, rivoli pure l'aquila imperiale di campanile in campanile sino alle torri di Nostra Donna di Parigi, sia pur costretto Luigi diciottesimo di rifugiarsi a Gand; il Talleyrand intuisce subito che un 18 brumaio non si rif due volte, che questa ripresa d'armi non pu essere n il Consolato, n l'Impero, bens un romanzo d'avventuriere; che Napoleone pu ben prometter pace e libert alla Francia e Beniamino Constant ammannirgli un disegno di costituzione, che  un capolavoro, ma Napoleone  irremissibilmente condannato alla guerra immediata; e nella guerra non si trover pi a fronte generali da sbalordire di nuovo coi prodigii della sua tattica, bens popoli e condottieri di popoli, il Wellington, il Blucher, lo Schwarzenberg, i quali, al pari del Kutusoff, il Fabio Massimo della resistenza russa del 12, e del Rostopkine, l'incendiario di Mosca, sono divenuti gli eroi delle vendette nazionali contro le sue prepotenze. Il Talleyrand quindi approfitta del primo sgomento degli alleati per strappar loro la dichiarazione  del 13 marzo 1815, la quale pone Napoleone fuori della legge al pari d'un bandito, poi sta inerte aspettando l'esito della guerra, e si traccheggia anzi fino al giugno in Vienna, n raggiunge il Re, se non quando Waterloo ha gi messo fine al tempestoso romanzo dei Cento Giorni. Perch cos lento? Forse ha in fondo all'animo un residuo di dubbio? Chi lo sa? Fatto  che appena giunto a Parigi, il Talleyrand vede nettamente che gli alleati non vogliono pi stare ai patti di prima, e che la reazione pi dissennata prevale nei Consigli del Re. Si oppose finch pot; non vinse che a mezzo, e si dimise.  il momento pi nobile della sua vita, e lo sente tanto egli stesso nelle sue Memorie, che, quasi creda finita la sua carriera politica, vi si drappeggia dentro, come un grande attore al quint'atto d'una tragedia classica, e cala il sipario.
In realt anche l'opera del Congresso di Vienna era finita fino dal giugno. Ma colla seconda pace di Parigi del 20 novembre 1815 la Francia pag il fio dell'avventura napoleonica dei Cento Giorni e peggio ancora le sarebbe toccato, se non erano le rivalit di lord Wellington coi generali austriaci e prussiani e le fantasie mistico umanitarie di Alessandro I, delle quali anche questa volta la Francia s'approfitt. Queste fantasie toccano il colmo nella Dichiarazione della Santa Alleanza, un quid simile di Credo internazionale, che non ha da far nulla col trattato di Vienna, ma sta da s, a guisa della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo, messa in testa alle costituzioni repubblicane francesi del 1791 e 1793 e ricalcata alla sua volta, peggiorandola, su quella delle libere colonie inglesi d'America del 1776. Strani riscontri in verit! Ora il nuovo assetto europeo, deliberato a Vienna e reso definitivo colla seconda pace di Parigi, era, merc della Santa Alleanza, posto sotto l'immediata ed alta sovranit di Ges Cristo, una specie insomma di repubblica savonaroliana, slargata qui ad uno schema universale di Stati cristiani. La dichiarazione della Santa Alleanza reca originariamente le firme sole dei tre sovrani di Russia, Austria e Prussia, non quella d'alcun ministro, n d'alcun plenipotenziario. Altri sovrani accedettero pi tardi, quando cio si furono persuasi che quello sproloquio non impegnava a nulla, come la Francia e la Sardegna; altri si ricusarono con un pretesto, come l'Inghilterra; il Papa vi subodor dentro (e forse non a torto) qualcosa d'ereticale; il Gran Turco infine non s'acquet, se non quando l'ebbero assicurato che la Santa Alleanza non era il principio d'una nuova crociata per la liberazione del Santo Sepolcro. "Ma che le pare, signor Turco?" (gli dissero i diplomatici veri), "non ci mancherebbe altro!!".
Quanto all'Italia in particolare, il Congresso di Vienna vi stabil, come gi dissi, il dominio dell'Austria; dominio diretto in gran parte, indiretto, ma non meno effettivo, su tutto il rimanente, salvo in Piemonte; e, restituito ai Borboni, schiavi dell'Austria, il regno di Napoli, cominci a mostrarsi, a guisa di piccolo chiarore d'un'alba, la necessit storica, che se un giorno l'idea nazionale, uscendo fuori dagli eremi dei letterati e dai nascondigli dei cospiratori, potesse mai spiegare al sole la sua bandiera o troncare colla spada la fitta rete in cui il Metternich avea ravvolta l'Italia, questa bandiera si leverebbe in Piemonte e questa spada sarebbe in pugno ai Savoia.
Nel 15 siamo per ancora ben lontani da che l'idea nazionale inspiri la politica estera del Piemonte, e questa cerchi imperniarsi su una politica interna appena appena ragionevole. Ma gi per parte del Piemonte i sospetti, le diffidenze, le resistenze alle mille insidie dell'Austria sono incessanti e sempre vigili, e, per parte dell'Austria, essa tradisce sempre pi il suo segreto, che  di ridurre indifeso, impotente, se non addirittura soggetto, quest'unico Stato italiano, di cui non solo ha dovuto tollerar l'esistenza, ma lasciare che s'ingrossasse colla Liguria, ed ora, nella seconda pace di Parigi, anche con quella parte di Savoia, che nella prima era stata data alla Francia.
 bello vedere la concordia, la cooperazione, l'intesa di tutti i diplomatici piemontesi in questa lotta, ed  ancora pi bello, pigliandoli per quel che sono in realt, uomini chiaroveggenti, fedeli alla loro vecchia Monarchia, zelanti dell'onor suo, orgogliosi delle sue tradizionali ambizioni dinastiche, e non trasfigurandoli, per uno zelo malinteso, in avanguardie e, al solito, in apostoli e precursori d'indipendenza e d'unit italiana. Sono sparsi per tutto e sembrano una voce sola, il San Marzano ed il Rossi al Congresso di Vienna, il De Maistre e poi il Cotti di Brusasco a Pietroburgo, il San Martino d'Agli a Londra, il Revel e poi l'Alfieri di Sostegno a Parigi, il D'Azeglio a Roma, il Pralormo a Vienna dopo il 20, il Valesia, il Balbo, il Saluzzo, ministri in Torino e tanti altri.
Tutti questi uomini, non sospettabili di certo di tendenze sovversive n tampoco di velleit liberali, sentono profondamente le continue provocazioni austriache dal 15 in poi, e vigilano, dappertutto e sempre, le mene del Metternich. Lo stesso Pralormo, che Luigi Carlo Farini ha detto il meno avverso all'Austria, riassumeva con gran forza in un suo splendido dispaccio del 1821 tutti i torti dell'Austria verso il Piemonte, e caratterizzava con profonda sagacia il movimento del 21 per quello che era: non un pronunciamento alla spagnuola, n una ribellione di nobili alla polacca, come ha preteso in uno dei suoi frequenti accessi di spleen Massimo d'Azeglio, bens la conseguenza necessaria del contegno dell'Austria, che in Piemonte avea per di pi mortalmente offesi nel loro onor militare una dinastia ed un popolo di soldati. Senza di questo, dice il Pralormo, non un soldato si sarebbe ribellato in Piemonte, e se Vittorio Emanuele I fosse corso su Milano, i Carbonari del 21 non avrebbero potuto nulla contro di lui.
Tutto militare e aristocratico fu dunque il movimento rivoluzionario del 1821 in Piemonte, ed  uno dei pi importanti nella storia dei moti rivoluzionari italiani, appunto perch crea nell'aristocrazia militare e diplomatica piemontese quella parte nuova, che poi prevarr sempre pi, la quale, senza ripudiar nulla del suo vecchio patrimonio morale e religioso, accetta quanto v'ha di giusto e di umano nelle idee sopravvissute alla Rivoluzione Francese e sente sempre pi al vivo l'ufficio storico, che contro la intollerabile preponderanza austriaca spetta alla sola regione Italiana, che abbia armi proprie ed una dinastia nazionale.
Beneficio grande, di cui (poich per sommo studio d'imparzialit si sogliono oggi vantare le candide intenzioni dell'Austria e del Metternich in particolare) io non ho, se si vuole, alcuna difficolt di esserle riconoscente.
E per concludere circa il Congresso di Vienna, che  il mio tema, dir che le successive riunioni di Aix nel 1818, di Troppau nel 20, di Lubiana nel 1821, di Verona nel 1822, le quali avrebbero dovuto essere l'applicazione del permanente e pacifico arbitrato internazionale, stabilito nel 1815, ebbero avviamento ed effetto contrario, vale a dire che trasmutandosi sempre pi in un sistema d'intervento armato, di repressioni bestiali e di alta polizia politica nelle mani dell'Austria e scostandosi cos sempre pi dal concetto fondamentale del Congresso di Vienna, esse, in cambio di frenare i moti italiani, argomento prediletto di tutti i loro discorsi, li resero sempre pi intensi, sempre pi larghi e spianarono a questi moti la via del trionfo finale.
Ma cos va il mondo, Signore! Guastare in pratica quello che in teorica era buono, proporsi un fine e riescire ad un altro sono i fatti, che pi comunemente appariscono nella storia, e l'insegnamento di essa, se ne ha uno, si pu quasi sempre compendiare cos: "daccapo e ricominciamo!".




SUI MOTI DI NAPOLI DEL 1820.
 
CONFERENZA DI FRANCESCO SAVERIO NITTI.


[La conferenza di Francesco Saverio Nitti  sotto copyright fino al 2024, ed  stata rimossa da questo file.]



POLITICA E BEL MONDO. CRONACHE FIORENTINE DAL 1815 AL 1831
CONFERENZA DI GUIDO BIAGI.


Signore e Signori,

Il 17 settembre 1814 non fu a Firenze un sabato come tutti gli altri. Sin dall'aurora la gente era tutta in moto, e cos dalle povere impannate delle casupole, come di dietro alle vetrate co' piombi delle case civili e dei palazzi, le fiorentine sempre curiose allungavano gli occhi per guardar gi nelle strade formicolanti di popolo: di contadini in calzon corti, di villane infioccate, di birri, di preti con gli abiti di tutti i colori consentiti dalla licenza francese, e di soldati delle milizie toscane e tedesche, i quali, al suono dei pifferi e dei tamburi, movevano dalla gran guardia di Palazzo Vecchio e dalle caserme verso il Duomo e Porta a S. Gallo. Molta la gente a cavallo, moltissime le carrozze padronali con i lacch a cassetta e in piedi sul predellino di dietro; e procedevano a stento fra il pigia pigia della folla, gravi, pesanti, massiccie come cariaggi, portando quasi in pompa dame e cavalieri,  sgargianti negli abiti di gala che alla Restaurazione aveva legato l'Impero.
Alle ore sette, le milizie erano gi schierate lungo le vie e nell'interno del Duomo: la calca cresceva, e il mareggiare delle teste refluiva verso Porta a S. Gallo; e, pi oltre, attraverso all'Arco trionfale e su per il Ponte Rosso, si stendeva a perdita d'occhio lungo la via Bolognese. In mezzo alle file dei soldati, passavano staffieri a cavallo, battistrada, carrozzoni di gala con cerimonieri, ciambellani, magistrati, ufficiali. Alle otto, col primo colpo di cannone sparato da Belvedere, le campane di tutte le chiese cominciarono a suonare, annunziando ai fedeli toscani che S. A. I. e R. l'Arciduca Granduca di Toscana Ferdinando terzo, movendo dalla villa Capponi alla Pietra, dove aveva fatto breve sosta per riposarsi e cambiarsi gli abiti da viaggio, stava per arrivare a Firenze. Ricevuto dal suo nuovo gran Ciambellano, cav. Amerigo Antinori, e dai due ciambellani di servizio di settimana, Tommaso Corsi e Silvestro Aldobrandini, il Granduca, il cui viaggio da Firenzuola in poi era stato un continuo trionfo, dopo aver vestito il suo grande uniforme, prese posto nella sua muta a sei cavalli infioccata a gala, in compagnia del maggiordomo maggiore don Giuseppe Rospigliosi e del gran Ciambellano cav. Amerigo Antinori.
A questa seguiva un'altra muta a sei cavalli, in  cui erano i due ciambellani di servizio Corsi e Aldobrandini, insieme con i due ciambellani Bodech e Reinack, che il Granduca avea condotto seco da Wisbourg. Intorno all'equipaggio del sovrano galoppavano, superbi delle monture rosse e delle lucerne piumate, dodici uffiziali del nuovo corpo dei dragoni, e alla portiera il Maggiore che li comandava. Lungo la strada, tra il fragor delle campane e il rombo de' cannoni, tra il voco e gli evviva della folla, udivi i comandi degli ufiziali che ordinavano di presentare le armi; e gi dalla scesa del Pellegrino si avanzava entro un nuvolo di polvere, scortata dai dragoni e tutta splendente e luccicante al sole, la carrozza del Principe. Gli evviva, i battimani, le grida scomposte ma fervide, aumentarono coll'ingrossar della folla.
Giunto il Sovrano alla Porta a S. Gallo, il gi senatore Girolamo Bartolommei, gonfaloniere del Comune di Firenze, i Priori e il Magistrato civico, fattisi incontro al Granduca, gli presentarono le chiavi della citt. Voleva il Gonfaloniere in quel punto pronunziare il discorso gi preparato; ma la commozione che prov il valent'uomo come quella onde fu preso il Sovrano, tronc ad ambedue la voce, e le sole lacrime del Gonfaloniere e dei Priori furon l'omaggio ch'essi seppero rendere in nome della citt all'amatissimo Principe.
La scena pu parer comica, poich risveglia il ricordo di tanti altri ingressi burleschi, di tanti discorsi di gonfalonieri e di sindaci che non furon troncati dalle lagrime, bens dagli sbadigli e dalle risa. Ma possiamo esser certi che quelle lagrime de' magistrati fiorentini eran vere, sgorganti dal cuore, e che le accoglienze ch'ebbe Ferdinando terzo in Firenze e in tutta Toscana, quando vi rimise il piede dopo quindici anni di esilio, erano spontanee e sincere.
L'entrata del Granduca somigli ad un trionfo, come il suo ritorno nei domin toltigli dall'invasione francese parve opera di giustizia riparatrice. Il buon popolo fiorentino l'avea veduto lasciare la reggia e Firenze una triste mattina del marzo 1799, e con lacrime aveva accompagnato la sua dipartita. Ferdinando avea preso la via di Vienna, rassegnato e fidente, raccomandando a' sudditi di rimanersene in calma, e di confidare nella Provvidenza. Ora, dopo tanti rivolgimenti, dopo tante scosse e cos rumorose cadute, egli tornava come un padre che rientri in casa sua, con la coscienza di non aver rimproveri da farsi, con la fiducia di poter essere ancora amato dai sudditi.
L'ingresso in citt fu fatto in gran pompa. Sulla Piazza di S. Marco, trasformata in anfiteatro, sorgeva un gruppo trionfale rappresentante la Vittoria, la Concordia, la Giustizia e la Pace che conducevano il carro su cui sedeva Ferdinando terzo. I pi  illustri artisti dell'Accademia avevan lavorato a cotesto gruppo e a tutte quelle simboliche architetture: il Morrocchesi, Pietro Bagnoli, Francesco Benedetti, perfino i cherici del Collegio Eugeniano, avevano cantato il ritorno dell'ottimo, del desideratissimo Principe. Dalla Porta a S. Gallo al Duomo, dov'ebbe la benedizione, dal Duomo a Pitti, e poi la sera alle Cascine e per le vie di Firenze, e il giorno appresso e in quelli in che celebraronsi le feste date dalla Comunit col palio dei Cocchi in piazza S. Maria Novella, con illuminazioni e fuochi d'artifizio, gli evviva, gli applausi e le grida gioiose non ebbero freno. L'arciduca Leopoldo principe ereditario, le arciduchesse Maria Teresa e Luisa, che arrivaron dipoi, ebbero anch'esse accoglienze festose, e plausi e acclamazioni. Il canto de' poeti rispecchiava i sentimenti del popolo:

Regna e tramanda nell'augusta prole
Le tue virt; basta che a te somigli.
Tu lei volesti, e te l'Etruria vuole.
Pi numerosa gente altri si pigli,
Pi fida no, n pi in amor sincera:
Maggior d'ogni altro  chi sui cori impera!

Il ritorno di Ferdinando terzo chiudeva per Firenze un periodo sciagurato pieno di rivoluzioni, di rimescolii e di paure. In quei quindici anni quante scosse e quante commozioni, quanti ingressi trionfali e quante fughe paurose e precipitose! Nel 1799 il generale Gaultier d lo sfratto al Granduca, pianta gli alberi della libert sulle piazze di S. Maria Novella e S. Croce, arresta alla Certosa quel povero vecchio cadente del pontefice Pio sesto e lo spedisce prigioniero in Francia a morirvi d'angoscia, spoglia la galleria e la reggia de' Pitti de' suoi capolavori, e pochi mesi dopo, il 5 luglio 1799, sgombra con le sue milizie Firenze. Tornano gli Austriaci e restaurano il governo di Ferdinando terzo, mentre le frotte dei contadini insultavano e rubavano quanti aveano al governo francese aderito. Ma seguono le vittorie sfolgoranti del Bonaparte e, dopo Marengo, gli Austriaci sloggiano alla lor volta; e Firenze vede, il 15 ottobre 1800, l'entrata del generale Dupont, e poi quella del Miollis, l'amico di Corilla Olimpica; e il 27 marzo 1801, Giovacchino Murat, che in nome del cognato Bonaparte prende il comando della Toscana.
Il 12 agosto altro ingresso trionfale! Ricordate? la Toscana, col trattato di Madrid, era stata trasformata in regno d'Etruria, e Lodovico di Borbone, gi duca di Parma, veniva a prenderne possesso. Regno breve e inglorioso: il 29 maggio 1803, morto Lodovico, gli succed l'infante Carlo Lodovico suo figlio col titolo di secondo Re d'Etruria, e questi, il 10 dicembre 1807, parte da Firenze con Maria Luisa sua madre per occupare un altro regno, quello di Lusitania, largitogli dall'imperatore Napoleone, nel cui nome il generale Reille occupava Firenze. Il 24 maggio 1808, la Toscana, divisa in tre dipartimenti dell'Arno, del Mediterraneo e dell'Ombrone, fu riunita all'Impero e governata da una Giunta di governo, preseduta dal barone Menou, generale delle truppe francesi. Neppure un anno dopo, il 3 marzo 1809, i tre dipartimenti furon trasformati in granducato, e ne fu investita Elisa, sorella dell'Imperatore, sposa a Felice Baciocchi, principessa di Piombino e duchessa di Lucca. Il 1 aprile, Elisa faceva il suo ingresso in Firenze, che di lei e del suo governo ricordava pi tardi con piacere due cose: le riviste militari ch'ella passava a cavallo, seguta dal marito Felice, - e i lampioni a olio messi a spese del Comune per le vie della citt dopo il 1809. Ma scorsi appena cinque anni dalla sua venuta, il 1 febbraio 1814, alle nove e mezzo della mattina essa fuggiva alla volta di Lucca, dove aveva gi spedito la principessina sua figlia e di nottetempo parecchi carri pieni d'argenterie e di cose preziose.
Quell'anno 1814 fu veramente pieno d'eventi, e per Firenze di curiose sorprese. I Francesi eran quasi tutti partiti, assai prima di Madama Elisa, ed entravano le truppe napoletane col Maresciallo di campo Minutolo, che in nome del Murat, anzi di Gioacchino Napoleone Re delle Due Sicilie, prendeva possesso della citt. Al Minutolo succedeva il Lechi, luogotenente generale comandante superiore della Toscana, che dopo un blocco di 20 giorni e pi, faceva, il 23 febbraio, evacuare dalle fortezze da Basso e di Belvedere le guarnigioni francesi rimastevi. Poi, quando gi la Toscana era tutta occupata da milizie napoletane, - in forza della convenzione di Schiarino-Rizzino onde il Murat dovette contentarsi del Reame di Napoli, - stabilita con l'atto di Parma la reintegrazione di Ferdinando terzo in Toscana (20 aprile 1814), giunse il 26 aprile in Firenze il duca di Rocca Romana, Commissario di S. M. il Re di Napoli, per la consegna della Toscana al Commissario generale del granduca Ferdinando terzo. E in nome di questo, il 1 maggio 1814, don Giuseppe Rospigliosi, come plenipotenziario, ne prendeva possesso.
In quindici anni, dieci cambiamenti di governo! di che nella stampa del tempo resta appena la traccia. L'unico foglio politico pubblicato allora in Firenze, soltanto in una settimana del febbraio 1814 muta tre volte il titolo, e da Giornale del dipartimento dell'Arno, come si chiamava il 3 febbraio, diventa il 5 febbraio Giornale politico di Firenze, e il 10 Gazzetta di Firenze. Ma se cambia di titolo non cambia di proprietario, e seguita a stamparsi da Giuseppe Fantosini da S. Maria in Campo. Cambino pure i governi, ma gli uomini di carattere, i tipografi d'allora, non lo cambian davvero!

La restaurazione voleva dire per i toscani il benessere, la pace, la tranquillit. Del governo francese e del napoleonico, piuttosto che certe benefiche riforme legislative, ricordavano le spoliazioni vandaliche de' musei, le leve forzate di tanta florida giovent mandata a morir lungi da' suoi, le imposizioni continue, intollerabili, le persecuzioni ai religiosi ed ai preti, l'infrancesamento della pubblica cosa, l'obbligo di rinunziare alla lingua nativa, e la soggezione ad un padrone lontano.
I Toscani, per l'indole loro, per tradizioni antiche, per lingua, si sono sempre sentiti anzitutto toscani, e poco o punto disposti ad imbrancarsi con altra gente e a perdersi nella gran confusione di mescolanze diverse, tramezzo alle quali rischiavano di rimanere, nella loro, non so se timidit o selvatichezza, un po' sopraffatti. L'unit napoleonica o murattiana non poteva a loro gradire, massime scorgendone da presso piuttosto il danno che l'utile. Essi ricordavano, a proposito di riforme, quelle iniziate da Pietro Leopoldo e lasciate in retaggio da lui a Ferdinando: ricordavano gli anni prosperevoli, i raccolti abbondanti non disertati dalle milizie straniere, non occhieggiati dall'avido fisco: ricordavano il Principe che si mostrava a' sudditi semplice, buono, alla mano, come un padrone amorevole, e del paterno regime amavano la pacatezza e magari la severit, magari l'arbitrio, perch le busse del babbo non sono offesa, ma meritato castigo.
La stessa scioltezza del vivere ch'era diventata soverchia e stomachevole, massime fra quelli che aveano buttato il saio o il collare alle ortiche, faceva desiderare il ritorno all'antico. E pi dovevano augurarlo e pregarlo i nobili che del Codice Napoleone, in cambio del divorzio, di cui non avevano mai sentito il bisogno, videro distruggere le antiche prerogative, per giovare a' nuovi favoriti della fortuna. L'abolizione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni loro avea scosso la propriet: la mancanza di braccia, tolte dalle leve ai lavori dei campi, nociuto all'agricoltura. Le guerre napoleoniche nelle quali si combatteva in terre remote per l'ambizione di un uomo, costavano troppo buon sangue toscano, e nelle famiglie lasciavano troppi vuoti che non era agevole colmare.
"Ferdinando terzo, ammaestrato dagli avvenimenti, era tornato dall'esilio in Toscana pi desideroso di pace che di potenza, risoluto di obbedire alla mitezza della propria indole, anzi che agl'imprudenti rancori del Metternich"(3). Toscano com'era d'indole  e di rimembranza, e in Austria negletto, aveva in uggia i Tedeschi "ch'ei chiamava legnosi, e la Corte di Vienna, le cui alterigie, i sussieghi, la grulla rigidit delle cerimonie gli destavano insieme riso e piet." A Salisburgo, di cui gli dettero a gran stento la possessione, dolevasi del clima, della solitudine e del sito della citt, - della mancanza di gelati e del non vedere italiani.
Nomin segretario di Stato il conte Vittorio Fossombroni e gli dette per compagni nel ministero, ma con minor grado, don Neri dei principi Corsini per l'interno e Leonardo Frullani per le finanze. Il Fossombroni, matematico e idraulico valentissimo, "fu quel che poteva essere, dopo il 1815, il ministro di un principe mite nella pi mite provincia d'Italia."
Principe e Ministro andavano pienamente d'accordo nel non voler compromettere la dignit del sovrano e l'indipendenza dello Stato. Ferdinando terzo era franco e non celava la sua ammirazione per Napoleone, al quale soltanto, e non al fratello, dovette il principato di Wurtzburgo, datogli in retaggio per il trattato di Luneville. A quelli che per aver titolo ad ottener da lui grazie od impieghi, vantavansi di non aver mai servito l'Usurpatore, rispondeva: "Faceste male: l'ho servito io, potevate servirlo anche voi." Avverso alla politica di Metternich, che credeva nociva agl'interessi della sua Casa, e geloso della propria indipendenza, una volta che il conte di Fiquelmont, ministro d'Austria, cercava di mettergli in sospetto alcuni dei pi segnalati cittadini, il Granduca rispose: "Ella faccia sapere al suo sovrano, come io far sapere a mio fratello che de' miei sudditi io solo dispongo e rispondo."
Con minor fierezza, anzi con una mellifluit quasi canzonatoria, il rappresentante di cotesto principe alla buona, ch'era un uomo di spirito oltre ad esser un dotto, e a cui la matematica aveva appreso l'equazione fra la politica e il buon senso, al Ministro d'Austria che pretendeva 300,000 scudi per non so quali crediti vantati dall'Imperator d'Austria, rispose:
- Eccellenza, si potrebbe disputare se S. M. debba avere questi quattrini; ma si perderebbe tempo, perch tanto io i 300,000 scudi non li ho.
- Ma S. M. l'Imperatore li vuole....
- Eccellenza, e se a S. M. l'Imperatore saltasse in testa di volere da me 300,000 elefanti? Io non potrei che rispondere: Eccellenza, non li ho.
- Ma io debbo scrivere a Vienna....
- V. E. scriva che il ministro Fossombroni  sempre pronto a compiacere S. M. l'Imperatore, qualunque sia la cosa che si degni di chiedergli; ma che per il momento si trova a corto cos di scudi come di elefanti. -
Un altro aneddoto che dipinge l'uomo. Il suo segretario particolare (allora si chiamavano pi modestamente commessi fiduciari) gli port un giorno molte carte da firmare; e poi - come successe pi tardi a un ministro di Vittorio Emanuele famoso per le sue distrazioni - scambiando il calamaio col vaso del polverino, macchi d'inchiostro tutti quei fogli. L'impiegato rimasto di sale, si lasci scappare un:
- E ora?
- E ora, - rispose con l'usata bonariet il ministro Fossombroni, - si va a desinare.
- Ma, e gli affari?
- Domani, mio caro, domani. Il desinare brucia e lo Stato no. -
E per quel giorno - scrive l'arguto figlio di quel segretario - le staffette non partirono e la Toscana si govern da s e nessuno se ne risent.
Il mondo va da s, soleva affermare il Fossombroni, che cotesta massima considerava un assioma  di profonda politica. Di che molti oggi, anche ministri, lo han censurato.
Ma, secondo me,  bene che cos vada. Sarebbe peggio, se lo dovessero mandare i ministri!

Checch altri opini, la Toscana sotto il governo restaurato di Ferdinando terzo visse anni felici di prosperit materiale, di liberale mitezza, con leggi, se non in tutto buone, certamente applicate con grande moderazione. Uno Stato compreso - come diceva il Niccolini - tra Orbetello e Scaricalasino, non era difficile a governare. Il popolo, de' trambusti passati si rifaceva nella tranquillit, un po' supina, se vuolsi, di quegli anni, ma onesta e sicura; contro le inframmettenze e le prepotenze dell'Austria, vegliavano il Sovrano e i Ministri. L'aristocrazia accarezzata a Corte era tenuta lontana da ogni ingerenza che potesse parere soverchia: favorita la piccola gente: gl'ingegni mezzani e pieghevoli lusingati con accorte blandizie: gli esuli e i liberali sorvegliati senza eccessivi rigori: si voleva, e si ottenne, che i Toscani d'ogni condizione, d'ogni classe, d'ogni et, riuniti nell'amore del Sovrano e del pubblico bene, formassero una sola famiglia. Al Granduca era grato il riposo e il vivere lieto: del principato amava pi i comodi che le cure: gli piacevano gli ozi delle villeggiature medicee, nelle quali gradiva la compagnia degli uomini colti, come Gino Capponi, che fu suo ciambellano.
Racconta il Capponi che una volta al Poggio a Caiano andarono in gran fretta da Firenze i Ministri per tenere un consiglio straordinario. Partiti i Ministri, il Granduca chiam il Capponi nella sala stessa dov'erasi adunato il Consiglio, parata d'un drappo di seta a fiorami, e mostrandogli certe rose che ricorrevano di tratto in tratto nel tessuto, gli domand se gli pareva che avessero tutte un ugual numero di foglie; ed avendo il Capponi risposto affermativamente: "Lei sbaglia, riprese il Granduca, perch in quell'angolo ce n' una che ha una foglia di meno, forse per malefatta del tessitore."
Ed era vero; ma il Granduca, per essersene accorto, doveva, durante il consiglio, aver badato pi a quelle foglie che agli affari di Stato.


 2.
 
Piccole le figure; ristretto e piccino anche il quadro.
La Firenze di cotesto periodo non era della Firenze d'oggi che il boccio, apertosi pi tardi nel fiore che ne usc fuori con tanto rigoglio e tanta vivezza di colori e di profumi. Allora noverava circa 80,000 abitanti: e nel perimetro della quarta ed ultima cerchia delle sue mura, spesseggiavano verso la cinta gli orti, i giardini, i poderi, tanto da occuparne un buon terzo. Nel centro, le strade, intorno al Vecchio Mercato ed al Ghetto che abbiam veduto distruggere, erano strette, malagevoli, storte. Via de' Calzaioli, che allora chiamavasi Via dei Pittori e Corso degli Adimari, era cos angusta che non vi passavano due carrozze di fronte, e quando fu allargata nel 1842 abbattendo l'antica torre che sovrastava il suo ingresso verso Piazza del Duomo, la pacata musa di Emilio Frullani ne salut la scomparsa non senza rimpianto.

Cadrai tu pure, antica
Torre degli Adimari;
E non gente nemica,
Ma cittadini avari
Ti combattono i fianchi, e si saluta
Con plauso il giorno della tua caduta.

I Lungarni, di qua terminavano al Ponte alla Carraia, e poc'oltre Piazza de' Cavalleggeri: di l al Ponte S. Trinita e al Torrino di Santa Rosa. Strettissime Via de' Martelli, Via de' Cerretani, Via de' Panzani e Via de' Tornabuoni, dove la loggetta del palazzo Corsi sorgeva al fianco del palazzo Strozzi. Le Cascine arrivavano sin presso S. Lucia sul Prato, e vi si accedeva o dalla Porta al Prato o dalla Porticciuola di Piazza delle Mulina, dov' ora Via Curtatone. Fra Valfonda e Via della Scala, nell'area occupata dalla Stazione e dalle strade adiacenti, si stendevano orti e poderi; fra Via S. Zanobi e l'odierna Via Guelfa sino alle Mura, orti e poderi; e cos fra Via del Maglio (Via Lamarmora) e Via Gino Capponi, e in quel grande rettangolo che avea per lati: Borgo Pinti, Via de' Pilastri e Borgo la Croce e le mura da Porta a Pinti a Porta alla Croce.
In Piazza del Granduca, fra Calimaruzza e Vaccherecchia, la Tettoia de' Pisani copriva l'edificio della Posta, dove entravano e donde movevano allo squillo delle cornette le vetture corriere, co' variopinti postiglioni a cavallo, svelti e vivaci alla partenza, sudati e polverosi all'arrivo desiderato, e sempre accerchiati e molestati dai monelli, dai curiosi, dai fannulloni. Traverso alle inferriate del palazzo si distribuivano le corrispondenze: e nei giorni di posta (perch a quei tempi beati anche la posta si riposava), sotto il tetto de' Pisani affluivano quanti aspettavano lettere: e ne chiedevano agl'impiegati con quell'ansiet onde ne chiedono anch'oggi, e ne erano accolti colla stessa fiaccona. Di solito, tranne nelle vie principali e la festa, o per qualche ricorrenza, poca gente per le strade. Vetture di piazza non c'erano: fino al 1824 S. Fiacre non ebbe culto fra noi. In quell'anno ne comparvero cinque o sei, ed ebbero per stazione Piazza del Duomo presso il Sasso di Dante. In Via Larga, di faccia al palazzo Riccardi, fra una lastra e l'altra cresceva l'erba. Modeste le botteghe, anch'esse tagliate all'antica: come quelle pi antiche del Ponte Vecchio o le ultime scomparse presso Badia, aveano dinanzi un muricciuolo, entro il quale si apriva uno stretto usciolino, e di qua e di l sul muricciolo eran le bacheche, di vetri verdastri, tra le cui crociate entrava nella bottega una luce discreta.... come i prezzi d'allora. Dopo il 1814, cominciarono a comparire nei negozi pi eleganti le prime vetrine, e ne segnala lo sfarzo meraviglioso nella sua Cronaca manoscritta Gaetano Nardi, cuoco degl'illustrissimi marchesi Niccolini, che a' suoi padroni lasci in retaggio venti e pi volumi di storie, dove ragiona di tutto, d'archeologia e d'edilizia, di religione e di politica, dimostrando le strette attinenze che ha sempre avuto la politica con la cucina.
La vita fiorentina di quegli anni, la vita pubblica almeno, consisteva in feste di chiesa, in processioni, sfoggiate e solenni, in fiere di nocciule, di cocci di cianfrusaglie, in riviste o come dicevansi parate militari, in corse di barberi, nelle quali si correvano palii o bandiere, nella gran corsa dei cocchi in Piazza S. Maria Novella la vigilia di S. Giovanni, in fuochi artificiali che per lo pi scoppiavano e sfolgoravano in razzi e pioggie luminose dall'alto della Torre di Palazzo Vecchio; in mascherate, in festini sotto gli Ufizi, ed in balli. Lo scoppio del carro del Sabato Santo, la fiera della SS. Annunziata l'8 settembre con l'illuminazione e le rificolone, richiamavano a frotte il contadiname e la gente de' paesi vicini, que' buoni terrazzani che, nelle solennit, assaporavano con ghiotta parsimonia un di quei gelati del Bottegone, mantecati, deliziosi, che si ergevano piramidali sopra uno stretto ed esile bicchierino. Le processioni, i servizi di chiesa, ristabiliti col 1815, quando si ripristinarono con gran pompa le feste del Corpus Domini e di S. Giovanni Battista, empivano d'allegrezza l'animo di tutti, e di rimpianto chi era impedito d'assistervi. Giacomo Leopardi, tormentato da uno de' suoi mille malanni, scriveva nel 1827: "Domani sar per me un giorno feriato. Gli altri avranno corse di bighe, corse di barberi dei primi d'Italia, fuochi artifiziali che costano non so quante migliaia.... Io non vedr nulla, e me ne dispiace." E davvero c'era di che lamentarsi!
Per il Corpus Domini si faceva la gran processione, preparata, aspettata, desiderata di lunga mano. I giorni innanzi si stendevano grandi tendoni bianchi sulle vie per cui doveva passare, e gi la citt pigliava un aspetto festivo. Chi abitava pi su dei primi piani doveva rassegnarsi a non veder nulla di casa sua; ma i favoriti dalla fortuna addobbavano le finestre e i terrazzini con tappeti ed arazzi, preparavano le bombole, gli scartocci o le padelle per l'illuminazione, con gran gioia dei ragazzi che gi apparecchiavano lo stomaco per i rinfreschi e sognavano la notte i fuochi, i soldati e gli spari. Finalmente veniva il gran giorno, salutato dallo scampano di tutte le chiese. Il momento solenne si avvicina. Ecco la processione: sfilano le compagnie delle parrocchie con gli stendardi e i fuciacchi; seguono le fraterie salmodiando; e poi, precede il clero di S. Lorenzo, e quello della Metropolitana, prima i seminaristi poi i chierici. Segue un battaglione di fanteria con banda; indi i cappellani e un battaglione di granatieri. Ecco le livree di Corte, la nobilt in uniforme e spadino, e l'uffizialit in gran montura. Seguono i canonici della Metropolitana, i furieri e gli uscieri in uniforme di gala, poi i ciambellani coperti di croci e di ricami, i canonici dignitari con le pellicce magnifiche, i consiglieri che recano torce date dalla Corte, i Ministri ecclesiastici parati, le cariche di Corte con torcie, e finalmente il baldacchino fiancheggiato da 8 paggi coi loro precettori in linea e senza torcia e 8 guardie del corpo con carabina. L'aste del baldacchino son sostenute da' cavalieri di S. Stefano vestiti del lungo manto bianco con le maniche foderate di rosso, con la croce purpurea a manca o sul petto. E dietro al baldacchino S. A. I. e R. il Granduca, con 4 guardie del corpo armate di carabina, segute dal gran ciambellano, dal segretario d'etichetta, dai camerieri e dalle magistrature. Chiudono il corteggio una brigata di guardie a cavallo e le milizie toscane, con gli enormi gaschi e le lucerne; e i tamburi, in doppie, in quadruplici file, seguti dai pifferi e diretti, guidati, tiranneggiati dal gigantesco capotamburo, che rotea in alto superbo la sua mazza d'ebano col pomo d'argento, al cui terribile cenno essi battono il rullo assordante o lo sospendono d'un tratto... impietriti.
La vigilia di S. Giovanni, nel dopopranzo, il palio dei cocchi in Piazza S. Maria Novella, a cui interveniva nei carrozzoni di gala e in gran pompa la Corte, che prendeva posto coi Ministri esteri in un palco sotto le loggie di S. Paolo. Cominciava la festa con un corso di carrozze, mentre i palchi dell'anfiteatro, le finestre, le terrazze e perfino i tetti delle case sulla piazza si empivano, si accatastavano di spettatori. E all'ora fissata, i soldati sgombravano la Piazza e comparivano le quattro bighe alla romana, guidate da un auriga, non diciamo un cocchiere, vestito all'eroica, di rosso, di giallo, d'azzurro o di verde come il suo cocchio. Tirato il canapo e data la mossa, tra gli applausi, i fremiti e le ansie della folla, le bighe giravano tre volte attorno allo steccato da una guglia all'altra e chi primo giungesse avea gli onori del trionfo, gli evviva, gli abbracci e la gloria d'un giorno. La sera fuochi d'artifizio da Palazzo Vecchio, e dopo il 1826 sul ponte alla Carraia; illuminazione della citt, della Cupola, del Battistero e del Campanile, e trattenimento musicale nel recinto fra la Canonica e il Duomo.
Il giorno di S. Giovanni, il Gonfaloniere col Magistrato civico recavasi al tempio per l'offerta della cera; poi messa pontificale dell'Arcivescovo nella Metropolitana, a cui interveniva la Corte. Nel pomeriggio corsa di barberi dalla Porta al Prato a quella alla Croce, con premio d'una ricca bandiera, che si faceva benedire in S. Giovanni. La corte assisteva allo spettacolo dal terrazzo al principio del Prato, con in faccia schierate le guardie a cavallo. Il tragitto era percorso dai barberi in circa sette minuti, e dalla sommit della Porta alla Croce si facevano alcune fumate di polvere per avvisar qual dei cavalli fosse primo arrivato, e le fumate ripetevansi dalla pergamena della Cupola del Duomo: il Sovrano, vedutele dalla sua loggia, segnava il nome del vincitore sulla nota che aveva in mano e che gettava alla folla. La sera spettacolo di gala all'I. e R. Teatro di Via della Pergola con grande illuminazione e con passo libero al popolo, o feste campestri nel giardino del Teatro di S. Maria, pi tardi intitolato al Goldoni.

Ma non scordiamo gli spari, le salve di artiglieria e moschetteria, che si facevano sulla Piazza del Duomo e dal Forte di Belvedere, mentre il Granduca e la Corte assistevano alla messa pontificale! Al comando caricat'-arm! gridato dai comandanti a cavallo, i fucilieri eseguivano i 24 movimenti prescritti; le bacchette d'acciaio, svelte con prestezza dai fucili, luccicavano fra le mobili dita dei militi, e dopo mille giravolte cadevan tutte d'un colpo nelle canne dei moschetti, per uscirne, e dopo altrettanti giri, tornare al loro posto: s'innescava il fucile, l'acciarino batteva sulla pietra; e da quelle mille bocche da fuoco scoppiava il baleno ed il tuono, mentre un fumo denso e biancastro avvolgeva ogni cosa. I ragazzi e le donne strillavano o si tappavano gli orecchi; e dopo il terribile rimbombo, riapparivano le file dei soldati, immobili, come fantocci di legno. Per ogni colpo, 24 movimenti e tre minuti di manovra! Il tempo per scappare fuori di tiro!


 3.

A tutti questi divertimenti, e perfino ai pi umili, anche a quello della caccia al grillo il giorno dell'Ascensione alle Cascine, partecipava con la Corte il bel mondo che - come dice lo Stendhal - metteva in pratica la grand'arte d'esser felice, senza neppur sapere quanto sia difficile il possederla.
La societ elegante, la nobilt e la cittadinanza pi ricca non sdegnava di restare a Firenze molta parte dell'anno. In campagna a villeggiare si andava soltanto in maggio e in giugno, ritornando in citt per il Corpus Domini e per le Feste di S. Giovanni. E in citt, nei palazzi e nelle case antiche, in quelle vecchie strade dove ne' solleoni senti uscire dalle cantine e dai cortili un frescolino che par quasi alitare dalle pietre come vi fosse dentro conservato da secoli, - non temevano gli ardori canicolari e non sentivano il bisogno n delle bagnature, n dell'aria di montagna. I bagni eran soltanto per i malati sul serio; e i medici non conoscevano che la virt terapeutica dei Bagni di S. Giuliano e delle Terme di Montecatini; e ci spedivano chi ne avesse bisogno, e non, come ora, tutta la famiglia. In campagna si tornava dopo la SS. Annunziata (15 d'agosto) e ci si restava fino a S. Michele (29 settembre), senz'altri svaghi che la solita partita, il paretaio o la caccia a tempo e luogo, qualche ballonzolo campestre per la vendemmia, e i dilettevoli giuochi di societ come la berlina e il tibid.
D'inverno in citt si tenevano le conversazioni, ricevimenti alla buona dove si giuocava al terzilio, alle minchiate, a' quadrigliati, a calabresella, al whist ed all'hombre, si faceva un po' di musica con forte-piano, cembalo, violini, violoncelli e cantanti da camera, e si giravano rinfreschi, sorbetti, acque, sciroppi, e qualche volta il th. D'estate si riceveva in giardino, e si passava il cocomero in diaccio. La padrona di casa riceveva in abito accollato; perch in giubba e in dcollet non si andava che a feste per inviti in iscritto.
Fra i salotti pi antichi, quello della contessa d'Albany, che abitava, com' noto, nel Palazzo Gianfigliazzi in Lungarno. Negli ultimi anni, la Contessa ed il Fabre eran diventati molto agri, lei in ispecie, fosse la politica o la vecchiaia o l'uggia di vedere che tutti la rispettavano, fuori che il tempo. I sabati della Contessa erano frequentatissimi dai forestieri, dai diplomatici e dai Fiorentini, che bofonchiavano un maligno epigramma:

Lung'Arno ammirano i forestieri
Una reliquia del conte Alfieri.

Una sera, coi fratelli Robilant, arrivati allora in Firenze ci capit, dopo la Pergola, anche Massimo d'Azeglio, che le sent dire, rivolta al principe Borghese: "A quelle heure viennent ces Messieurs!" L'Azeglio, incenerito da quel fulmine, si tir indietro e s'accost al conte di Castellalfero, ministro sardo in Toscana, che essendo sera di gala portava il grande uniforme tutto ricamato con gran cordoni e croci e patacche di brillanti e che l'accolse con l'usata benevolenza. Rinfrancato, venne all'Azeglio l'idea di pigliare da un vassoio un gelato, di quelli durissimi, che si chiamavano allora mattonelle, e che voleva rappresentare una psca. "Io mi trovavo proprio a petto al Conte, scrive l'Azeglio, e mentre cerco col cucchiaino d'intaccare la mia psca, ecco che mi schizza di sotto come un nocciolo di ciliegia pizzicato, la vedo balzare sul gran cordone del Ministro, e dal cordone rimbalzare sul tappeto e rotolare fin davanti alla contessa d'Albany. - Mi pare di correre ancora! e fu quella la mia ultima visita!"
Morta la Contessa nel 1824, la sua perdita alla maggior parte dei nostri e degli stranieri, fu meno sensibile che non doveva. La societ buona in tutti i paesi, osservava Gino Capponi, che fu assiduo di quel salotto,  un mauvais lien avou, e si reputa virt il dir male di quelli che si frequentano pi.
Ma, di case ospitali, a Firenze non c'era penuria. La marchesa Clementina Incontri, nata di Pri, coltissima dama, apriva il suo palazzo di via de' Pucci alla pi eletta societ, e vi convenivano i Piemontesi pi specialmente e i letterati. In casa Incontri, come in casa Rinuccini, le persone pi istruite e pi liberali eran le meglio accette; perch coteste due famiglie fin dai tempi dei Francesi furon l'anima del partito rinnovatore italiano e parteggiavano per Eugenio Beauharnais, vagheggiando e caldeggiando la riunione della Toscana al Regno Italico. Il marchese Pier Francesco Rinuccini e il marchese Lodovico Incontri erano stati in giovent benissimo accolti in casa del ministro Tassoni, che rappresentava il Vicer d'Italia presso la Regina d'Etruria e dipoi presso il Governo provvisorio francese e la granduchessa Elisa Baciocchi. Le tradizioni liberali delle due famiglie, apparvero anche nei parentadi, perch le tre figlie del Rinuccini andarono spose una al marchese Trivulzio di Milano, una a don Neri Corsini marchese di Lajatico e la terza all'emigrato pontificio marchese Azzolino; mentre una delle figlie di Gino Capponi ebbe per marito il figlio del marchese Lodovico Incontri.
In casa Rinuccini, cos nel palazzo d'oltrarno come nella villa alla Torre a Quona, si coltivava la musica e si facevan recite memorabili. Nel teatrino della Torre a Quona, ne rimasero e forse ne durano ancora i ricordi, nei vestiari coi quali le damine e i cavalieri d'allora si trasformavano nei personaggi del Goldoni, del Giraud o del Nota.
Un tempo, il marchese Pier Francesco Rinuccini mise in voga le cene, che si facevan d'estate, in carrozza, con allegre comitive, andando qua e l ne' dintorni, ne' freschi delle notti stellate. Le cene duravano fin quasi all'alba, i palazzi restavano muti e abbandonati nell'assenza dei padroni. Una notte, il marchese Pier Francesco, tornato a casa all'improvviso, non trova nessuno in porteria, sale le scale quasi a tastoni, entra nel quartiere che vede illuminato, e gli si presenta dinanzi un servo con un vassoio pieno di rinfreschi.
- Che cosa fate? dove andate? - gli grida.
Il servo allibisce. Il Marchese si fa innanzi, spalanca una porta e vede nel salone una scena singolarissima: coppie che ballavano, e che al suo apparire rimasero di stucco. I servitori e le cameriere, la guardaroba, l'anticamera, la cucina e la scuderia, facevano da padroni, e se la scialavano allegramente.
Qualche ballerina svenne, e il Marchese dur gran fatica a fare il serio ed il burbero.
Ma d'andar fuori a coteste cene, d'allora in poi, pass la voglia a lui e agli amici.

La bonariet indulgente de' patrizi non veniva mai meno. Se il Granduca andava fuori a passeggiare a piedi, con lo scialle sul braccio, reggendosi l'ombrellino; i signori non erano meno cordiali, espansivi, alla mano. Anche nelle case pi nobili si riceveva persone d'altro ceto, e il gioved e la domenica c'era sempre in tavola la posata o per qualche sacerdote, o per qualche artista o letterato, che riferiva le notizie correnti e restava la sera a far la partita. Le spese non erano grandi: la tavola abbondante ma senza spreco; i vini forestieri venner di moda pi tardi coi nuovi ricchi, e le gole toscane si contentavano del vermutte, del vin santo e del trebbiano, spremuti dai vigneti fiorenti, ancora immuni dalla crittogama e dalla peronospora, celebrati dal Redi e dal Carli.
Per abbozzare alla meglio un quadro della vita fiorentina in quegli anni, riferir alcuni passi d'una lettera scritta da Vienna nell'aprile del 1822 al senatore Giovanni Degli Alessandri, presidente dell'Accademia di Belle Arti e direttore delle Gallerie, dal conte Angelo Maria D'Elci, grande e benemerito bibliofilo e poeta satirico mordace. Il D'Elci che don la sua ricchissima collezione di libri rari alla Laurenziana, era un feroce codino, che salut con gioia la caduta di Napoleone e il ritorno del paterno regime: era altres assai sciolto e libero nello scrivere, e le lettere all'Alessandri, sono assai pi salate degli epigrammi che pubblic. "Quanto all'uniformit e monotonia della vita quotidiana che cost si mena, credetemi che  la stessa cosa anche qua a Vienna; colla sola differenza che cost tutto si fa in piccolo e in brutto e qua in gigantesco e magnifico. Cost si giuoca e si perde al pi cinque paoli per sera: qua si giuoca pure e si perdono 4 o 500 zecchini. Parlo di giuochi di societ: hombre, whist, ecc. Quando l'Ambasciatore di Napoli d pranzi, ogni pranzo costa circa 3 o 400 zecchini. Quindi i principali signori sono gottosi, malsani e s'abbreviano e s'infelicitano la vita col mangiare, col bevere e con gli stravizzi. Tutto ci si fa anche in Firenze, lo so; ma finalmente non ci si spende tanto. Non vi parlo del lusso di cavalli, di carrozze, di livree, di mobili, n della magnificenza dei debiti e dei fallimenti. In Firenze nel corso di tutta la mia vita non ho veduto altro fallimento che quello del Sassi, che abbia fatto onore al paese...." E prosegue brontolando contro quello che rovina ogni buon principio, divora le sostanze, impedisce l'istruzione, sovverte le famiglie, e turba l'amministrazione pubblica e la privata. "A parer mio, questo gran disordine  l'epicureismo, e credetemi che l'ozio, la negligenza, l'ignoranza, la corruzione, l'ambizione stessa viene dall'eccessiva voglia di divertirsi per fas e per nefas."
Ma questi rimbrotti codini, non del tutto immeritati, dovevano rivolgersi piuttosto a Vienna, che a Firenze, dove la corruzione elegante delle grandi metropoli trovava una gran rmora nella parsimonia dei sudditi e nel governo del Granduca. Non dir che a Firenze imperasse la musoneria sanfedista; ma la sbrigliatezza del vivere vi era ignota o quasi. Tutti i divertimenti consistevano nelle feste, nei teatri e nei ricevimenti. A casa Mozzi, sotto l'impero della bella contessa Teresa, nel palazzo in cui fu ospite nel 1304 il Cardinal da Prato, e nel giardino che in boschetti discreti s'inerpica sulla Costa, l'ospitalit praticavasi con grande larghezza.
La belle italienne, come la chiam Napoleone, ammirandone le forme venuste, avrebbe meritato un inno del Foscolo, se alle tre Grazie la Mitologia neoellenica ne avesse aggiunta una quarta, quella sacra al piacere. La societ che affollava i salotti o sperdevasi sapientemente in giardino, era un po' mista, senza soverchio sussiego, come l'indole della padrona di casa consentiva.
Anche da ricordare le signorili ospitalit delle marchese Luisa e Margherita Panciatici, in via Larga, nel palazzo che sta in fronte a palazzo Riccardi. - Quelle di casa Tempi nel palazzo di via de' Bardi, ora Bargagli, dove conveniva la societ elegante, mondana, e si combinavano matrimoni, preparati, agevolati dalla cortese indulgenza della Marchesa. Quelle di casa Orlandini, nel cui palazzo ebbe pi tardi dimora Girolamo Bonaparte conte di Monfort.
Ma rinomatissimi erano i luned d'un'altra gentildonna, le cui conversazioni frequent nel 1812 e nel 1813, mentre fu a Firenze, un gran corteggiatore di donne, Ugo Foscolo, che la immortal nelle Grazie. Ricordate?

Leggiadramente d'un ornato ostello
Che a Lei d'Arno futura abitatrice
I pennelli posando edificava
Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima
Vaga mortale, e siede all'ara: e il bisso
Liberale acconsente ogni contorno
Di sue forme eleganti; e fra il candore
Delle dita s'avvivano le rose,
Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Eleonora Pandolfini-Nencini, la bella sonatrice d'arpa, nel palazzo edificato non gi da Raffaello, ma cominciato da Gianfrancesco Sangallo e compiuto nel 1538 da Bastiano d'Aristotile, continu anche durante la Restaurazione e pi tardi a mostrarsi degna degli omaggi poetici e della passione che aveva ispirato a Ugo Foscolo, e a far gli onori del "leggiadro ostello" con una grazia che le sue stesse rivali, anche la D'Albany, non riuscivano a vilipendere. In casa Corsini, non frequenti gl'inviti. Il principe Don Tommaso, nominato senatore di Roma, riceveva pi a Roma che a Firenze. Ma fra il 1819 e il 1824 le signorine, con la governante signora Enriquez, diedero nuovo esempio di ricevimenti alle amiche e compagne, che riuscirono novit gradita e imitabile.
Dopo il 1821, la quiete fiorentina consigli molte  grandi famiglie a prender fra noi stabile dimora. Don Camillo Borghese, stanco dei viaggi e delle emigrazioni, venne col fratello Francesco principe Aldobrandini in Firenze e presero stanza nell'odierno villino Salviati in Borgo Pinti. Nel 1825, nella villa Zambeccari, ora Fabbricotti, a Montughi, moriva dopo lunga e penosa malattia, Paolina Bonaparte, un'altra di quelle bellezze canoviane, con la breve testa capricciosa e il cuore di marmo.... o di fuoco. Il trasporto fu fatto con grande pompa e solennit, traversando tutta Firenze: l'esequie celebrate nella chiesa di Badia, donde il corpo fu spedito a Roma, in un carro. Il principe Camillo, parve non mostrarne troppo rammarico; perch poco appresso dette ordine all'architetto Baccani di edificargli in 18 mesi il Palazzo, che sorse in via Ghibellina, su case che eran gi appartenute ai Salviati. Costruito il palazzo, con puntualit che parve miracolosa, vi si dettero feste e ricevimenti magnifici, a cui interveniva la Corte.


Principi spodestati e re in esilio cercavan rifugio sotto la protezione di Ferdinando terzo, che stent molto a concederla. Ci volle l'intervento dell'imperatore Francesco, perch Luigi Bonaparte, l'ex re di Olanda, che aveva preso il nome di Conte di S. Leu, potesse ottenere il permesso di fermarsi a Firenze. Questi da prima compr a Montughi dai Capponi delle Rovinate una villa, poi il palazzo Gianfigliazzi, ove rimase fino agli ultimi anni. A Montughi confutava la Vita di Napoleone di sir Walter Scott, componeva romanzi che leggeva alla contessa D'Albany, cui parevano pesanti e noiosi, e spesso non pagava i suoi debiti. Nel 1822 un tal Viviani era creditore dell'ex re di ottocento scudi per biada e foraggi. Il conte di S. Leu voleva fargli una tara di cento scudi, che il Viviani non volle accettare; anzi, avvicinatosi al principe con modi arroganti, gl'impose di pagarlo subito e senza tara. Il principe, temendo quelle minacce, impugn le pistole: accorsero i servi, e il Viviani fu messo alla porta. Nel frattempo la moglie del Viviani che aspettava nel viale, incontr un fanciullo con gli occhi cerulei e il naso aquilino, al quale ne disse di tutti colori sul conto di quell'ex re che non pagava i suoi debiti.
- Ma il conte  mio padre, signora! - rispose il fanciullo, che doveva essere il futuro Napoleone terzo.
La Viviani rest mortificata; ma il giorno dopo il marito fu soddisfatto di ogni suo credito.
Dietro il conte di S. Leu vennero in Firenze gli altri due fratelli: Giuseppe che aveva preso il titolo di Conte di Surviller, e l'ex re Girolamo che si faceva chiamare Conte di Monfort.  Giuseppe con madame Clary e mademoiselle Zenaide dimor nel palazzo Serristori, dando sontuosi pranzi, ma non balli n grandi ricevimenti, perch madame Clary era infermiccia. Proteggeva le arti, faceva lavorare gli artisti, e andava ogni giorno alle Cascine in una gran calche a otto molle, col carro e la cassa color paglia, come tutti gli equipaggi dei Bonaparte. Il conte di Monfort, di tutti il pi giovane, avea preso in affitto il palazzo Orlandini, dove compirono la loro educazione i figli di lui Girolamo e Matilde. Le livree verdi del re Girolamo, le sue feste, le sue avventure interruppero la musoneria fiorentina, e duraron gran tempo nella memoria di tutti. Jules Janin, che fu a Firenze nel 1838, ricorda una festa sontuosa a cui intervennero i Borboni di Napoli e di Spagna, e di cui faceva gli onori una giovinetta bianca e vermiglia, la principessa Matilde, che accoglieva gli ospiti, non come una principessa esiliata, ma come una bella giovane parigina dimenticata sulle sponde dell'Arno. In casa Serristori presso il fratello maggiore Giuseppe, solevano i Bonaparte riunirsi la sera: e l'affitto di quel palazzo ceduto dal conte Niccola Demidoff al conte di Surviller fu pronubo delle nozze fra la Matilde e Anatolio Demidoff ch'ebbe in tale occasione dal Granduca il titolo di Principe di S. Donato.
I Demidoff eran gi venuti a Firenze dopo  il 1809. Del conte Niccola, ricco come un Creso, e cos come ricco benefico,  ancor vivo il ricordo fra noi. Nel 1814 comprato il convento di S. Donato, lo ridusse in breve in una villa magnifica, circondata da un parco adorno di loggiati, di statue, di rarissime piante. Poi si dette a fare opere di beneficenza: istitu asili, pensioni, ospizi, scuole gratuite, opific. - Il fratello Paolo, ricchissimo anch'egli, a lui non somigliava punto: viveva solitario, e soltanto di tratto in tratto dava una gran festa in cui profondeva tesori. Nel 1831 dette un ballo e fece parare di nuovo tutte le sale; poi stacc i parati e li regal ai servitori, che li rivenderono 100,000 franchi. Non poteva toccare un oggetto se altri prima di lui l'avesse toccato senza guanti. Un giorno fu trovato da un amico tutto intento a bagnare nell'acqua odorosa, entro un calice d'oro, i biglietti della Banca di Pietroburgo.
- Lavo, - disse, - questi fogli, perch puzzano orribilmente! -
Un'altra volta, invit a colazione un diplomatico inglese, che nel calore della conversazione prese senza badarci dalla zuccheriera un pezzo di zucchero con le dita. Il Russo ordin subito al servitore di buttar lo zucchero rimasto fuor di finestra. Ma il flemmatico Inglese non si scompose: bevuto il caff, gett dalla finestra tazza, piattino, cucchiaino e ogni cosa, e voltosi sorridente all'ospite:
- Non sapevo, - disse, - che in Russia ci fosse quest'uso. -
Coi Demidoff, coi Borghese, e coi Bonaparte, e pi tardi coi Poniatowsky, la vita mondana fiorentina cambi carattere. La Corte era eclissata: affluivano i forestieri da ogni parte di Europa, nei salotti si parlavano tutte le lingue. Il Lamartine che nel 1827 era charg d'affaires a Firenze si lodava del Principe, delle violette che fiorivan di febbraio e delle grandi feste cui era invitato. "Je termine trs-honorablement mon carnaval par deux grands festins. Sur ce, je souhaite le bonsoir  mon cuisinier et je rentre dans la classe des grands seigneurs du pays, qui mangent et ne donnent point  manger." - "Il fait ici - era il dicembre del 1827 - un printemps superbe ces temps-ci. Mais  peine avons-nous le temps d'en jouir et de sortir: c'est un brouhaha interminable. Il y a toute l'Europe voyageante, et chaque anne cela devient plus nombreux en Franais." - "Nous voyons beaucoup le prince Borghese. Sa maison est des Mille et une nuits, plus encore que celle de M. Demidoff. Enfin c'est un monde et un clat  en perdre la tte..... Il faut s'habiller  dix heures et sortir  onze heures, les bals commencent  minuit." E nel febbraio 1828 soggiungeva: "Nous n'avons plus qu'un grand bal  avaler chez le prince Borghese, aprs demain, et un diner diplomatique chez moi dimanche."  E in aprile: "Nous avons ici un grand monde diplomatique en ce moment. Le carnaval a recommenc et nous ennuie et fatigue. C'est tous les jours un dner, tous les soirs un bal." E nel maggio: "Florence est dans sa beaut physique, car nous avons dj vingt degrs de chaleur. Mais elle est dans la solitude et le deuil par la mort de M. Demidoff, qui y tenait plus d'tat qu'une ou deux cours, avec ses six millions de rente." E nel giugno: "Nous sommes dans une semaine de ftes jusqu'au cou: des courses de chars, de chevaux, des thtres. Toute la journe en uniforme et en gala par la ville et toute la nuit en bals." E in luglio, con 28 gradi Raumur di calore: "Il n'y a pas d'amiti, pas de verve, pas de zle qui resiste  28 degrs: l'amour seul est  cette temprature, et vritablement c'est son rgne  Florence. Les nuits sont divines. Je les passe  errer en calche dans les rues, ou sous les pins harmonieux des Cascines, environn de beauts sduisantes qui disent ohim, et  qui je ne dis rien."

Ma, se non vi spiace, fermiamoci un momento ad osservar queste belle creature che dicono ohim, e cercano nella frescura delle notti refrigerio al caldo soffocante, e forse all'ardore della passione. Non pi volti rosei ed accesi, non pi labbra coralline,  o del bel rosso garofanato. La moda  cambiata; fin dal 1824, cantava il Guadagnoli:

Un viso rosso  un viso da osteria
E non  un viso di galanteria.

Le donne son diventate pallide, languide, sentimentali: l'anemia romantica, il veleno sottile della passione  penetrato nelle lor vene, e un ardore interno, nuovo, insolito, misterioso, le abbrucia. Prima, quando la Gazzetta di Firenze annunziava in 4 pagina la Biblioteca piacevole ed istruttiva pubblicata da Guglielmo Piatti, che conteneva la Storia dei quattro spagnoli, in 11 volumi, le Sventure della famiglia d'Ortemberg, in 6 volumi, il Cimitero della Maddalena, in 8 volumi, e altre dilettose novit di questo genere; le donne non consumavan le veglie in simili letture, e all'amore bell'e fatto dei romanzi preferivano quello che sapevano fabbricarsi da loro; al sentimento preferivano la realt, magari un po' volgare, un po' prosaica, ma viva e palpitante.
Tutto il periodo napoleonico, nella vita, nell'arte, nella letteratura fu l'apoteosi della forza, del vigore, della forma. La pittura, la scultura, la moda idoleggiarono la bellezza esteriore; e quell'aura di rinnovato ellenismo, che aleggi da per tutto, ricoperse con gli studiati lenocinii d'un'arte mascherata all'antica il sensualismo, che il settecento aveva incipriato con la galanteria. Scomparso l'eroe - o l'eroe de' farabutti come lo chiamava il D'Elci - il sensualismo rimase. Non pi guerre, non pi quei macelli di giovine carne umana che lasciavano tanti vuoti dolorosi nelle famiglie e nel censimento: segu la gioia del vivere, un senso di liberazione, come di chi si toglie un incubo doloroso; e il desiderio del piacere - l'epicureismo del D'Elci, - prese il sopravvento. Si cominci a ballare e a godersela al Congresso di Vienna, mentre tutta Europa attendeva ansiosa il proprio assetto definitivo. Ma s! chi poteva frenare quegl'impeti folli?
Poi seguiron le restaurazioni; la religione riebbe il disopra, riprese a poco a poco il suo impero: le leggi, i motupropri tentarono rimettere le nuove generazioni, dopo tanti anni di sregolatezze giacobine e soldatesche, nella vecchia carreggiata. Ma ci volevano altro che le prediche del Presidente del Buon Governo e le musonerie del Granduca! Il mondo va da s, ripeteva con la sua ghigna sarcastica il conte Fossombroni, e dai rapporti della polizia lo sapeva lui dove andasse. Perch il paterno regime di Ferdinando terzo e di Leopoldo secondo ebbe sempre gran cura di sapere a puntino ci che si faceva nelle famiglie, nelle dimore patrizie e nelle case dei cittadini. Fioccavano le denunzie anonime: si mettevano in moto gli emissari, si riferiva, si scriveva, si chiamavano i colpevoli a Palazzo Nonfinito  o negli Ufizi dei Commissari: e l grandi lavate di capo e minacce di sfratto pei non regnicoli e per gli altri minacce di clausure in conventi e d'esercizi spirituali in qualche casa di novizi. La gente stava a sentire, lasciava passar la burrasca: e poi daccapo, come prima, se non peggio di prima!
L'esempio, diciamolo pure, veniva dall'alto, non dalla Corte per; anche i Vicari e i Ciambellani e i Podest e i Governatori erano spesso soggetto d'inquisizioni, e la loro domestica infelicit era argomento d'inchieste e di sopraccapi per i Ministri e per lo stesso Granduca. Chi legga le polverose filze della Presidenza del Buon Governo troverebbe talvolta particolari curiosi. Oh, l'occhio della Polizia  come quello di Dio, e vede attraverso le pareti, nei salotti eleganti, nelle alcove discrete; e il buon pastore di questo gregge toscano doveva pur confessare a s stesso d'aver nel branco parecchie pecore matte!
Ma, in buon punto, capitarono a Firenze i forestieri e dilag la colluvie de' romanzi sentimentali: tutto allora cambi, a poco a poco, carattere, e la passione accese i cuori, e l'amore bell'e fatto dei romanzi, il misticismo, l'ideale fu come un balsamo salutare, che calm gli ardori troppo scomposti. L'amore bell'e fatto, rese inutile quello da farsi: o almeno lo rivest d'un velo d'idealit vereconda. E la moda aiut, cooper alla riforma: non  pi le vesti attillate e discinte che consentivano ogni linea della persona. La Rivoluzione, ne' suoi impeti selvaggi, aveva spazzato via i guardinfanti, i paniers, i busti che stringevano i fianchi e la vita. Durante l'Impero non fu possibile la restaurazione del busto, perch Mad. de Longuville e l'Imperatrice, la cui vita era corta e tozza, vi si opposero recisamente. Pi tardi, dopo il 1820, e trionfalmente nel 1825, riapparve con le sue stecche, co' suoi legacci, con le sue morse di ferro, chi sapeva con arte comprimere i superbi, sostenere i deboli e gli smarriti, sostituire gli assenti. - La gemma rientr nel suo astuccio; e sotto le sapienti corazze fu pi malagevole trovar la via dei deboli cuori.


 4..

Ma, non avvertiti dalla gente leggiera, in mezzo a queste mondanit e galanterie, di cui tentai abbozzarvi un quadro fuggevole, vivevano in Firenze uomini seri e gravi, compresi dell'assunto che spettava all'Italia dopo la ruina napoleonica, e che con gli scritti, con l'opera, nei crocchi fidati, tendendo l'orecchio ad ogni bisbiglio di libert, preparavano i tempi nuovi e le libere istituzioni. Costoro, non  sdegnavano mescolarsi alla turba de' gaudenti, e dei giramondo; anzi, a sommo studio, nascondevano i segreti pensieri sotto le pi spensierate apparenze. Firenze, in cotesto periodo, ebbe la fortuna di aver nel suo seno, fra gli altri, tre uomini: Gino Capponi, Cosimo Ridolfi e Pier Francesco Rinuccini.
Com' virt dei minerali di cristallizzare in una forma determinata, cos  di certe figure ideali. Gino Capponi, a tutti noi che lo ammirammo vecchio, cieco e venerando, apparve quasi cristallizzato in quelle gravi ed austere sembianze. Il candido Gino della Palinodia leopardiana, lo fece a molti ingenui creder canuto anzi tempo. Ma tale non fu sempre; e a noi piace rievocare la giovanile immagine del gentiluomo dotto, operoso, intelligente, che fin dall'uscir dell'adolescenza, avea dato saggio di dottrina non frequente nei marchesi d'allora e di poi, possedendo il latino, il greco, il francese, l'inglese e il tedesco, studiando le matematiche con passione. Rimasto vedovo a ventidue anni, con due bambine di cui prese cura la marchesa Maddalena, piissima donna, pot dedicarsi interamente alle lettere, viaggiar l'Italia, osservandone i monumenti e i capolavori dell'arte, e nella vita di Corte, cui fu chiamato a partecipare per la benevolenza di Ferdinando terzo, non affatturare il carattere. Un viaggio in Francia e in Inghilterra, donde ritorn per il Belgio, l'Olanda, la Germania e la Svizzera, fu veramente il principio della sua virilit morale. Ne torn con idee che in un paese dove, come diceva il Fossombroni, si facevan le cose da vinai, potevan sembrare sospette di soverchio liberalismo. L'Inghilterra, la Svezia, l'Irlanda, con le loro istituzioni nazionali, gli parvero paesi ammirabili. Conobbe personaggi illustri, avvicin gli esuli italiani, fra i quali Ugo Foscolo, vagheggiando di stringer con essi relazioni frequenti per la pubblicazione d'un giornale; fu presentato in nobili ed ospitali famiglie, attinse informazioni preziose sulle scuole, l'educazione e l'insegnamento, ammir le corse e i cavalli, rovist nelle botteghe de' librai e ne' magazzini dei sarti, collazion per l'abate Masini vari codici del Decamerone, esegu le commissioni degli amici che volevano acquistare tabacchiere e tela batista, s'emp la testa di cognizioni di politica, di letteratura, di storia e i bauli di robe - come e' diceva fashionabilissime - e dopo una lunga peregrinazione torn a casa rattristato dall'idea di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo degno degli uni e degli altri.
Effetti di quel viaggio furon le cure ch'egli pose alle scuole lancasteriane di mutuo insegnamento, insieme col Ridolfi, e l'istituzione di un Collegio per le fanciulle del patriziato, che sorse di poi col patrocinio dell'Arciduchessa sposa, e fu quello della SS. Annunziata. Le bianche e morbidissime mani  delle ragazze inglesi, da lui ammirate, gli fecer pensare alle gialle e povere mani delle ragazze italiane, condannate dall'educazione codina agl'inutili ricami, ai fiori di carta, alle frutta di lana e all'ornamento delle pantofole e delle berrette paterne.
Frattanto un altro disegno, quello del giornale, che ruminava anche in viaggio trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, avea trovato occasione propizia ad esser effettuato. Nel luglio 1819 era venuto in Firenze un ginevrino, oriundo di Oneglia, che dopo aver percorso Europa ed Affrica per i commerci del padre e proprio, e dalla Finlandia alla Barberia visto e osservato di molto, aperse nel gennaio del 1820, a' primi due piani del palazzo Buondelmonti a Santa Trinita, quel Gabinetto letterario ove si raccolsero, in un intento concordi, i migliori ingegni italiani. Giampietro Vieusseux univa alla operosit del commerciante, l'ingegno del giornalista, l'istinto, la misura, le audacie d'un editore di genio. Il Capponi, conosciuto l'uomo, lasci l'opera al signor Pietro, come gli piaceva chiamarlo con amorevole, e tra signorile e popolare familiarit. Cos al Saggiatore, risorto per poco segu l'Antologia, di cui il Capponi fu la mente regolatrice; perch il nome del signor Gino, come gli scriveva il Cellini, conciliava molte amicizie. - Ma del genius loci del Gabinetto e dell'Antologia ch'ebbe l'onore di ravvivare il culto delle patrie lettere e dar ombra all'Austria e parecchi fastidi al Governo granducale, costretto pi tardi a sopprimerla, non  qui luogo per discorrere con quell'ampiezza che il soggetto richiede. Basti ricordare le riunioni che il Vieusseux soleva tenere settimanalmente la sera, precedute da un modesto pranzo al quale invitava alcuni degli amici pi assidui: il Niccolini, il Montani, il Colletta, il Pepe, il Tommaso, il Giordani e quel feroce lodator di s stesso che fu Mario Pieri, cronista di cotesti ritrovi in quel giornale manoscritto, per il quale  assai pi noto che non sia per le operette in prosa e per quelle - Dio ce ne scampi - in versi! Il Gabinetto era un centro pericoloso di propaganda liberale. I giornali e i periodici che vi giungevan di fuori, i libri, le stampe, eran merce da tenersi d'occhio. La polizia vigilava: in un rapporto d'un confidente, del 30 luglio 1822, si racconta essere stato veduto nel Gabinetto Vieusseux un rame rappresentante tutti i principali sovrani d'Europa stretti insieme con un basamento sulla testa, sul quale posa la statua della Costituzione. Proprietario del rame era naturalmente il marchese Gino Capponi, "che pi volte ha fatto capitare in quel Gabinetto articoli di simil genere, che gli vengono dall'estero per vie segrete."
La societ letteraria fiorentina e anche la politica liberale, faceva capo sempre al Capponi e al Gabinetto. Il Vieusseux era giudicato un liberale feroce, astuto e intraprendente: era sospettato di aver relazioni coi rivoluzionari pi pericolosi; ma non poteron mai coglierlo in fallo, n il governo ebbe mai l'audacia di "penetrare nei recessi del Gabinetto" o di molestare il Capponi. Ferdinando terzo, che nel suo esilio di Salisburgo, scriveva al padre del marchese Gino, "finch avr vita sar italiano," non volle mai piegare ai rigori e agli ammonimenti dell'Austria: e quando il Salvotti tempestava da Milano affinch Gino Capponi fosse mandato a deporre de' carteggi passati fra lui e il Confalonieri, il Granduca fece rispondere ch'egli non obbligava a cotesti uffici i suoi gentiluomini. - Cos, fra le distrazioni mondane e lo studio del greco, il Marchese preparavasi ad essere, per il suo paese, quel che il povero Confalonieri avrebbe bramato d'essere per il proprio.
Il Capponi portava il nome, la fama, la ricchezza e la stima di tutti con quella disinvoltura colla quale indossava il vestito pi scelto, foggiato sul figurino di Londra. I pettegolezzi del bel mondo ascoltava pacato, ma non degnava ripeterli neppure ai pi intimi. Nel 1821, quando il conte Giraud gi sfogava la sua vena satirica nei salotti fiorentini, il Capponi scriveva al Velo: "V' un suo epigramma recente, che forse voi potreste aver curiosit di conoscere, ma io non sar mai quello che ve lo dir, perch l'argomento  di quelli che non vo' toccare." Dagli ozii meditabondi di Varramista, tornava alla  vita elegante in qualcuno di quelli accessi di dissipazione ond'era preso, ma che - com'e' sentiva - non erano vizio organico in lui. Al marchese Pucci, che se la spassava a Londra, soleva dare commissioni mondane, ordinando al sarto Stultz vestiti e sottoveste di picqu; e al sarto Williams pantaloni di panno bleu e di rusciadok. Desiderava camiciole di maglia della pi fina, pezzole da collo bianche, fazzoletti di seta da naso, se vi erano fashionabilissimi e scatole da tabacco di Scozia, fra le quali alcune da donne. Poi macchinette per temperare le penne e riappuntarle, e rasoi; ma insieme i classici, le opere di Byron, e qualche bel libro di storia.
A lui, grande e liberale signore, ricorrevan gli amici per ogni impresa da tentarsi, per ogni opera buona: e lo trovavano sempre pronto a spendere il denaro e a pagar di persona. Guglielmo Libri, ingegno potente, sviato da una giovent tempestosa, ebbe da lui ammonimenti, aiuti, consigli. Pietro Colletta, venuto a Firenze quasi infermo pel freddo sofferto in Moravia dov'era stato relegato, trov quiete ed agio agli studi in una villetta cedutagli dal Capponi, vicino alla Pietra, e quivi scrisse gran parte della sua Storia. A correggere le pagine dell'amico, che diceva d'aver un cuore come la cupola del Duomo e di sminuzzarlo nel suo stile, si riunivano intorno al Colletta, il Capponi, Giuliano Frullani ingegnere e uomo di molta coltura, il Vieusseux,  il Montani, Giacomo Leopardi, il Giordani, il Niccolini e Francesco Forti. Di quelle correzioni il Colletta era lieto, e una volta si sdegn col Leopardi che in parecchi quinterni della Storia avea mutati soltanto un alla in nella e un cosicch in s che. Erano conversazioni caldissime, nelle quali spesso il Giordani arrabbiavasi, e il Niccolini si accendeva. Mario Pieri, il vero Pilade di cotesti letterati tanto di lui maggiori, era ogni settimana in lite con qualcuno: perfino col Niccolini, che credette geloso d'un premio datogli dalla Crusca, ma con il quale si rappattum per tornare alle solite colazioni a cui l'amico lo invitava, e che d'estate e d'autunno consistevano soltanto in un piatto di fichi.
La societ letteraria toscana aveva poi alcune Egerie, e prima di queste, la marchesa Carlotta de' Medici Lenzoni, nella cui casa il Giordani conobbe quella giovinetta quattordicenne bellissima, tutta occupata in una malinconia inconsolabile, ch'ei celebr con una delle pi sonanti sue prose: la Psiche di Pietro Tenerani. In casa della colta donna, che fregi il sepolcro del Boccaccio a Certaldo, convenivano col Niccolini, col Pananti, col Pieri, col Giraud, col Montani e col Nota, la Rosellini, scrittrice di versi ormai dimenticati, e quanti artisti e musicisti fossero di passaggio a Firenze. E dalle sorelle Certellini, nella Vigna Nuova, in quella casa che  a fianco della Loggetta Rucellai, si raccoglievano in pi intimi e pi modesti colloqui gli ammiratori fidati del Niccolini, che vi fu ospite e quasi padrone fino agli ultimi suoi anni.
Ma di salotti letterari, chiuso quello della D'Albany, non ve n'ebbe allora propriamente alcuno a Firenze. Il fiore della societ seria e colta raccoglievasi dal Vieusseux, e non mancava di fare una visita al marchese Capponi. Dal Vieusseux, ogni tanto capitava un dotto di grido; e allora i ricevimenti eran quasi solenni, come quando nell'agosto del 1827 giunse con la moglie e sei figliuoli Alessandro Manzoni, e vi comparvero ammirati e festeggiati il Fauriel, il Sismondi, Casimir Delavigne, il Savigny, Bartolommeo Borghesi, Champollion, il dantofilo Witte, il conte di Guilford e tanti altri illustri.
Perch Firenze, anche allora, fu mta desiderata d'ogni artistico pellegrinaggio, e rifugio quieto e sicuro alle grandi anime meditabonde. Lord Byron ci venne nel 1817, per visitare le gallerie, dalle quali - com'ei scrive - si esce "ubriacati di bellezza." Lo Shelley, che vi stette alcuni mesi del 1819, e vi compose l'ultimo atto del Prometeo, nella Venere Medicea, nella Niobe e nelle tele riprese alla Francia e riportate trionfalmente fra noi, tre anni innanzi, dal senatore Alessandri e dal pittore Benvenuti, cercava lo spirito delle forme ideali. Ma non pot trattenercisi a lungo, a cagione del vento gelato  e dell'acqua cattiva. Pure alle Cascine, dove gli piaceva passeggiar solitario, scrisse l'Ode al vento d'ovest, una delle sue liriche pi perfette, e in Galleria immagin il frammento sulla Medusa di Leonardo, dove ha tentato esprimere le impressioni che la poesia pu attinger dall'arte.
Samuele Rogers passava le intere mattinate nella Tribuna, contemplando la Venere, non so se per animarla o per esserne animato alla poesia. Walter Savage Landor, giunto in Firenze nel 1821, ci rimase tutta la vita, dimorando prima nel palazzo Medici e poi in quella villetta fiesolana a cui traevano quanti inglesi capitavano in Toscana, ammirati dello scrittore che nelle Conversazioni immaginarie e nelle elegantissime prose, seppe congegnare l'arte e la erudizione, l'antico e il moderno, e l'un coll'altro animare. Brusco, stravagante, non tollerava soperchierie: dell'ordine di sfratto datogli da un birro di bassa sfera, messo su da un servo cacciato per ladro, appellossi al Granduca che gli dette ragione. Della societ fiorentina era poco amico e non grande estimatore; e ne scriveva a periodici inglesi liberamente, narrandone le grettezze, e fra le altre quelle d'un certo signore che vendette gli spogli della moglie non appena fu morta. Col marchese Medici si guast e gli scrisse, dolendosi che gli avesse preso un cocchiere. Il Medici, andato per iscusarsi forse, entr nel salotto, dov'era la signora Landor,  con il cappello in testa. Sopraggiunto il Landor, gli cav di testa il cappello e presolo per un braccio lo mise fuori, e gli mand lui poi la disdetta per mano d'un birro.


 5.

Ma poich l'ora ci sforza a conchiudere, torniamo alla politica, soltanto per accennare ad alcuni degli avvenimenti pi memorabili, occorsi fra il 1815 e il 1831.
Il 30 settembre 1817 sotto le maestose vlte di Santa Maria del Fiore, monsignor Morali celebrava le nozze di Carlo Alberto di Savoia-Carignano con Maria Teresa di Toscana, giovinetta sedicenne, pia ed ornata delle doti pi squisite che convengano ad una principessa. Le solite salve di gioia, i soliti colpi di cannone, le vie affollate, due file di soldati per lo stradale dal Duomo a Pitti; e poi pranzo di gala a Corte, passeggiata alle Cascine in gran treno e la sera fuochi d'artifizio dalla torre di Palazzo Vecchio. Il 6 ottobre gli sposi partiron per Torino, accompagnati sino al Covigliaio, sull'Appennino, dal Granduca, dall'arciduca Leopoldo e dalla sorella. - Il 16 novembre altri  sponsali nella chiesa dell'Annunziata. Leopoldo, Gran Principe Ereditario di Toscana, sposava la principessa Maria Anna Carolina di Sassonia. Nuove feste, nuove cannonate, e fuochi d'artifizio, e pranzi di Corte e balli ne' teatri; ma il matrimonio auspicato rimase infecondo, e per evitare che la Toscana passasse nel dominio di Casa d'Austria, secondo i patti di famiglia e i trattati, Ferdinando terzo che aveva superato la cinquantina s'indusse il 6 di maggio 1821, a sposare in seconde nozze Maria Ferdinanda di Sassonia sorella della sua nuora.
Il 2 aprile 1821, alle ore 3 dopo mezzanotte, sotto il nome di Conte di Barge, scendeva alla Locanda dello Shneiderff, Lungarno Guicciardini, S. A. Serenissima il Principe di Carignano. Alle 8 inviava a Palazzo Pitti l'aiutante a partecipare il suo arrivo al Granduca, e alle 9 recavasi personalmente a visitarlo, restando pi d'un'ora a colloquio col suocero, e tornando dipoi a pranzo con i Sovrani senza nessuna formalit d'etichetta. Ospite forzato del Granduca, presso il quale pochi giorni dopo lo raggiungeva la principessa Maria Teresa che da Nizza a Livorno corse pericolo di naufragare col figlio, Carlo Alberto portava attorno per la citt la sua faccia seria e triste che la gente avvezza a veder sempre volti gioviali guardava con meraviglia. Gli toccava andar qua e l con la Corte, a Siena per assistere a noiose e interminabili processioni,  a Prato per un'orribile corsa di cavalli; e seguiva il Granduca, ringiovanito e ringarzullito dal secondo matrimonio che in cappello di paglia e con le ghette visitava le sue tenute, a piedi, dando una tastatina ai foraggi e un'occhiata alle biade, come un buon proprietario. Una parte dell'estate si passava al Poggio Imperiale, donde il Granduca scendeva a piedi in citt: la sera passeggiata alle Cascine, frequentatissime dai forestieri, e al teatro quando non c'erano ricevimenti a Corte. Il Principe di Carignano, avvilito, malvisto, chiudendo in cuore come un rimorso il segreto della sua condotta, passava dalle cupe tristezze alle distrazioni mondane, delle quali al suo buono e leale scudiere, al suo Sancho Panza, Silvano Costa, toccavano alle volte le pi difficili soluzioni. Il 16 settembre 1822, accadde alla Villa del Poggio un fatto che per poco non tolse all'Italia il suo futuro liberatore. La nutrice del piccolo Principe di Carignano, volendo con un cerino ammazzare le zanzare, dette fuoco allo zanzariere del letto di Vittorio Emanuele; e vedendo il letto in fiamme, per salvare il fanciullo che ebbe soltanto alcune ustioni in tre parti del corpo, rimase talmente offesa da correr pericolo della vita. Alla principessa Maria Teresa, che due mesi dopo dava in luce il principe Ferdinando, futuro Duca di Genova, dovettero levar sangue per lo spavento avuto.
Il 18 giugno 1824, dopo cinque giorni di malattia, mentre tutta Firenze e la Toscana trepidava per la sorte del Principe, Ferdinando terzo moriva. Quella morte parve una pubblica sventura: la gente piangeva per le strade, ed eran lacrime vere, spontanee, sincere, e piangevano gli esuli che del principe buono riconoscevano le virt, e i liberali che ne sapevano a prova la tolleranza. Il Landor, fa del Granduca un degnissimo ritratto, in un de' suoi Dialoghi immaginari, e ne riferisce gli ultimi detti al figliuolo Leopoldo: "Abbi cura di mia moglie, di tua sorella e del mio popolo." E poi dopo una pausa: "In queste circostanze si chiudono i teatri per un tempo assai lungo: ma molti, che ci campano, ne soffrirebbero; abbrevia il lutto di Corte!"
Poche ore dopo che il cadavere del buon principe era stato chiuso ne' freddi sepolcri di San Lorenzo, mentre il Principe ereditario e la Granduchessa eransi ritirati a sfogare il cordoglio nella villa di Castello, il conte di Bombelles, ministro d'Austria, si present a Corte per parlare all'arciduca Leopoldo, dicendo avere istruzioni da Vienna per lui. Il Fossombroni, subodorato l'inganno, si affrett a riceverlo in qualit di Ministro segretario di Stato del nuovo sovrano, la cui successione al trono avrebbe voluto il Bombelles impedire, e all'alba del 19 giugno pubblicava un editto per annunziare la morte di Ferdinando e l'assunzione del novello Granduca, col nome di Leopoldo secondo.
Questi diminu subito d'un terzo la tassa prediale, revoc l'altra sui macelli che vigeva fin dal tempo della repubblica, compil il nuovo catasto, continu le bonifiche maremmane, dette esempi quasi ostentati di economia. La bottiglia di Borgogna che centellinava a desinare, ritornava in tavola scema parecchi giorni: modesto il vestire delle principesse, modesta la vita di Corte. Durava ancora nel Governo la politica paterna di Ferdinando: gli esuli tollerati; minacciati di sfratto, se allegavano alcuna scusa rimanevano senza molestie. Ricorderete il famoso duello del Pepe col Lamartine, che la polizia non soltanto non riusc ad impedire, ma di cui ebbe notizia a cose fatte; e il Pepe rest a Firenze quasi benviso agli stessi governanti. Al duello aveva prta occasione la nota disputa sul verso di Dante: Poscia pi che il dolor pot il digiuno, sostenendo l'avvocato Carmignani che il conte Ugolino avesse divorati i figliuoli. E corse allora, nel 1826, per Firenze il seguente epigramma:

Che un uom per fame mangi i figli morti
Non pu sembrare strano a un avvocato,
Che divora per genio disperato
Vivi coi figli i padri e i lor consorti.

La Censura e il Buongoverno non riparavano:  un'aura epigrammatica alitava per Firenze, come pi tardi quando a Giuseppe Giusti dette forse, coi versi del Giraud, le prime ispirazioni alla satira. Nelle carte del Censore, padre Mauro Bernardini, esiste una raccolta di epigrammi, di cui sembra autore un certo Gherardo Ruggieri; e se ne leggon di quelli che assai dopo il 1826 trovarono chi li mise fuori per propri.

Un buon pievano a Serafin pittore
Ministrando l'estrema eucaristia
Diceva: "Serafino, ecco il Signore
"Che verso voi s'invia
"Qual di Gerusalemme entro le mura."
Ed ei con voce fioca: - "S signore,
"Ben lo ravviso alla cavalcatura."

Anche in Toscana l'opposizione liberale, non avendo altri mezzi, si sfogava coi versi, se non riusciva a compromettere il Sovrano con qualche bene architettato espediente. Nel 1830, quando Leopoldo secondo doveva tornare da Vienna, dove si temeva avesse ceduto alle suggestioni dell'Austria, parve opportuno a Cosimo Ridolfi, al Capponi e al Rinuccini, fargli affettuose accoglienze, celebrandone il ricordo con una iscrizione da incidersi in una marmorea colonna che doveva sorgere tre miglia fuori della Porta a San Gallo, sulla via Bolognese. L'epigrafe dettata da Pietro Giordani era stata approvata, conceduto il permesso di raccogliere pubbliche sottoscrizioni per le feste.... Quando ad un tratto fu revocato il permesso, e ogni manifestazione proibita. Il Ridolfi, il Capponi e il Rinuccini rinunziarono, quegli l'ufficio di Direttore della Zecca, questi il grado di ciambellani. Il giorno dopo che le rinunzie furono accettate, Giuseppe Poerio e Pietro Giordani, che da molti anni avean dimora in Firenze, ebbero ordine perentorio di sfratto, e ordine di partire ebbe altres il generale Colletta, che pot ottenere una dilazione a causa della sua rovinata salute.
La polizia diretta allora dal Ciantelli e sobbillata dai sanfedisti, sospettosa dei moti rivoluzionari scoppiati qua e l dopo le mutazioni di Francia, cominciava a incrudelire, e guardava con occhio bieco anche il monumento a Dante Alighieri che nel 1830 fu inaugurato in Santa Croce. Il Principe non aveva chi gli desse consigli sinceri, chi bilanciasse il prepotere del Ciantelli. I moti di Bologna e di Modena del febbraio 1831 e quelli dello Stato Romano, la insurrezione che circondava da ogni parte la Toscana, richiedevano preveggenze e ripari.
I pi ardenti fra i liberali fremevano: sembrava giunto il momento di costringere il Principe a dare una costituzione. Guglielmo Libri, tornato da Parigi dov'era stato assai implicato nei moti di luglio, si rec, nel gennaio 1831, da Gino Capponi per averlo favorevole alla preparata cospirazione.
La sera di Berlingaccio, mentre il Granduca secondo il solito, passeggiava nella platea del Teatro della Pergola, dovevano i congiurati accerchiarlo, rapirlo e condurlo in luogo sicuro per costringerlo a firmare non so che fogli. Ma il Capponi saviamente si oppose, perch gli parve cotesta opera rischiosa, d'esito ruinoso, tale da consigliare poi il Principe a secondare i disegni dell'Austria. E la congiura, bench tentata, fall.
Il Granduca, la sera del 10 febbraio 1831, and secondo il solito alla Pergola e dopo le dieci e mezzo scese in platea e ci rimase fin dopo mezzanotte. La Polizia vigilava: il Libri ed i suoi non comparvero. Ma presso al Granduca, con un'arme corta nascosta nella manica, stava un certo Marco Ciatti, custode della Riccardiana, uomo robusto e risoluto, deliberato a manomettere chi primo alzasse una voce.
Il solo congiurato era lui!


Signore e signori,

Giacomo Leopardi, in un di que' suoi Pensieri tersi e taglienti come il cristallo, lamentando che il recitare i componimenti propri sia uno dei bisogni della natura umana, augurava s'istituissero accademie o atenei di ascoltazione dove persone stipendiate ascolterebbero, a prezzi determinati, chi volesse leggere.
Il voto beffardo del Poeta recanatese pu dirsi oggi - ma a rovescio - effettuato, grazie alla vostra indulgenza.
La donna, la fragile creatura cantata dai poeti, che fresca e sorridente sa resistere ad una nottata di cotillon, e vegliare infaticata a studio della culla, questo essere delicato e gentile, ha ora saputo darci un'altra prova della sua tempra d'acciaio, resistendo a un corso di quindici letture.
Diciamolo all'inglese, signore: - A voi il record della pazienza!.
Pasqua del 1897, 18 aprile.
GUIDO BIAGI.

INDICE. 
 
G. BIAGI. - Invece di prefazione.

I. DEL LUNGO. - La genesi storica dell'unit italiana.

G. ROVETTA. - La Lombardia alla caduta del Regno Italico.

E. MASI. - Il Congresso di Vienna.

F. S. NITTI. - Sui moti di Napoli del 1820.

G. BIAGI. - Politica e bel mondo. (Cronache fiorentine dal 1815 al 1831).


LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO (1815-1831).


PARTE SECONDA.
STORIA.

Le "Pensieroso"
M.SE COSTA DI BEAUREGARD.

Silvio Pellico.
AUGUSTO ALFANI.

Le Societ segrete in Romagna e la Rivoluzione del 1831.
ERNESTO MASI.

Santorre Santarosa, morto per la libert della Grecia nel 1825
ISIDORO DEL LUNGO.


LE "PENSIEROSO".
 
CONFERENZA DEL Marchese COSTA DI BEAUREGARD.

Mesdames, Messieurs,

Ma premire pense, lorsque j'ai accept la trs gracieuse invitation qui m'amne ici, a t de vous parler du roi Charles-Albert, et naturellement, j'ai cherch quelqu'pisode de sa vie, qui pt avoir pour vous un intrt particulier. Le sjour que le prince fit  Florence, de 1821  1823, sa correspondance pendant ces annes de disgrce, les ngociations qui mirent un terme  son exil, me semblrent tout d'abord se prter  quelques rcits curieux.
Peut-tre mme, aurais-je t assez heureux, grce  la correspondance indite du vicomte de Chteaubriand et du comte de La Ferronnays, pour vous donner quelques renseignements nouveaux sur ce qui se passa au congrs de Vrone en 1823. Mais je l'avoue, au moment de me mettre  crire, le cur m'a manqu de livrer  de nouvelles discussions la grande et chre mmoire du roi Charles-Albert. Qu'y pouvait-elle gagner?
Non pas que je conteste la valeur intrinsque des documents que l'on a dj apports, que l'on apportera sans doute encore pour mettre dans sa vraie lumire l'nigmatique figure du dernier Carignan: c'est  leur valeur morale que je m'en prends. Celle-ci m'apparat douteuse, tant les pices produites sont et seront toujours contradictoires. Je me borne, pour l'instant,  constater cette contradiction; j'essaierai tout  l'heure d'en prciser la raison. Duss-je, en attendant, passer pour paradoxal, j'ose dire que les historiens qui voient dans Charles-Albert un roseau agit par tous les souffles de Pathmos voient juste, juste aussi bien que les biographes qui trouvent en lui un reflet du prince de Machiavel.
La question est de savoir si, les uns comme les autres, ne prennent pas simplement dans leurs apprciations l'effet pour la cause.
De l'aveu de tous, Charles-Albert tait un imaginatif, un impulsif, pour me servir d'un mot  la mode. Quoi qu'il dt, quoi qu'il crivt, il tait sincre, mais d'une sincrit momentane, c'est--dire que sa pense, comme sa volont, ne refltaient que des sensations prsentes. Elles changeaient donc selon les circonstances.
La raison de cette mobilit est ce que je me permets d'appeler le secret du roi. Le cur a des secrets profonds qu'on dcouvre seulement quand on le brise; mais pour qui est en possession de ce secret, tout s'explique. Les faits, fussent-ils contradictoires, s'enchanent. Je vais plus loin, ils deviennent logiques dans leur apparente contradiction.
Je sais bien que l'on traite parfois de roman l'histoire ainsi regarde par son ct psychologique. Ce ddain deviendrait explicable si ceux qui le pratiquent arrivaient eux-mmes, en ne s'appuyant que sur la matrialit des faits,  tablir d'indiscutable faon la vrit historique. Mais en est-il ainsi?
Que de fois il suffit de la dcouverte d'un document, apocryphe peut-tre - cela s'est vu et se verra encore - pour mettre toute critique en droute. Il est plaisant alors, d'entendre ces docteurs dconcerts se dire l'un  l'autre:
Altro  da veder che tu non credi....
Mais, pour en revenir de ma thorie psychologique, que votre indulgence excusera, j'espre, au prince auquel je vais essayer de l'appliquer, je vous dirai, Messieurs, que je croyais et que je crois encore  un autre Charles-Albert qu' celui qu'ont prtendu rvler de rcentes publications. Celui-l tait non moins hroque, mais plus homme, peut-tre, c'est--dire plus  notre porte. Mon enfance avait appris  l'aimer, ma jeunesse  l'admirer, et, lorsque pour moi, l'ge est venu de l'tudier, je me suis souvenu des confidences paternelles et du culte que tous les miens avaient vou  leur matre.
Ils avaient accept, pour le servir, les rles les plus divers. Tour  tour, Mentor auprs de Tlmaque, Sancho auprs de don Quichotte, Crillon  la suite de Henri 4.... Et, toujours, ils avaient t largement pays de leur dvouement par les expansions attendries ou ardentes de cette me royale, ordinairement si replie sur elle-mme.
Ce sont donc les chos de traditions, hlas! dj lointaines que j'apporte. Chers souvenirs, d'autant plus prcieux, qu'on ne trouve plus autour de soi, personne  qui consacrer son dvouement.
Pour qui souffre de ce mal, le pass a un charme infiniment reposant. Les figures s'y estompent doucement dans la brume qui voile ce qu'elles peuvent avoir de trop humain.
Qu'importe  la sublime harmonie du Pensieroso, la toile qu'une araigne a pu filer il y a cent ans dans le casque du hros? Tout  l'heure en pntrant dans la chapelle des Mdicis, je rapprochais de ce Pensieroso, que Michel-Ange a plac  la garde d'un tombeau, cet autre Pensieroso que Dieu a prpos  la rsurrection de votre grand peuple.
Tous deux, le doigt appuy sur la bouche, semblent y refouler leur secret, tandis que d'un mme regard, ils sondent les mystrieuses profondeurs de l'avenir.
Dans le roi Charles-Albert, dont je vais avoir l'honneur de vous parler, comme dans le marbre de Michel-Ange, on devine sous une mme rigide apparence, une me atteinte de cette mlancolie que Leopardi a dfinie: "le plus sublime des sentiments humains.... Sentir que notre me et nos dsirs sont encore plus grands que cet univers.... Accuser toutes choses d'insuffisance et de nullit.... souffrir de leur vanit et de leur vide, tel est, en effet, le plus beau signe de la noblesse et de la grandeur d'une me."
N'est-ce pas  ce signe qu'a t marque l'me du roi Charles-Albert?... N'est-ce pas  ce signe qu'est marque l'me de l'Italie?

O anima lombarda,
Come ti stavi altera e disdegnosa.

L'me d'un peuple n'a pas d'ge. Rien ne vieillit en elle. Si elle apparat,  travers les sicles, avec les mmes rayonnements, elle apparat aussi avec les mmes ombres. Et quand le gnie ou la douleur la touchent, elle fait ternellement entendre le mme cri sublime ou dsol.
L'glise de Santa Croce qui s'lve l, prs de nous, n'est-elle pas  la fois le Panthon de votre gnie et de vos douleurs?
Si Charles-Albert n'a pas eu la prodigieuse grandeur de ceux qui reposent  Santa Croce, comme eux il a connu les douleurs messianiques, si je puis ainsi dire.
 ce Messie de l'indpendance italienne, il fallait un Calvaire, et la croix lui est apparue l'instrument de sa mission. Charles-Albert souffrit des lancements du pass et des angoisses de l'avenir. Il n'ignora ni l'ingratitude, ni le doute, ni l'abandon. Il fut dchir par tous les espoirs tromps, abreuv de toutes les amertumes de la dfaite, et tortur jusqu' son heure dernire par ce mal royal que j'appellerai, oh! non pas, Messieurs, le mal du pays, mais le mal de la patrie.
La douleur, l'ternelle douleur, voil le secret du roi. Terrible secret, qui est celui de toutes les vies inexpliques.
Et, sur ce point, je ne redoute aucune contradiction. Leopardi a, ds longtemps, trouv ce mot de toute nigme humaine:
Arcano  tutto fuor che il dolor nostro!


1.
 
Sans prtendre attribuer  l'atavisme l'importance qu'on lui donne aujourd'hui, importance qui ne tend  rien moins qu' supprimer la responsabilit de nos actes, il est impossible de n'en pas tenir compte. Et j'estime que l'atavisme a jou ici son grand rle.
Comment ne pas reconnatre, dans le soldat qu'tait Charles-Albert, le sang du Prince Eugne? Comment aussi ne pas reconnatre, dans sa mobilit, l'humeur inquite du Prince Thomas? Comment enfin, en redescendant les sept gnrations qui relient ce premier des Carignan  celui qui fut le pre du roi Charles-Albert, comment ne pas suivre l'volution qui, lentement, prparait la transition du pass au prsent?
Quand Dieu efface tout ce qu'il a effac au sicle dernier, c'est pour crire autre chose.
Pas plus que nos regrets, nos raisonnements ne changeront sa volont. Le mieux est de la reconnatre et de s'y soumettre. Le pass est mort et ne ressuscitera pas. Il agonisait lorsque naquit Charles-Albert.

Son pre tait un de ces princes libraux que 1793 n'avait pas dsabus de 1789, et qui continuaient, pendant qu'on les dpouillait,  rpter par habitude, les vieux refrains sur les droits de l'homme, et sur les douceurs de fraternit.
Sa mre, elle aussi fort librale, se mettait, aprs la mort prmature de son mari,  courir le monde, l'tonnant fort, par la hardiesse de ses allures, par son second mariage, et mme par ses excentricits.
Comment l'incohrence de ces temps tranges, o tout s'effondrait, et o tout renaissait dans une inexprimable confusion, n'aurait-elle pas, indpendamment de l'atavisme, influ sur l'me de l'enfant qui naissait en 1798?
Je lisais l'autre jour que la mre d'un illustre crivain franais avait t frappe d'un coup de lance par un cosaque, lors de l'invasion de 1814, et que l'enfant, atteint du mme coup, porta au flanc une blessure qui ne se cicatrisa jamais.
De mme, la mre de Charles-Albert, rudement frappe - quoi qu'elle en et - par la rvolution, n'avait pu soustraire l'enfant qu'elle portait,  un terrible contre-coup.
Charles-Albert le reut et la plaie ne se ferma jamais.
Meurtri, ballott par tous les vents de la mauvaise fortune, ce fut "de frissons en frissons", comme dit le pote, qu'il fit la dcouverte de la vie.
Rien ne rchauffa son enfance dlaisse. Philippe de France tait n ennuy, disait sa mre. La mre de Charles-Albert aurait pu dire avec plus de vrit encore de son fils, qu'il tait n malheureux, sans que d'ailleurs, elle parut en prendre grand souci.
On ne se rend pas toujours compte du mal que font  l'enfant ses tendresses repousses.
L'indcision, la timidit, sont les tristes suites des heurts qui l'ont tout d'abord froiss. Chez lui, les refoulements de ce besoin qu'a l'tre humain d'aimer et d'tre aim, laisse d'ineffaables traces. La timidit du premier ge devient peu  peu de la dissimulation. L'enfant, comme pour se protger, se met alors sur le visage un masque qu'il ne quittera plus; n'osant se montrer ce qu'il est, il se grime, et se fait juger pour ce qu'il n'est pas.
Et, je vous le demande, comment ne se ft-il pas repli sur lui-mme, le pauvre petit tre maladif, pour qui sa mre insoucieuse ne montrait mme pas la plus lmentaire piti?
Au cur de l'hiver, Madame de Carignan, devenue Madame de Montlart, faisait monter sur le sige de la voiture o elle courait le monde, votre futur Roi, Messieurs....
"Ce que j'ai souffert alors ne se peut exprimer, disait plus tard Charles-Albert."

Etrange femme vraiment, qui crivait:
"L'Ossian de l'abb Cesarotti fait tout mon plaisir.... Ses penses si sont semblables aux miennes, que je ne puis me dfendre des mmes visions."
Etrange mre qui rglait sur ces visions l'ducation de son fils. Cette ducation, commence  Paris, se poursuivait  Genve et un peu partout, selon les hasards d'une fantaisie vagabonde et les alternances d'une situation financire des plus prcaires.
D'ailleurs, il n'est pas excessif de le dire, la jeunesse de Charles-Albert souffrit mme de la pauvret, et cette souffrance influa, elle aussi peut-tre, sur la formation de son me.
Combien Joseph de Maistre avait raison quand il affirmait "que le superflu tait chose ncessaire."
Oui, la pauvret est contraire au dveloppement,  l'panouissement de cette confiance en soi que l'on peut appeler l'orgueil de la vie, et qui est indispensable  qui doit gouverner les hommes.
Si le roi Charles-Albert n'en fut pas rduit, comme le Tasse enfant " emprunter  une chatte amie, la lumire de ses yeux", ainsi que le raconte un sonnet clbre, il en tait rduit, pour se nourrir "au pain brun".... et il en tait rduit, pour dormir,  partager le lit de son camarade d'cole Duby, le petit lampiste Genevois.
Cette vie si frle tait donc en butte  toutes les privations, et l'enfant royal, rudoy dans ses tendresses, froiss dans ses instincts, entrav dans ses dsirs, avait si l'on peut ainsi dire, l'me dcolore comme le visage.
 12 ans, Charles-Albert, ple, tiol et trop grand pour son ge, n'aimait personne, personne ne l'aimait. La douloureuse enfance s'tait passe dans la nuit! Sa jeunesse allait se passer dans le vague, vague trange, caus par les vicissitudes qui mettaient en quelque sorte, au congrs de Vienne, tous les trnes de l'Europe  l'enchre.
Que valaient, que pesaient, dans ces enchres, les droits de l'enfant vagabond de qui j'esquisse l'histoire?
Dchu de son rang, devenu le comte de Carignan par la volont de Napolon, sous-lieutenant dans un rgiment de dragons franais, reni  Turin, ha  Vienne, seul, dsarm contre la plus formidable coalition de rancunes et d'intrts qui se puisse imaginer, que ft-il advenu de Charles-Albert, si le Prince de Talleyrand, parlant au nom du roi de France, ne se ft fait le champion du dshrit?
Jamais, je crois, les destines de l'Italie ne furent plus aventures. La branche ane de Savoie s'teignait. Il tait question d'abroger la loi salique au profit du duc de Modne, le gendre de Victor-Emmanuel Ier.
Que serait aujourd'hui ce noble pays, Messieurs, si l'Autriche avait alors pouss ses garnisons jusqu'au pied du Mont-Cenis, et install un de ses archiducs dans le palais royal de Turin?
Faut-il s'tonner si la clairvoyance de la jeune Italie saluait ds 1815, dans le Prince de Carignan, le reprsentant de ses droits et de son indpendance?
Quoi de surprenant  ce que le prince entendt ces soupirs d'esprance qui montaient vers lui, comme ces chants que chantent dans la nuit les oiseaux que leur instinct avertit de l'aube prochaine?
Mais n'tait-il pas tout naturel aussi, qu'autour de lui, les vieilles rancunes s'avivassent, et que les ambitions dues s'en prissent  lui de leur insuccs?
L'inexprience du prince de Carignan, saisie par tant de courants contraires, tait fatalement condamne  d'tranges fluctuations. Charles-Albert traversait, en effet, depuis son retour  Turin, cette priode d'indcision o se prpare secrtement l'avenir, o les yeux s'ouvrent  toutes les lumires, et les oreilles  tous les bruits, o la main hsitante se tend vers toutes les tches, o l'esprit enfin, cherche sa dfinitive inspiration.
J'ajoute que si, parfois, le Prince parvenait  se dpartir de ses instinctives dfiances, c'tait - la chose est bien naturelle - au profit de ceux qu'il pouvait regarder comme des amis.
Ceux-l, d'ailleurs, pour pntrer jusqu' son cur, trouvaient un chemin qu'avaient aplani bien des dboires et bien des humiliations!
Tout tait pour blesser l'me gnreuse de Charles-Albert dans cette vieille cour de Sardaigne, qui ne semblait marcher qu' reculons, les yeux sans cesse fixs sur le pass. Vous souvenez-vous, par exemple, de cet tonnant dcret par lequel,  peine revenu de Cagliari, le bon roi Victor-Emmanuel ordonnait.... "que, sans avoir gard  aucune autre loi, on et  observer,  partir du 21 mai 1814, les royales constitutions de 1770."
Pouvait-il rien tre pour faire un plus trange contraste avec ce qui se passait partout ailleurs, en Italie?  Milan, le comte Porro fondait le Conciliatore, et voyait accourir autour de lui, comme accourent vers le phare, les barques en dtresse, Romagnosi le jurisconsulte, Gioja l'conomiste, Monti le pote, Silvio Pellico, Manzoni, Confalonieri. Partout, aussitt, sous leur patronage, et sous le patronage de Byron, de Schlegel, de Lord Brougham, se fondaient des groupes d'enseignement, tandis qu' l'tranger, Ugo Foscolo, Gino Capponi, Berchet se faisaient les enthousiastes aptres de l'avenir italien.
Vagues encore, il est vrai, les aspirations de l'Italie ne tendaient qu' l'expulsion de l'Autrichien. Mais c'tait prcisment la simplicit du programme qui en faisait le danger. Ce programme ralliait toutes les nuances de l'opposition et ne pouvait, en ce qui concernait Charles-Albert, que faire vibrer les nobles instincts de sa race.
 vingt ans, on ne marche  la conqute du vrai que par bonds aventureux!
Lorsque jadis Savonarola gmissait dans ses merveilleux canzoni, sur les maux de son sicle, il croyait entendre une voix lui dire:

"Pleure et tais-toi...."

Comment cette voix, mme s'il l'avait entendue, et-elle arrt un Prince jeune, patriote et malheureux? Malheureux est un mot excessif, peut-tre, mieux vaut dire meurtri. Meurtri dans son amour-propre, meurtri dans ses affections intimes! Charles-Albert a pous une archiduchesse Autrichienne. On donne  sa femme le pas sur lui, dans toutes les crmonies. Encore, s'il l'aimait? mais non, il ne l'aime pas, il ne peut l'aimer. Le Prince souffre de la mdiocrit de sa femme, comme il souffre de la mdiocrit du roi, comme il souffre de celle du gouvernement, comme il souffre de tout ce qui l'entoure et l'touffe.
Quand on n'est pas heureux, on accueille la plainte d'autrui avec une sorte de volupt. Il semble que ce soit un soulagement d'entendre gmir. Charles-Albert en est l. Il voit triste, si je puis ainsi dire, et ne s'attache qu'aux gens qui voient comme lui. Hlas! il ne laisse que trop deviner ses intimes sentiments  ceux qui, autour de lui, ont intrt  le desservir ou  le compromettre.
Aussi, quand clate la rvolution, le Prince de Carignan en devient, aux yeux du plus grand nombre, l'diteur responsable.
Je n'ai pas  vous rappeler l'chauffoure de 1821. Le trne, un instant branl, se raffermit bien vite. Charles-Flix succde au dbonnaire Victor-Emmanuel. Il continue les errements de son frre avec plus de fermet, et le Prince de Carignan, aprs avoir t l'diteur responsable de la Rvolution, en devient, pardonnez-moi le mot, le bouc missaire.
Il n'est pas, en histoire, d'pope sans quelqu'pisode de deuil!
Le 2 avril de cette anne 1821, le Prince, banni de son pays, arrivait  Florence, et pouvait rpter cette plainte du Dante:
"Je m'en vais dans le pays de notre langue, tranger et presque mendiant.... et j'ai paru misrable  bien des gens qui m'avaient imagin sous une autre forme...."
Oui, on l'avait imagin sous une autre forme, celui qu'on appelait  Turin, le Prince de la jeunesse. On l'avait acclam comme une esprance. On ne voyait plus en lui qu'un vaincu, quelques-uns mme ne voyaient en lui qu'un coupable; et cet enfant de 25 ans tombait cras sous la plus cruelle douleur qui existe ici-bas, la douleur d'tre mconnu.
Cette douleur frappait le Prince de Carignan en plein cur, en pleine vie, en pleine illusion.
Si l'tude que je poursuis devant vous tait une tude purement historique, j'aurais  vous raconter ce qui s'tait pass  Turin, ce qui se passa  Florence, ce qui allait se passer  Vrone.
Mais je n'ai ici, qu'un mdiocre souci des faits. C'est l'me de mon malheureux prince, comme disait le vieux Costa qui avait eu l'honneur de l'accompagner  Florence, c'est cette me mystrieuse que je veux continuer  interroger.
"Le dsespoir de mon prince, crivait le fidle cuyer, frise la folie."
Quelques-uns pourtant n'ont voulu voir dans ce dsespoir qu'une ambition due. Mais pour tre ambitieux, il faut croire  la vie. Charles-Albert ne semblait plus croire  grand chose de ce qu'elle promettait.
Sans crainte d'exagrer, je puis dire que la vie lui tait  charge, et qu'une trange rupture s'tait faite entre les ambitions humaines, et son me endolorie.
Le mysticisme qui n'avait fait jusque-l qu'effleurer le Prince, tait en quelque sorte devenu le seul flambeau qui guidt ses pas, "dans la fort sombre o il entrait au milieu de sa vie."
Ce fut  la lueur de ce flambeau que Charles-Albert poursuivit ds lors sa marche, interprtant  son gr l'ternelle vrit et adaptant le dogme, quelques fois la morale, aux passions de son cur et aux rves de son patriotisme.
Le me toute exagration, il dfigure ce qu'il prtend grandir, et compromet ce qu'il croit purer. Vivant dans un surnaturel de convention, l'me estime tout permis, croyant purifier jusqu' ses fautes.
"La guenille," comme disait Henri IV, "ne perd jamais ses droits, et il arrive parfois  l'ange de faire la bte."
Peut-tre la chose arriva-t-elle  Florence, quand le Prince associait le scapulaire  l'chelle de soie, le balcon de Juliette  la cellule de Savonarole, et envoyait dans un missel ses messages d'amour.
Que voulez-vous?

Trovai l'amor nel mezzo della via
Con abito leggier di peregrino.

Les dfauts chez l'homme sont la fume sans laquelle il n'est pas de flamme.
Et ne retrouvez-vous pas cette flamme qui, douloureusement, consumait l'existence du Prince de Carignan, dans ce qui aurait d l'embellir et la charmer?... Ne la retrouvez-vous pas dans ce mot si dsol: "Je ne suis sr de moi, ni en politique, ni en amour"?
Mais si le temps peu  peu embaumait ses souffrances d'amour, les souffrances politiques, patriotiques (devrais-je dire) du prince, demeuraient sans remde.
Il voyait, malgr les efforts d'une impitoyable raction, le vieux monde s'abmer, et il sentait sous ses pieds les frmissements du monde nouveau.
"Eppur si muove," disait Galile.
Eppur si muove, rptait celui dont une aveugle politique menaait de paralyser  jamais l'lan et la clairvoyance.
Tout cela date d'hier, et cependant, ne dirait-on pas Charles-Albert le hros de quelqu'une de ces chroniques qui se perdent dans les brumes du moyen-ge? Et ce roi Charles-Flix ne vous apparat-il pas comme un type de souverain emprunt  quelque lgende? et ce petit royaume qu'il gouvernait si sagement, ne vous rappelle-t-il pas quelqu'une de ces chapelles o les moines, jadis, chantaient ternellement l'office des morts?
Que reste-t-il des rpressions  outrance de 1821, des murs patriarcales du Pimont, du gouvernement paternel du bon Charles-Flix?
On ne tue pas son successeur.
Le successeur, c'est la raction fatale. C'est l'explosion de la force comprime. C'est la dcouverte qui bouleverse la routine. C'est l'ide nouvelle qui rompt avec la tradition.

Et c'est toujours  la thorie par laquelle j'ai commenc cette tude qu'il faut revenir. C'est la souffrance qu'il faut donner pour point d'appui, ou plutt pour compagne  tout grand effort "sur ce chemin de halage o," comme dit Chteaubriand, "les hommes sacrifis tranent le vieux monde vers un monde inconnu."
La souffrance devait frapper dans le prince de Carignan, le vieil or de Savoie  une effigie nouvelle, ne lui laissant de l'ancienne effigie que ses lauriers.
Vous vous souvenez de cette fire devise du hros de Saint-Quentin: "Spoliatis arma supersunt."
Rien n'est dsespr pour un prince de Savoie quand on lui laisse son pe.
C'est l'pe  la main qu'Emmanuel-Philibert a retrouv la route de ses Etats.
C'est au Trocadro que Charles-Albert a reconquis son trne.
Au premier coup de canon, l'me hroque de Savoie rentra dans ce corps alangui, mourant, et le fit revivre.
"Mon prince est fou  lier," crivait le fidle Costa. "Mais cette fois, il est fou de joie. Il nous faut des princes de cur et de main, comme disait Henri IV; le mien est de ceux l."

Le descendant du Prince Eugne se battit  ct du petit fils de Louis 14; on vit Charles-Albert montant  l'assaut, s'envelopper dans les plis du drapeau blanc avec le mme amour que s'il et t le sien, et l'on entendit l'arme franaise acclamer le prince italien. L'cho de ces acclamations se prolonge, Messieurs, et de l'autre ct des Alpes, les paulettes rouges du Trocadro se confondent encore dans un mme souvenir avec les galons de laine de Palestro.
Les chevaliers au moyen-ge avaient cette hroque coutume de donner un nom  l'pe qui personnifiait leur bravoure.

Il y avait, dit le pote, deux grandes pes,
Dont les lames d'un flot divin furent trempes.
L'une a pour nom Joyeuse, et l'autre Durandal.
Surs jumelles de gloire, hrones d'acier,
En qui du fer vivait l'me mystrieuse,
Que pour son uvre, Dieu voulut s'associer....
. . . . . . . . . . . . . . . . .

Messieurs, vous savez quelles sont ces pes, laissons donc l'allgorie aux potes.
L'pe d'Italie et l'pe de France ont trop souvent besogn les mmes besognes, ainsi qu'on le disait jadis, pour qu'elles ne se souviennent pas toujours qu'elles ont t trempes du mme flot divin, et qu'elles sont surs comme Joyeuse et Durandal.


 2.
 
Comme tant d'autres de vos grands hommes qui rentrrent dans leur patrie amnistis par les acclamations de l'tranger, le prince de Carignan revient en Pimont le front entour d'une aurole. Il reprend officiellement son rang d'hritier prsomptif, mais les dfiances, quand mme n'ont pas dsarm autour de lui. Tout, jusqu' ses longues moustaches, est prtexte aux rcriminations de la Cour.
Il vit seul  Racconis.  peine ose-t-on s'avouer son ami. Il ne sait rien des affaires du pays sur lequel cependant, il doit rgner. Charles-Flix expire sans l'avoir fait appeler  son lit de mort.
C'est sans illusion comme sans joie que Charles-Albert gravit, en 1831, les marches du trne qu'on lui a si longtemps et si prement disput.
Le malheur s'est  ce point incrust en lui, que le roi continue le prince de Carignan. Pendant les premires annes de son rgne qui semblent heureuses, il vit, se dfiant de chacun, se dfiant de lui-mme, se dfiant des mirages de l'absolue puissance.  cette me si rudement faonne par l'adversit, pas plus la gloire que les satisfactions d'une royaut banale ne peuvent suffire. Il a plac plus haut son rve.
"Que le roi se fasse le chef des Italiens....." avait dit Joseph de Maistre en 1812.... Et si je rappelle ici ce mot du grand inspir, c'est pour prciser le rle de Charles-Albert.
Car, quoiqu'on ait pu dire, jamais le roi n'a confondu ces deux choses: la rvolution et le patriotisme.
Certaines prventions qui tranent encore sur sa mmoire, se dissiperont le jour o l'on aura enfin compris que le grand souffle qui passa sur l'Italie, de 1831  1848, fut, aux yeux de Charles-Albert, un souffle patriotique et non pas un souffle rvolutionnaire.
Lentement, progressivement, le roi suit le conseil de Joseph de Maistre. Il se fait le chef des Italiens. Mais au prix de quel effort,  travers quels dboires, au milieu de quelles calomnies!
L'Europe admire la sagesse de son administration et ne croit pas en lui. Le mal intime qui le ronge n'a pas dsarm.
Voil quinze ans que Charles-Albert rgne. Entrez dans son oratoire. Le roi s'est lev avant le jour. Voyez son visage dfait, amaigri, ses traits fltris, sa haute taille vacillante.... Voyez ses cheveux blancs, et il n'a pas quarante ans. Vous le diriez un vieillard si son il ne trouvait, dans le contraste, un nouvel clat. Nierez-vous qu'il y ait l un mystre de douleur dont ce crucifix, devant lequel vous trouvez le roi prostern, reoit la sinistre confidence?
On raconte que le plus illustre des Scaliger, le fidle ami de Dante, voulant faire de son palais un asile attrayant pour tous les grands hommes, avait fait reprsenter dans les divers appartements qui leur taient rservs, des symboles analogues  leurs destines.
Pour les potes, c'taient les muses. Mercure tendait les bras aux artistes. Le Paradis ouvrait ses portes devant les moines. Mais l'image de l'inconstante fortune planait sur toutes ces allgories!
L'Italie, Messieurs, ne ressemblait-elle pas, en 1847, au palais de Scaliger?
Tandis que le roi tait aux pieds de son crucifix, le pape entrevoyait le paradis dans la libert de ses peuples, les potes faisaient appel aux Muses pour chanter la dlivrance de la patrie; les rvolutionnaires invoquaient d'autres dieux.
Et tous, du Nord au Midi de la Pninsule, saluaient l'aube prochaine sans voir que l'inconstante fortune planait aussi par dessous leurs rves.
Je ne sache pas dans l'histoire de votre pays, une priode plus dramatique, plus mouvante que celle qui allait s'ouvrir.
Rien ne devait manquer  l'pope, ni la grandeur du sujet, - la guerre de l'indpendance italienne, - ni le caractre saisissant du dcor: l'Europe en feu de 1848, ni surtout l'illustration des personnages qui allaient entrer en scne.
Au premier rang, le pape Pie nef, un pape comme on n'en reverra plus, rformateur, patriote et libral. Le Prince de Metternich reprsentant vieilli de la Sainte Alliance, qui allait tre emport par la tourmente. L'abb Gioberti, l'auteur, un instant clbre, du Primato. Mazzini, le plus grand agitateur de son sicle; Manin, le noble dfenseur de Venise; et enfin, le feld-marchal Radetzky, tenant, dans ce drame politique et militaire, le double rle de la force et du destin.
Et puis, mergeant de l'ombre, faisant leurs premires armes ou leur apprentissage politique, le duc de Savoie, le duc de Gnes, Cavour, Urbain Rattazzi, La Marmora, Cialdini....
Mais je n'ai pas nomm tous les acteurs.
Il en manque un, celui qui, dans la tragdie, va jouer le rle masqu du tratre, je veux dire la rvolution.
Son rle primera tous les autres, celui du Roi, celui du Pape.
C'est elle qui parlera, commandera, agitera. C'est elle qui crera les popularits, qui les portera aux nues, qui les foulera aux pieds, qui dfera le lendemain l'ouvrage de la veille, toujours criant, hurlant, pour acclamer, comme pour maudire.
Oui, vraiment, la Providence divine et la libert humaine, ces deux puissances dont le concours explique l'histoire, semblent s'tre mises d'accord, en 1847, pour changer en Italie, la direction des choses, et Charles-Albert sent le poids des responsabilits crasantes que lui crent Dieu et les hommes!
Il aborde ces temps terribles o Machiavel disait qu'il faut tre tour  tour Renard et Lion, car les ncessits du jour sont sans cesse contredites par les ncessits du lendemain.
Et quels chos ces contradictions n'veillent-elles pas dans la conscience endolorie du roi!
Rompre avec un pass de 800 ans, lui semble un sacrilge. Et cependant, ce sacrilge ne doit-il pas le commettre, puisqu'en le commettant, il n'immolera que lui mme?

Comme Hamlet, il sent qu'il y a quelque chose de pourri dans le pays qu'il gouverne, il comprend qu'un changement s'impose.
Peut-tre l'assainira-t-il, ce pays, par le don de cette constitution qui apparat  quelques uns comme un moyen de rgnration?
Le penchant du roi l'y porte, car opprim lui-mme si longtemps, il sympathise avec tous les opprims; il lui semble qu'affranchir un peuple soit quitable.
Mais il se demande si cette libert amnera la justice qu'il rve.
Qu'ont gagn  la libert les nations qui l'ont conquise, sinon des vices et des souffrances de plus?
Tyrannie des forts, crasement des faibles, voil le spectacle que lui offre l'histoire depuis le commencement du monde, sans que les rvolutions y aient rien chang.
Existe-t-il rellement un remde aux maux de l'humanit, et n'y a-t-il pas en elle la mme inaptitude au bonheur que le roi constate en lui mme?
Doutes, anxits, hsitations le brisent.
Tantt, il se reproche d'tre tyrannique, tantt d'tre faible.

Tantt, il veut donner; tantt, il croit devoir reprendre. Plein de piti pour le mal d'autrui, il veut trancher dans le vif pour gurir; puis, il recule, de peur de tout compromettre. Sa pense n'est qu'un tissu de courts espoirs, de longues angoisses, de perptuelles inquitudes.
Sa vue se trouble, et par un trange phnomne psychologique, son amour pour ses peuples, son enthousiasme pour leur affranchissement, devient, Sieurs, l'asservissement de sa vie.
Voil dans quelles angoisses s'abme, sous quels crasements succombe, aux pieds de son crucifix, ce roi absolu qui, lui aussi, a des sueurs de sang!
Mais enfin, vient l'heure o la fatalit a raison de ses hsitations.
Vous le savez, les esprances veilles deviennent des droits, et la foule bientt acclame, non plus comme octroye, mais comme conquise, cette constitution qui servit, si je puis ainsi dire, de transition, entre le calme prologue et le douloureux pilogue du rgne de Charles-Albert.
Et  propos de cette constitution, laissez-moi vous raconter un fait par lui-mme insignifiant, mais qui cependant prouve qu'en histoire, les petites choses servent parfois  clairer les grandes.
Quelques jours avant de quitter Paris, je causais avec ce soldat,  la bravoure duquel,  Castelfidardo comme  Mentana, l'Italie a rendu hommage; je causais avec le gnral Charette de l'honneur qui m'attendait ici.
Et lui, voquant les lointains souvenirs de sa jeunesse, me raconta qu'en 1848, il tait lve  l'cole militaire de Turin.
Grandes taient pour l'enfant les bonts de Charles-Albert, car vous le savez, Charette est le petit-fils du duc de Berry.
Or donc, comme tous ses camarades,  qui la proclamation du Statuto donnait une journe de libert, le futur papalin acclamait la libert de tout son cur;  18 ans, on aime l'amour pour l'amour, l'enthousiasme pour l'enthousiasme, et le Statuto par dessus le march. Charette allait donc, faisant retentir la Via Dora Grossa de ses cris patriotiques lorsque passe un escadron de carabiniers, et qu'une main touche l'enfant  l'paule.
Il se retourne. C'est le roi. Le roi qui passe morne, triste, qui, de sa voix grave dit  l'enfant: "Ne crie donc pas si fort."
"Sans doute," disait Charette, "Charles-Albert avait devin les blasphmes du Vendredi Saint par del les acclamations du dimanche des Rameaux!
"Le souvenir de cette apparition, de cette parole," ajoutait-il, "me demeure prsent comme s'il datait d'hier."
Les rares survivants, Messieurs, qui  cette heure dcisive aperurent Charles-Albert, rediraient, si on les questionnait, ce qu'a dit mon noble ami de la tristesse du roi. Car les pressentiments ne trompent pas; ne sont-ils pas les prophties du cur?
Plus promptement encore que le roi ne l'avait imagin, la rvolution faisait son uvre.
 Paris, elle balayait un trne. Elle clatait  Vienne, o elle balayait le prince de Metternich, en pleine conviction de son infaillibilit.
Il ne fallait cependant chercher ni  Paris, ni  Turin, ni  Vienne, le point aigu de la situation: par la force des circonstances, il tait  Milan.
Je n'ai pas  vous rappeler la lutte hroque des Milanais, en 1848.
Je n'ai pas  vous rappeler davantage le mot prt au marchal Radetzky "qu'une saigne de trois jours assurerait une paix de trois sicles  l'Italie."
Cette paix ne pouvait tre qu'une guerre  outrance. Elle allait soudainement rvler  l'Europe une solidarit qui, surmontant tous les obstacles, devait vous donner un jour, Messieurs, la Patrie Italienne!

Quelle force unifiante dans l'ide monarchique, quelle puissance dans ce mot de Patrie!
Le roi, pour un pays, est comme une cl de vote.
Les Italiens, alors, pouvaient ne pas aimer la personnalit de Charles-Albert, mais ils avaient foi dans le principe qu'il incarnait.
Ce prince reprsentait l'affranchissement et l'autonomie d'une Italie, capable de vivre de sa propre vie et de se gouverner elle-mme. Roi et peuple s'appelaient, devinant qu'un glorieux avenir couronnerait leur commun effort.
Dans ses longues heures de solitude et de mditation, Charles-Albert si hsitant d'ordinaire, s'tait fait une inbranlable certitude de cet avenir et sa foi religieuse, plus imprieuse encore, si je puis ainsi dire, que sa foi politique, le jetait dans l'action.
"L'homme qui n'est pas ton frre ne doit pas rgner sur toi"; tel tait le verset biblique qui hantait sa pense, et sans cesse passait devant ses yeux, blouissant comme l'clair.
Toute sa vie le roi avait entendu, - pardonnez-moi d'employer ici encore une image, - toute sa vie le roi avait entendu un duo chant par deux voix discordantes qui, tour  tour, s'levaient des profondeurs de son me, et voil que, tout  coup, elles s'accordaient dans le splendide unisson du cri de guerre qui retentissait d'un bout  l'autre de votre pays.
Arrire les scrupules! Qui du droit ou de la force l'emportera dans ce champ clos o ils vont se mesurer? Peu importe!
Imaginez ce spectacle!
En face du palais royal de Turin, le soir du 22 mars 1848, des milliers et des milliers de visages se lvent vers le balcon; des milliers de poitrines ne respirent plus; des milliers de curs sont sans battements. Indescriptible est l'motion. Tout  coup, la loge de Pilate s'ouvre, Charles-Albert sort de l'ombre, et se montre  la lueur des torches comme une fantastique apparition.
Auprs de lui sont ses fils; un peu en arrire sont les envoys de Milan. Le roi tient dans ses mains une charpe aux trois couleurs italiennes. Il veut parler. Mais ne pouvant se faire entendre, il agite cette charpe sur sa tte.
Un ouragan de cris semble la soulever et la faire claquer comme un drapeau.
C'tait une dclaration de guerre jete  l'Autriche par tout un peuple dont le roi,  cette heure, se faisait le hraut d'armes.

Le lendemain, l'Italie lisait ce que ses peuples n'avaient pu entendre la veille.
"Nos armes vous apporteront l'aide que le frre doit au frre, que l'ami doit  l'ami," disait le roi dans son immortelle proclamation.
"Nous vous seconderons, esprant en Dieu qui a donn Pie IX  l'Italie...."
Et la patrie italienne s'tait ds lors faite chair en lui. C'tait la patrie que le petit soldat, gai et alerte, allait voir passer aux jours de victoire ou de dfaite, dans ce roi pareil  un fantme, qui toujours, chevauchait vers l'endroit o la fusillade tait la plus nourrie, o le danger tait le plus grand.
"Son visage dcharn, son air malade, presque mourant avec un regard de feu," crivait Minghetti  Pasolini, "sa tristesse qui semble repousser jusqu' l'apparence d'un sourire, ont sur ses troupes une influence magntique."
De ce visage rayonnait en effet, en mme temps, une vaillance de race et une foi mystique dans la mission  accomplir!
Charles-Albert se regardait comme l'instrument de la Providence, il tait sr de vivre, tant que la Providence aurait besoin de lui. De l, cette mme impassibilit, et sous les fleurs, et sous les balles, et devant les acclamations qui saluaient son entre en Lombardie, et devant les insultes qui furent, aprs Milan, la dernire escorte du vaincu.
Il marchait, si sr de sa mission, qu'il attribuait  d'obscures hallucines, les visions de Catherine de Sienne, la grande libratrice.
Ici, permettez-moi encore un souvenir personnel.
Mon pre, qui avait suivi le roi sur tous les champs de bataille de Lombardie, couchait le soir de la victoire de Goito, dans une mansarde au dessus de la chambre o dormait son matre.
Le plafond qui les sparait tait si mince, qu'aucun bruit ne pouvait chapper  l'oreille du fidle serviteur.
Tout  coup, au milieu de la nuit, voil que des gmissements parviennent jusqu' lui.
Mon pre descend effray, entr'ouvre la porte, croyant trouver le roi malade. Mais non. Le roi est l,  genoux, les bras tendus en croix, priant tout haut.
Les larmes inondent ce visage, o nul, je crois, avant cette nuit l, ne les avait vues couler.
Mon pre a toujours pens, qu' cette heure, Charles-Albert s'tait offert  Dieu, en victime pour son peuple.

Et chose trange, cette scne se passait le soir mme d'une double victoire.
Les succs qui avaient marqu les tapes de l'arme pimontaise en Lombardie, venaient d'tre couronns  Goito et  Peschiera. L'arme tait dans un indicible enthousiasme.
"Dieu aime et protge notre vieille race royale," crivait le Marquis Costa, "car Dieu lui a mnag un double et beau triomphe. Comme le roi, devant toute l'arme, embrassait le gnral Bava, qui venait lui annoncer la droute dfinitive de Radetzky, nous vmes accourir, venant de Peschiera, un aide-de-camp de M. le duc de Gnes, charg d'apprendre au roi la reddition de la ville. Non, jamais, je n'ai prouv une motion pareille  celle qui m'a secou, lorsqu'en ce moment, un immense cri de: - Vive le roi - s'est lev de toutes les lignes...."
Quelle mystrieuse intuition isolait donc le roi de l'enthousiasme qui l'entourait?
Je ne sais rien de plus caractristique que ces pressentiments du malheur qu'eut toujours Charles-Albert, pressentiments qui ne faisaient en quelque sorte qu'aviver sa passion du sacrifice. Cette fois encore, ils n'taient pas pour le tromper.
Aux victoires de Goito et de Peschiera, succdaient des dfaites de Custoza et de Volta. Celles-ci n'taient que le triste prlude du dsastre de Milan.
Je ne vous redirai pas ces navrantes pisodes.  grand peine, peut-on, le soir du 4 aot, arracher le roi du champ de bataille. Depuis une heure dj, le canon s'tait tu, que Charles-Albert restait l encore sur les remparts de la ville, le visage tourn vers l'ennemi, esprant un boulet qui ne vint pas.
La mort glorieuse du soldat, ce dernier, ce seul bonheur qu'il et rv le fuyait comme tous les autres bonheurs. Mais les agonies pour cela ne devaient pas lui tre pargnes.
Il y a vraiment de singulires concidences, ou plutt d'tranges ironies dans les choses. Vous souvenez-vous de ce balcon o Charles-Albert nagure apparaissait  Turin, agitant devant le peuple en dlire l'charpe aux trois couleurs italiennes? Vous souvenez-vous?
Ce balcon s'appelait le balcon de Pilate. Ah! c'est bien encore de ce nom qu'aurait d s'appeler le balcon du palais Greppi, o les Milanais insultrent le lamentable Ecce homo que vous savez.
La couronne de Charles-Albert ne fut plus qu'une couronne d'pines quand il eut repass le Tessin.
Il retrouvait son royaume en pleine anarchie, comme du reste l'tait toute l'Europe.
Le ministre Gioberti y avait dchan toutes les passions, ou plutt toutes les incohrences. Il ne restait au roi qu'un parti  prendre, celui de la folie; folie sublime qui, seule, pouvait ramener l'union et la concorde dans les esprits troubls. On venait d'tre battu par Radetzky. On rsolut de recommencer la lutte. Cette fois, il n'tait plus question d'arracher  l'Autriche la Lombardie, le Quadrilatre et Venise. Il s'agissait de l'honneur. Il s'agissait de ramener les curs et les esprits  des passions plus hautes que celles de la politique de parti.
En effet, Messieurs, il n'est rien en ce monde pour parler un plus haut langage  une nation qu'un champ de bataille. Et il n'est pas de nation pour mieux comprendre ce langage que la vtre.
Quant au roi, rien ne pouvait plus l'atteindre en fait d'amertumes, de dboires, de dceptions, de sacrifices.
Comme le Taciturne, il semblait dire:
Pas n'a t besoin d'esprer pour entreprendre;
Pas n'est besoin de russir pour persvrer.
Transportez-vous dans cette salle du Palais de Turin, o s'achvent en hte les derniers prparatifs du dpart. Le roi, plus ple, plus dfait que jamais, donne ses derniers ordres.
A ct de lui, la reine. Cette reine qu'il a pouse sans amour et qu'il ne parat pas voir, hasarde en tremblant la terrible question:
"Quando ci rivedremo, Carlo?"
Et lui de rpondre: "Forse mai."
Dans ce jamais est toute la fatalit de la situation. Le mot sonne comme un glas. Le roi, en effet, sait bien qu'il part, non pour vaincre, mais pour mourir.
Impntrable, impassible comme toujours, il suit la route funbre: on le dirait dj raidi par la mort.
La nuit qui prcde la bataille, il a toutes les visions sinistres du moribond. Il en a les mouvements convulsifs, les soubresauts, les effrois. On dirait qu'il voit des spectres.
Cette fois la campagne fut courte. L'armistice tait dnonc le 14 mars 1849. Le 23, l'arme Pimontaise tait vaincue  Novare. Et le soir mme, Charles-Albert, entour de ses fils et de son tat-major, abdiquait.
Dans une des salles du palais Bellini,  Novare, le roi est adoss  la chemine.
Le duc de Gnes et le duc de Savoie se tiennent   ses cts. Les gnraux font cercle devant lui. Charles-Albert demande s'il est possible de faire une troue sur Verceil ou sur Alexandrie.
"Non."
Alors, il se fait un grand silence dans cette pice o se joue un des drames les plus poignants de ce sicle. Et ces soldats se sentent pntrs pour leur matre d'une infinie compassion.
Charles-Albert seul reste impassible.
Il reprend de sa voix lente et grave:
"Rien jusqu'ici, ne m'a cot pour le bonheur du Pimont et de l'Italie. Je me sens maintenant un obstacle  ce bonheur. Pour que cet obstacle dispart, j'ai toute la journe cherch une balle sans la rencontrer. Il me reste l'abdication."
On se jette sur les mains du roi. On le conjure de renoncer  un projet si funeste. Mais lui reprend:
"Je ne suis plus votre roi. - Votre roi le voil, c'est mon fils Victor."
Et ce fut fini.
Dieu avait enlev au roi jusqu' la force de souffrir, et dans la petite maison d'Oporto, Charles-Albert entama avec la mort qui, cette fois, venait au devant de lui, ce dialogue dont parle Michel-Ange:
L'anima mia che con la morte parla.

La mort lui disait qu'il ne verrait plus les maux de la patrie.
Et lui rpondait:

Grato m' il sonno e pi l'esser di sasso
Mentre che il danno e la vergogna dura
Non veder, non sentir m' gran ventura.

Permettez-moi un dernier souvenir.
Le roi mourant refusait la statue que l'Italie en deuil voulait lui lever.
Le Tasse mourant refusait, lui aussi, les honneurs du Capitole.
"C'est un cercueil qu'il me faut," disait-il, "et non un char de triomphe. Si vous me rservez une couronne, gardez-la pour orner ma tombe."
Le Tasse mourut pendant qu'on prparait la couronne de lauriers, et la couronne fut dpose sur son cercueil.
C'est de mme sur le tombeau de Superga que vous avez dpos la couronne d'Italie.

Messieurs, combien diffrente de votre souriant pays est cette rude Savoie, que j'ai traverse nagure pour venir jusqu' vous. On dirait cette rgion hrisse de forts, creuse de prcipices qui, dans les visions de votre pote dfendait les jardins d'Armide. Et voil que, visionnaire  mon tour, il me semblait qu'un souffle faisait frmir les grands arbres, qu'un cho se rpercutait aux rochers, que les torrents murmuraient des mots vagues. Il me semblait que des entrailles mmes du sol, s'chappaient des voix lointaines. Tout cela parlait une langue que j'avais jadis entendue. C'tait la langue des anctres; oui, c'tait la langue qu'avaient parle pendant huit cents ans, de l'autre ct des Alpes, les serviteurs et les soldats de la maison de Savoie. Mon cur frissonnait  ces accents que je pourrais dire d'outre-tombe, et cependant j'admirais, en revoyant, comme un nid abandonn, ce chteau de Charbonnires qui fut le berceau de votre race royale, j'admirais la destine des aigles qui s'en taient envols. Dieu, jadis, nous les avait donns pour matres et pour amis, vous les avez choisis pour rois, ces princes, tour  tour politiques raffins et soldats hroques. Leur mission historique est aujourd'hui accomplie.
Qu'importent, aprs la victoire, les pripties, les angoisses de la lutte? Quel est le champ de bataille qui ne soit jonch de morts?
Arrire donc les douloureux souvenirs et "Sempre avanti Savoja."



SILVIO PELLICO.
CONFERENZA DI AUGUSTO ALFANI.



Signore, Signori,

La figura soave di Silvio Pellico, e il dover io parlarvi di lui, mi fa desiderar pi che mai la virt di quei finissimi artisti della parola, che nelle opere loro sanno come trasfonder se stessi, e si manifestano insigni pittori di ingegni e di animi, per l'invidiato segreto delle caste linee e dei fedeli contorni, e per la magica arte della armonia fra l'omaggio riverente alla verit della storia e l'abbandono del genio ai voli arditi dell'estro.
Di Silvio Pellico, cos grande nella sua umilt, e la cui vita fu un amore costante, un infinito dolore, avrei potuto allora delinearvi la immagine con mano sicura di storico, con intelletto innamorato  di artista; mentre, invece, non possedendo io quella dottrina e quell'arte, dovr a voi parlarne unicamente col cuore; procurando piuttosto di cogliere fiori (ed oh potessi coglierli tutti!) da quanti pi degnamente scrisser di Silvio, per intesserne una corona, da deporre con voi sulla tomba del martire.

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E Silvio Pellico fu martire veramente. Dal 25 giugno del 1789, in cui vide in Saluzzo la luce, al 31 gennaio 1854, in cui la sua nobile vita si spense in Torino, le nubi del dolore velarono costantemente i suoi giorni; ma il cielo di quell'anima, al di sopra di quelle nubi, si mantenne inalterabilmente sereno, perch sempre vi rifulse il sole della giustizia, l'astro benefico della fede, il raggio fecondo di amore. I suoi martirj suscitarono i primi palpiti della nostra giovinezza, e, pur cresciuti negli anni, li riandammo pietosamente; come le avventure di Erminia rinarra anche oggi, coi versi del pio Torquato, alle solitudini dei nostri monti il canto commosso dei nostri pastori.
La vita del Pellico, fra le vite di coloro che maggiormente operarono al risorgimento d'Italia,  una delle pi note, non solo fra noi, ma fors'anco in Europa. Il libro delle Prigioni, tradotto in ogni lingua di popol civile, fu uno dei primissimi libri, su cui apprendemmo a meditare e a soffrire; il secondo, sul quale imparammo ad amare ed a piangere; poich il primo libro, che a noi tutti insegnava questi due sospiri dell'anima, fu il santo cuore materno. Il cuore materno! Ecco, Signori, il principal fondamento al carattere e all'eroismo di Silvio Pellico. Educato in una famiglia di costumi patriarcali e patriottici, ebbe fin dalla sua fanciullezza a sperimentare quanto fossero duri i casi della politica; perch alla caduta della Monarchia piemontese avevano i Pellico dovuto rifugiarsi sull'Alpi, per non subire le prepotenze di quella strana specie di liberali, che, secondo il loro costume, non consentono agli altri il diritto di pensarla diversamente da loro. E in quei tristi giorni conobbe Silvio anche meglio quale tesoro di virt si accogliesse nel cuor di sua madre, in cui pareva tutta adunarsi la virt di quel popolo di Savoia dond'ella veniva. Ai numerosi figliuoli fu coll'integro marito maestra, non solo nei rudimenti della cultura, ma nei buoni principi del vivere, e negli esempj migliori; soprattutto nelle lezioni della sventura, e in quella dignit onde all'uomo di cuore  mestieri di sostenerla.
Ma, tanto felice nei parenti, fu Silvio altrettanto infelice nella salute; e qui appunto la materna sollecitudine si trov nel suo regno, ed egli vide quell'angelo di carit assisterlo nelle lunghe tormentose agonie, e, con industrie che solo indovina una madre, strapparlo alla morte, disperato dai medici. Cos il concetto di questa donna crebbe ognora pi nel suo spirito, come la sua gratitudine; e la riverenza filiale, che in lui rivest le forme pi delicate e gentili, dov essere la tutrice e la guida di tutti i suoi atti, ed esercitare sull'animo suo una costante efficacia.

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L'ingegno del Pellico si rivelava sin dai primissimi anni. Toccava appena i due lustri, e gi componeva una tragedia: componimento puerile, abbozzato, scorretto, ma che poteva bastare a far in lui presagire il futuro scrittore dell'Erodiade, della Gismonda e della Francesca da Rimini.
Continuando a studiare sotto la guida del buon Manavella in Torino, dove la famiglia si era, per ragione dell'ufficio paterno, condotta, recitava Silvio co' suoi fratelli e con altri fanciulli commediole, che il buon padre dettava per essi, non senza accento di arte e di verit. Nella piccola Compagnia del teatrino domestico era una fanciullina, Carlotta. La ingenuit delle grazie, la semplicit degli atti, la leggiadria del verginale costume s'impadroniscono del cuore appassionato di Silvio. Gi gli splendeva una immagine di donna, tutta affetto e virt, maestra e consigliera della vita; un'altra gli si affacciava ora di donna, che in voi si trasforma, e che, padrona e schiava del vostro cuore, sorride al vostro destino, ch' il suo.
Perch il Pellico era nato ad amare; e in ogni sua opera, infatti, dei due elementi artistici, il cuore e l'intelletto, il primo sempre e assolutamente prevale. E come il suo cuore palpita di ammirazione e di amore per questa creatura divina, la donna, cos per lui nella donna s'impersona la stessa bont, che  il suo ideale; tanto, o Signori, che egli vi creer persino una Francesca senza peccato, perch vuole che l'ideale della donna non mai impallidisca o si offuschi. E questo culto della donna (del quale in Silvio la viva predilezione pei fiori  un delicato riflesso) fu in lui, non soltanto compiacimento d'animo aperto al senso della bellezza, ma istinto altres di un cuore innamorato del bene.
La morte, per, troncava questo suo primo amore nascente: la sua Carlottina si spengeva a 15 anni; e se la fede dar a lui la rassegnazione, non potr ministrargli l'oblio; onde la memoria di questo amore andr pur essa con altre care memorie a visitare pi tardi il povero prigioniero, e l'occuper malinconicamente; e nell'anniversario della morte di lei, come il Maroncelli ne attesta, una preghiera pi fervida dell'usato diriger Silvio a questa eletta creatura, che egli gi vagheggia beata.
E quando, trascorsi alcuni anni da questo primo amore infelice, sul punto di affrontare i dolori e le gioie dell'arte, s'incontra nella celebre attrice Marchionni, e scorge crescerle al fianco, delicatissimo fiore, la sorellina Teresa; il poeta osa sognare un'altra volta un futuro conforto, e con l'onesta fanciulla s'illude, incominciando corrispondenza di affetti. Ma indi a poco sente addensarsi la procella sul capo, e anche questo nodo  costretto ad infrangere; e in una lettera, che fu l'ultima, a lei, "Compiangimi, mia buona amica (le scrive), io non sar mai felice. Ogni speranza di bello avvenire svanisce; e quanto pi mi vedo nella impossibilit di superare i crudeli decreti che mi dividon da te, tanto pi sento che t'amo, e che senza te la mia vita non ha che amarezza." Queste parole scriveva dal lago di Como la mattina del 13 ottobre 1820, e poche ore appresso in quel medesimo giorno, venuto Silvio a Milano, era, o Signori, arrestato.

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Ma non precorriamo gli avvenimenti, e quantunque, ripeto, notissimi, non mi sappiate mal grado se io debbo qui, almeno fugacemente, riandarli.
Come Alessandro Manzoni, cos il Pellico bevve alle sorgenti del dubbio, segnatamente per le suggestioni sinistre di un frate apostata, nella dimora sua di 4 anni a Lione, presso uno zio della madre, e dove diedesi tutto allo studio della letteratura francese. Ma, come il Manzoni, cos il Pellico torn presto a coscienza; e nel 1806 si sent ricondotto alle dolci memorie della prima et, e restituito d'un tratto al culto dei nostri classici.
Il genio italico aveva sfolgorato novamente di luce sua propria: il Vico, il Galvani, il Volta, il Beccaria, ed altri sommi, maravigliavano il mondo; sorgevano i due grandi banditori di libert e di civili virt, il Parini e l'Alfieri, e si traevano dietro una schiera di valorosi, tra i quali Ugo Foscolo, che pubblicava I Sepolcri. E questo carme sublime parl con accento ineffabile alla mente di Silvio sulle piagge fiorite della Saona e del Rodano; da quell'istante i suoi studj prendono un nuovo andamento, e risolve di tornare in Italia; vola, infatti, a Milano, dove allora si trova la sua famiglia, e dov'egli pu meglio compiere la sua educazione letteraria; divien professore di francese nel Collegio degli Orfani militari, e consacra il resto della giornata alle opere dell'ingegno; conosce il Monti ed il Foscolo, ammira ed ama entrambi, ma il secondo con tutta l'anima sua.
Parrebbe che tra queste due cos opposte nature (il Pellico e il Foscolo) non si dovesse dare che ripulsa e contrasto; eppure, la dolce mitezza del primo si stringe in maniera indissolubile alla energia violenta dell'altro, e vi cerca tutela, esempio, conforto dell'animo, bisognoso di confidare, di ammirare, di amare! Que' due cuori cos dissimili univa fortemente, per, quasi fossero un unico cuore, carit di patria, sdegno di oppressione, sacro ufficio di lettere, e, sotto ai dubbj dell'uno ed alla fede dell'altro, uguale aspirazione ai pi elevati ideali. E questo influsso del Foscolo sulla mente del Pellico  attestato fin anco dallo stile delle sue lettere; stile alto, nobilissimo sempre ed in tutte; ma in quelle scritte all'amico, pur tumido talora, e vibrato, ed a sbalzi, che palesa lo studio del modello, e quasi l'afflato di lui.
E le frasi fervorose, e gli sfoghi caldissimi, in cui si traduce la quasi idolatria per il Foscolo, vi s'incontrerebbero ancor pi frequenti, se negli anni maturi la mano stessa del Pellico non gli avesse temperati o soppressi. Non che egli punto rinneghi o scemi l'affetto al primo e maggior de' suoi amici; questo affetto, anzi, si afforza, si affina, si fa, coll'affinarsi, pi intenso, pi tenero, pi operoso, fino alla morte del Foscolo; ma vuole il Pellico, nell'interesse del vero, moderata quella cieca ammirazione in tutto, e quelli che a lui sembrano eccessivi entusiasmi; e nella lettera all'egregio ordinatore dell'Epistolario Foscoliano segna ad uno ad uno i passi da sopprimere, le frasi da temperare. Fra le prime lettere ad Ugo, e questa che ne vuole emendato in alcune parti il tenore, sta intera, per cos dire, la vita del Pellico; e chi ben guardi, si persuade come questa, che parve in lui contradizione od abdicazione, sia stata, invece, effetto naturale dello svolgimento dell'animo suo. Alcune lettere, inedite e veramente preziose, di Silvio alla Quirina Magiotti, la Donna gentile del Foscolo, e che parlano con traboccante ma sereno affetto dell'amico comune, ne sono eloquente conferma: e non bisogna dimenticare che, se ella soccorse nascostamente, con mano generosa, agli infortuni del Foscolo, comprandone i libri, e a lui, ignaro dell'artificio, facendoli poi restituire, fu appunto il Pellico l'esecutore delicato e segreto di questo atto pietoso; mentre egli in queste lettere alla Quirina e nei Canti attesta e proclama di Ugo Foscolo le virt alte e magnanime, e, uscito dal carcere, rimpiange di non aver ceduto, quand'era tempo, agli inviti fraterni di lui, allorch dalla Svizzera lo chiamava con s, dicendo il buon Silvio che, se avesse accolto l'invito, avrebbe cansato tanti dolori, e non sarebbe invecchiato nei ferri.
Ma quando il Foscolo sollecitava l'amico (anche per mezzo della Donna gentile) a raggiungerlo, questi dalla sua cattedra di francese era passato istitutore del Briche, giovinetto baldo, di raro ingegno, che indi a poco miseramente periva, e poi, nel 1816, dei due carissimi figli del conte Luigi Porro, famiglia di alto sentire, amica al Pellico generosa e di rara costanza pur nei pericoli, e alla quale egli, in ricambio, dedic tutto se stesso e per sempre.

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La missione dell'educare, del resto, fu per Silvio sacerdozio di libert. Anima grande, non poteva restarsene indifferente alla causa dell'educazione nazionale, dalla quale allora pi che mai dipendevano le sorti d'Italia; e a quella, infatti, consacrava il Pellico, con la persona, il genio e la penna: da tutti quanti i suoi scritti, in prosa ed in verso, le Prigioni e i Doveri, le Tragedie e le Cantiche spirando sempre un magistero altissimo educativo.
E poich ho ricordato qui le Tragedie, giova pur  rammentare come gi nel 1811, mentre Ugo Foscolo era ancora in Milano, comparsa su quelle scene la giovane a cui accennavo test, la Marchionni, la quale doveva essere la pi applaudita attrice del tempo suo, e conseguire trionfi che difficilmente saranno poi superati, il Pellico ne aveva tratta ispirazione per volgere in forma drammatica la scena terribilmente pietosa di Francesca e di Paolo. E nonostante che il Foscolo, al quale come a maestro ebbe Silvio mostrata la sua tragedia, uscisse nella nota sentenza: "Non revochiamo d'inferno i dannati danteschi, farebbero ai vivi paura", il Pellico questa volta disobbed, e fu disobbedienza felice. La Francesca da Rimini riusc una delle tragedie pi popolari del teatro italiano, destando ovunque un entusiasmo che mal si descrive; e lord Byron la traduceva mirabilmente in tre giorni, mentre il Pellico, in argomento di gratitudine, ne volgeva nell'idioma nostro il Manfredo.

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Tramontava intanto, o Signori, la stella del Bonaparte, e l'Austria ribadiva i ceppi all'Italia, le imponeva silenzio, la ingombrava di delatori. La famiglia del Pellico era costretta a far ritorno da Milano a Torino; ma Silvio, pur misurati i pericoli, volle restare col, e prodigo della libert sua e della vita, propugnare la libert ed il diritto della sua vilipesa Nazione.
Nella casa liberalmente ospitale del conte Porro, egli conobbe e prese ad amare gli uomini pi valenti di quell'et memoranda; quei letterati e quei patriotti del ventuno, i pi dei quali dovevano cader vittime della gelosa polizia imperiale: schiera di generosi, rappresentante il genio italiano contro i dispotismi dell'Austria; una letteratura nuova, la quale studiava d'immedesimarsi nei bisogni e nelle idee popolari, nel sentimento nazionale, e diventare sapienza civile e politica. Non era quella, o Signori, una setta; era l'Italia, che per essi anelava alla sua propria emancipazione.

"E Silvio Pellico, esile, malaticcio, balzato, ci nondimeno, in mezzo alle battaglie del pensiero pi fervido, in mezzo a tanta operosit civile, destinata a qualificare un'et, sente ingagliardirsi le forze; e fatto quasi maggior di se stesso, vince la debolezza della sua fibra, sorge, ed incalza alla pari degl'ingegni pi audaci. La corrente di quelle idee lo trasporta; gli uomini, fra cui vive, lo infiammano dei loro ardori; la sua indole generosa e fidente nel bene lo spinge a correre quelle vie, che danno speranza di conseguirlo."
E cos, quel movimento letterario, iniziato negli ultimi anni del Regno Italico, facendosi ognora pi vive le idee che lo fecondavano, ebbe manifestazione formale in quel foglio azzurro, nelle apparenze modesto, e pur fecondo di patria grandezza, Il Conciliatore, che usciva in Milano il 3 di settembre del 1818.
L'Austria, per, vedendo per questo Foglio prodursi quelle idee, e diffondersi quei sentimenti, che soli risollevan lo spirito abbattuto di un popolo, non pot non entrare in sospetto, e lo qualific per congiura; ma, a non parere nemica di civilt, non os proibirne sul momento la pubblicazione; si content da principio di mutilarne spietatamente gli scritti, e con fiscali perifrasi far sentire a quegli scrittori che il Conciliatore, per vivere, non doveva, in sostanza, dir nulla.
Ai nobili intenti di quel Periodico, che si disse romantico, ma che fu altres nazionale, rispose con plauso l'Italia, di cui sosteneva la dignit ed il diritto: e quantunque non potesse pubblicare che 118 numeri, n durare che poco oltre un anno, rec pi tardi i suoi frutti, pagati pur troppo a peso di catena e a prezzo di sangue, ma frutti preziosi: la indipendenza di un popolo, la vita libera di una nazione.
Giovandosi dello spionaggio pi scaltro e pi ignobile, la Polizia misurava i passi, pesava ogni parola, coglieva ogni respiro di quegli animosi, mentre si preparavan prigioni, e si allestivan patiboli. Si sospettava dall'Austria che il Porro, il Confalonieri, ed altri molti, forse per mezzo del Pellico piemontese, fossero in segreti rapporti coi Carbonari del Piemonte, e che per essi si stendesser le fila di una vasta cospirazione, con a centro il Conciliatore, di cui era il Pellico segretario. Ond' naturale che su di lui, pi ancora che sopra gli altri, gravassero i sospetti del governo e de' suoi delatori. Un viaggio, in quei giorni, di Silvio, prima a Torino per assistere il suo amico De Brme moribondo, poi a Venezia col Conte Porro, accrebbe  i timori dell'Austria; la quale, risoluta di soffocare ogni aspirazione di libert sotto qualunque forma si palesasse, sopprimeva a un tratto il Conciliatore, e incominciava gli arresti de' suoi principali collaboratori e aderenti, sotto la imputazione di Carbonarismo.
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Silvio Pellico intanto, tornato da Venezia, ripara nei pressi di Como, dove la prudenza affettuosa del Conte Porro lo ha tratto.
Ma appreso che Piero Maroncelli  arrestato, e che altri ancora son ricercati, vuol tornare a Milano, per salvare, potendo, l'amico, per parteciparne, se occorra, la sorte.
Vi giunge: uno sconosciuto lo incontra, gli si avvicina, gli sussurra alle orecchie: "La polizia vi cerca." "Sa dove sto" egli risponde; "vo ad aspettarla." Ci va; , invece, aspettato. Non salva l'amico; si perde generosamente con lui. Sequestrata ogni carta,  condotto a Santa Margherita, ov'egli entra ripetendo a s e a' carcerieri:

Non v'ha sbarra, n catena,
Che lo spirto mio rinserri;
Per la mente non vi ha ferri,
Sua natura  libert.

Che vile e che feroce procedura sia stata quella,  inutile qui ricordare. Negl'interrogatorj nega il Pellico la ribellione; nessuna astuzia gli strappa una confessione qualsiasi; s e gli amici difende sagace, scagiona sereno; mentre ogni suo dolce sogno, di uomo, di educatore, di poeta, di cittadino, si dilegua ad un tratto nel triste pellegrinaggio da Santa Margherita ai Piombi, dai Piombi a San Michele, da San Michele allo Spielberg.
Dopo 16 mesi, che parvero anni, di giudiciali torture, su Silvio Pellico, accusato di carboneria quantunque non carbonaro, come egli stesso apertamente dichiara, scoppia la capitale condanna, commutata in 15 anni, e poi in 10, di carcere duro: la clemenza imperiale lascia a Silvio la vita, ma gli schiude una tomba. Non pi uomo, ma cosa, ma numero; la fame, il lavoro forzato, umiliante: ai piedi la catena; a riposo una tavola; conteso, finch arrivi potest di tiranno, il pensiero; la parola ristretta; conforto di luce negato, carit d'uomo punita.... Questo decenne martirio, dopo Le mie Prigioni, non si racconter, o miei Signori, mai pi.

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L'abbiamo tutti nella memoria del cuore quel libro; ogni descrizione, ogni fatto, ogni minuto particolare vive, pu dirsi, dinanzi alla nostra immaginazione, ed ognor ci commuove: l'arresto; il pensiero del Pellico alla famiglia lontana, percossa improvvisamente dall'annunzio tremendo; i conforti della sua fede; le riflessioni malinconiche, le forti risoluzioni; la dolce compagnia del povero mutolino, di cui egli si fa educatore; lo studio incessante a ricostituirsi comunque una societ, vogliam pure con una trib di formiche o con un docile ragno; la vista di Melchiorre Gioia, e i loro cenni scambievoli che nulla dicono, ma che esprimono tutto, come quelli di due innamorati, perch il cuore li suggerisce ed il cuore gli spiega; la flebile voce dell'incognita Maddalena, che rompe il silenzio del tristissimo asilo, e il cui ritmo va morendo per l'aria. Ma egli ne raccoglie con ebbrezza la fuggente armonia; e come la canzone si leva immacolata in mezzo ai turpi lazzi che tentano soffocarla, cos egli immagina che quella infelice, la quale sa cos dolcemente cantare, si levi fra le altre prigioniere per un ultimo candore sopravvissuto, se la dipinge bella, la desidera buona, nata per la virt, purificata dal pentimento, ed accoglie, povero Silvio, come rivolta a se stesso, la soave piet di quel canto!
E poi le visite del padre adorato e le misere illusioni dell'amore paterno: le torture del figlio nel pietosamente ingannarlo, col sorriso della speranza sul labbro, col pianto della disperazione nel cuore; la triste partenza sua da Milano; l'arrivo a Venezia: i Piombi; le insonnie angosciose, le tentazioni suicide, il ritorno alla calma! E chi non ricorda con tenerezza il dolce episodio della povera Zanze? A chi non risuonano ancora simpatiche le confidenze della giovane a Silvio, risguardato da lei come padre o come fratello, a sua scelta? e gli sfoghi dei suoi crucci d'innamorata? e il prendergli spesso, e quasi per forza, la mano, e stringergliela con affetto, mentr'egli dice fra s: "Fortuna che non  una bellezza!"? Ma tosto si pente di averla giudicata bruttina, e, ripensandoci meglio, la trova, anzi, attraente; e confessa da ultimo che non se n' innamorato perch essa ha gi un altro amante, del quale va pazza: cosicch, al replicato ingenuo abbandonarsi di lei nelle braccia di Silvio, egli ne  sconcertato, e ne la rimprovera come di cosa che non sta bene. E quando essa, quasi per giuoco infantile, prende la Bibbia che Silvio ha con s, l'apre, ne bacia a caso un versetto, gli chiede che glielo traduca e commenti, e gli soggiunge: "Vorrei che ogni volta rilegger questo versetto, si ricordasse che vi ho impresso un bacio;" il nostro Pellico si trova spesso, come traduttore, in non lieve imbarazzo, non sempre invero quei baci cadendo a proposito, massimamente se alla Zanze  capitato di aprire il Cantico dei Cantici. Allora, per non farla arrossire, profitta della ignoranza di lei nel latino, e si prevale di frasi in cui, salva la santit di quel libro, salvi pure la innocenza della fanciulla, ambe le quali (egli dice) gl'ispirano altissima venerazione.
E indi a poco, la malattia e la sparizione misteriosa di lei, tradita forse dall'amante, compianta paternamente da Silvio; la nuova conoscenza di lui con la famigliuola di faccia, e le parole gentili direttegli da quei cari fanciulli, a suggerimento della giovane madre, pudicamente curiosa, e seminascosta fra le tende della finestra...; e poi la rassegnata preparazione a morire per man del carnefice; il suo trasferimento alle carceri di San Michele; la lettura in pubblico della condanna sulla fatale Piazzetta, descrizione di una evidenza terribile nella sua insuperabile semplicit; la riunione allora del Pellico col suo Maroncelli, nobile, generoso, gentile,  e fratello a lui pi che amico; la loro partenza per la Moravia; la stretta crudele nel lasciare la patria; la piet ovunque incontrata; l'episodio della fanciulla stiriana che saluta con ambe le mani i poveri prigionieri, e se ne parte piangente al braccio di onesto garzone tedesco, il quale forse ama anch'egli per le sue sventure l'Italia; e finalmente, l'arrivo all'infausta rcca, allo Spielberg!


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E qui, miei Signori, io domando all'illustre Zumbini nostro che per poco almeno vi parli egli per me, e, sia pure in compendio, vi descriva egli con eloquente efficacia la recente sua visita al sinistro castello. Dopo aver detto come questo luogo di pena e di strazio sia stato trasformato in caserma, dove ognuno, col dovuto permesso, pu entrare, prosegue: "Ma se non c' pi lo strazio, c' tuttavia qualche cosa che ancora ne fa vivo il ricordo. Parlo di quelle casematte, in cui fu sepolta tanta gente ancor viva, e alcune delle quali, nei mutamenti avvenuti, furono restaurate a testimoni parlanti di quella tristizia di tempi.
"Le cagioni ed i modi della trasformazione, e la storia del Castello e delle numerose nobilissime vite ivi immolate, si leggono in un volume scritto da un colonnello dell'Austria, il quale disseppell le tristissime bolge, e dove si legge del pari, fra le altre cose di sinistra curiosit, la nota caratteristica che nel registro della prigione fu scritta in tedesco sul Pellico, recante il numero 302, e che, tradotta, dice precisamente cos: "Nativo di Saluzzo, in Sardegna, 32 anni di et, cattolico, celibe, gi segretario, piccolo di statura, di gracile costituzione, di buon colorito, capelli bruni, barba bruna, occhi celesti, naso regolare, bocca piccola. Parla l'italiano, il francese, il latino, e non correttamente il tedesco." Sembrano cenni necrologici; e quel librone antico dello Spielberg, che ne contiene tanti altri simili, sembra un monumento funereo, che da s solo ricordi un numero indefinito di tombe.
"Ma finalmente mi risolvo a discendere. Confesso che me ne  rimasta nella mente una gran confusione come di sogno breve e terribile. Mi ci condusse un custode armato di una gran fiaccola, come si fa nella visita delle catacombe. Di tanto in tanto quell'uomo si fermava, per accennarmi, colla muta parola del lume, ora le pareti umide e brune a cui era ancora attaccato qualche anello di catena, ora le vlte pendenti sui nostri capi, e poi, quegli strumenti di tortura, che parevano cose viventi, e superstiti a tutte le morti da essi prodotte. Al rapido guizzar della fiaccola sparivan le tenebre, e tutto diveniva pi pauroso e pi orrendo. Dalle pareti, dalle vlte, dal pavimento, da quegli strumenti, come a Dante dalla scheggia del suicida, pareva uscissero insieme parole e sangue.... Non dir altro, non mi rammento d'altro. All'uscir di quel baratro i miei occhi erano quasi ottenebrati, e vedevano il sole come in ecclissi. Avevo con me Le mie Prigioni, gi rilette poco avanti; le riapersi, quasi per cercare conforto al martire stesso, che qui aveva durato e vinto tanto dolore.... La tomba, in cui poco prima aveva visto pendente il suo ritratto, era quella dove lo gettarono al suo arrivo, e dove stette per qualche tempo; e solo quando i suoi patimenti l'ebber ridotto all'estremo, fu trasportato di sopra."
Con la guida del libro tedesco cerca allora lo Zumbini dove pu essere il nuovo asilo assegnato al Pellico, e ogni altro luogo descritto da lui fedelmente nelle Prigioni, e lo trova; e bench spesso interrotto dal guardare ora a questo ed ora a quel punto, egli ha compiuta la nuova lettura, e fatta l'ora di lasciare lo Spielberg. Parte, e montato pi tardi sul treno di Vienna, ei si volge spesso indietro  a guardare, finch pu essergli in vista, il truce Castello.
"A seconda che vi morivano gli ultimi bagliori del sole, e vi cresceano le ombre, mi si facevano (ei dice) pi paurose le immagini suscitate dalla sua vista. Guardavo e pensavo: Quanto dolore umano si accolse col per pi secoli! E quel dolore, di quanti altri affanni non fu cagione in ogni parte d'Europa!... E mentre il gran mostro gi s'involava del tutto ai miei occhi, guardavo sempre e pensavo.... In nessun altro paese dovette cos abbondar quel dolore, come nella patria mia, perch italiana fu la parte maggiore di quelle vittime illustri. Ma pur dalla patria mia ti giunse, o Castello, la pi terribile scossa che tu avessi mai avuta. Fra le infinite dipinture dei tuoi orrori, appartiene all'Italia quella che, tanto pi potente quanto pi mite, valse sopra tutte a far s che, aboliti i tuoi flagelli, fossi tu aperto a quelle aure, a quel sole, a quelle armonie del giorno, che sono come la vita della nostra vita, insieme con la libert!..."


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In questa tomba, pertanto, entrava il povero Silvio. Qui pure, o Signori, mortali tristezze e rare consolazioni: il lurido covile dei primi tempi, e la figura del vecchio Schiller, il burbero carceriere dal cuore paternamente benefico; le sue arti pietose a conforto dei prigionieri politici, che egli chiama suoi figli; la morte di lui, pianta dal Pellico con dolore filiale; i colloquj sul terrapieno con la buona compagna del soprintendente afftta di tisi, e che, sentendosi presso a dover separarsi dalle sue creature bellissime, lo prega, lacrimando, a ricordarsi di loro, ed anche di lei, come essa a lui ricordava una persona diletta. E poi, l'incontro improvviso, drammatico, col conte Oroboni; i loro lunghi e sommessi conversari di forte piet; la fiera malattia del Pellico, onde anche in Italia si diffonde la voce della sua morte, che a poeta gentile ispira pietosissimo canto; la guarigione; la riunione sua col Maroncelli, consumato dal dolore, distrutto dalla fame, ammorbato dall'aria del carcere tenebroso; la gioia loro suprema, l'armonia dei pensieri, l'accordo nelle speranze,  il mutuo recitarsi di versi da ciascheduno composti; l'eroica morte, in carcere, dell'infelice Oroboni; le lacrime del morente nel ricordo del padre suo ottuagenario; le parole estreme di sublime perdono ai nemici ed ai carnefici.
Ma chi, soprattutto, pu ricordar senza fremiti le sciagure del povero Maroncelli? l'amputazione della gamba? l'assistenza fraterna di Silvio? la leggendaria fortezza del paziente, il quale, mentre aspetta fra i pi acuti dolori l'amputazione, dirige a' suoi cari un tenero canto, quasi testamento di amore, e poi, con pensiero feminilmente gentile, appena il taglio  eseguito, data un'occhiata di compassione alla gamba che portano via, porge al chirurgo, null'altro avendo da offrirgli in pegno di gratitudine, quell'unica rosa, che egli accetta piangendo?
E quando finalmente suona l'ora della liberazione per Silvio e per l'impareggiabile amico, in quelle pagine si fa pi che mai manifesta tutta la delicatezza di quegli spiriti, tutta la magnanimit di quei cuori, nel trepido sospiro alle loro famiglie, e nel compianto pei cari amici che quivi lascian sepolti, e forse per sempre!
Il viaggio, l'addio fra i singhiozzi al Maroncelli, il socio diletto de' lunghi dolori, e al quale egli    implora benedizione, e porge augurio di amici che lui, Silvio, agguaglino nell'amore e superino nella bont; la compagnia del buon brigadiere austriaco, che per l'appunto fu tra coloro che dovettero strappar crudelmente il Confalonieri dalle braccia della pi tenera fra le spose, la cui vita , a narrarsi, un poema di dolore, di eroismo, di amore; la divina consolazione nel riabbracciare finalmente i suoi cari; l'incontro provvidenziale nel venerato abate Giordano, che con la madre lo induce a narrare all'Italia i suoi casi; la comparsa delle Mie Prigioni; la universale accoglienza e il costante successo di questo libro, uno dei pi semplici, dei pi veri, dei pi santi libri usciti da penna italiana!

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In tutta questa intima storia  una temperanza meravigliosa; nessun segno mai d'ira, o di risentimento, giammai! Felice nella scelta delle cose da dire fra tante che ne ha omesse; felicissimo per avere con magistero d'arte, tanto pi solenne quanto pi nelle apparenze dimessa e spontanea, saputo presentare alla fantasia del lettore un gran personaggio, bench nominato due o tre volte appena, e  con tutta semplicit.... L'ombra imperiale nella lettura del libro si proietta sempre in certo modo dinanzi a voi, fino al momento nel quale l'artista, con un tocco alla Shakespeare, la suscita e la fa giganteggiare sinistramente nel giardino di Vienna, quand'egli, il Pellico, con altri reduci dallo Spielberg e sotto custodia, l ritrovandosi, viene quivi a passare l'imperatore; e il commissario li fa sollecito ritirare, perch la vista delle loro sparute persone non attristi il cuore di lui!
Quanto alla politica, l'autore, simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, protesta di volerla lasciare in disparte, e la lascia; ma, ci nondimeno, la politica, nulla curandosi di questo broncio, sembra voglia governare a sua posta, non solo nello spettro dell'innominato protagonista, ma in tutto quanto il soggetto; onde il Pellico, col suo mitissimo libro, duraturo finch gli uomini avran bisogno di piangere, necessit di sperare, e, leggendo, di farsi migliori, diede all'Austria la pi fiera delle sconfitte, e all'Italia acquist una vittoria non pi mai disputabile nella coscienza civile delle nazioni.


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E questo libro cos forte nella sua mansuetudine, ond'ebbe ed avr sempre sugli animi una efficacia infinitamente maggiore di ogni altro libro siffatto, ei lo dettava, o Signori, con altre opere degne, dopo lo Spielberg; argomento questo a far cauto chi fosse per avventura tentato di credere, che il Pellico, uscito di carcere, recasse, con le fisiche infermit, anche una specie di anemia letteraria, prodotta soprattutto dalla sua fede, e che questa e lo Spielberg avessero in lui, se non spenta, ammorzata ogni fiamma di affetto, inaridita ogni sorgente di nobile ispirazione, essiccata quella limpida vena (che pareva s ricca ed inesauribile) del suo amore di patria. No, miei Signori; Silvio Pellico fu imprigionato nel pieno fervore della sua giovinezza, con tutto il confidente suo ingegno, le rosee illusioni, le fiere baldanze dell'et sua; ne usc uomo, col senno maturato dalla pi dura delle esperienze, coll'animo ritemprato dalla sventura; ma sempre lui, Silvio Pellico, in tutto. E se altri voglia chiamar debolezza il suo abbandonarsi alla fede, ma io benedico a questa debolezza, o Signori, perch ad essa principalmente dobbiamo se il Pellico fu pi forte dei suoi dolori, e "se lo Spielberg (ripeter col Gioberti), non  pi oggi un inferno di vivi, n un'infamia del secolo, ma  reliquia di martiri, e monumento di patria virt."
E questa sua debolezza non gl'imped di dettare, uscito dal carcere, e pur col meditati, anche i Doveri degli uomini, libriccino pi sapiente di un codice; e non scarsa parte di quelle Tragedie, che, pur coi loro difetti, dovevano, nella riforma del teatro italiano, accostare il suo nome all'Alfieri.
Il Pellico, infatti, ammiratore dell'Astigiano, si attenne, finch pot, alla forma di lui, ma fu originale nel resto; indi il divario dei caratteri nelle tragedie di entrambi: il primo, fiero ed in guerra, mal pu indugiarsi a dipingere i teneri sentimenti; il secondo, mite ed in pace, spazia volentieri nelle regioni dei dolcissimi affetti: l'Alfieri  sempre l'irato vate che muove guerra implacata ai tiranni; il Pellico  anch'egli costantemente poeta di libert, ma  insieme poeta di amore. Egli pure, il Pellico, non ignora gli abusi del cuore umano; ma somiglia, si disse, e quell'angelo, che mentre scrive il peccato, lo cancella pietoso col pianto.
Il nostro Silvio chiude il suo corso poetico con le Liriche, dov'ei ripercorre gli anni che furono, e quante ebbe occasioni di godere e soffrire; gli tornano al pensiero mesto i ricordi della fanciullezza, la famiglia, gli amici, i giorni delle prove, i dolori, la santit degli asili e dei templi, le dolci visioni di amore.... "Poesia, che, pur di attingere le altezze morali, pi non cura affidarsi ai segreti dell'arte, e anche dimentica l'efficace soccorso della forma eletta, attraente. Questa poesia, pertanto, che  d'ogni nobile spirito, seguiter a vibrargli nell'animo, ma Iddio solo l'udr."

***

Il mondo, intanto, lo cerca, lo festeggia, gli si affolla dintorno, ma egli oramai se ne ritrae sbigottito, a non turbare il suo riposo bramato e ottenuto; e se non gli fosse rimasto con chi sotto il caro tetto domestico, e poi coi beneficenti Barolo, esercitare le pietose facolt del suo cuore, si sarebbe (egli scrive) chiuso in un chiostro, per servire e soccorrere agl'infelici. E quando di nuovo lo visita la sventura colla perdita dei genitori e d'uno dei cari fratelli, Luigi; e quando qualche tentazione delle antiche sfiducie novamente lo assale; il suo dolore ed i suoi scoramenti sono temperati dalla stessa piet.
E ci vediamo pi apertamente che mai nel suo Epistolario, il quale, per me, pi che storia,  confessione di vita. Le lettere che, liberato, torna a scrivere piene di affetto giovanile, mirabili per dottrina e per vigore di sentimento, ai genitori, ai fratelli, agli amici, ai Porro, alla Marchesa di Barolo, al suo Confalonieri, uscito finalmente egli pure dallo Spielberg, sono il riflesso dello spirito suo, come ne sono fedelissimo specchio quelle inedite, da lui dirette alla Donna gentile, la quale ebbe anch'essa a occupare gran parte de' pensieri del nostro Pellico durante la prigionia, e mescersi di frequente ai suoi dolori, e sorridere ai suoi conforti, e confortarlo essa stessa con le altre rimembranze dilette. E come no, se nelle lettere che precedono la cattura ei la invoca coi nomi pi dolci, di madre, di sorella, di amica, pieno per lei di un affetto il pi vivo, quantunque non l'abbia mai ancora veduta, n debba vederla che una volta soltanto, in Firenze, trent'anni dopo? E come no, se poco innanzi l'arresto, parlando ad essa del proprio ritratto che le ha inviato: "Niuno onore (le scrive)  mi  stato tanto caro, quanto quello che mi fai tu, amica adorata, tenendomi nella tua stanzetta di studio, e fissando in me i nobili, affettuosi tuoi sguardi. Ho letto di certi santi che si staccavan dal quadro dove eran dipinti, e venivano gi in carne e in ossa ad abbracciare i loro diletti. Oh! se potessi, Quirina, operare questo miracolo anch'io!"
E avvenuta la liberazione, e ripresa con lei pi frequente e non meno affettuosa la corrispondenza interrotta, la prosegue costante, finch il conforto della dolcissima donna non viene, per morte di essa, a mancargli. E in queste lettere le confessa che nei lunghi anni del suo dolore ha spesso ricordato le sue virt, e ne ha spesso parlato col Maroncelli. Ora  naturale che a lei schiuda Silvio tutto l'animo suo, e le narri l'intima storia de' suoi ultimi anni. Bastano pochi tratti di queste intime confessioni, per sorprendervi intero il pensiero ed il cuore di lui. Udite. Deplora in una di esse le troppe, inevitabili, visite dei curiosi e degl'importuni, e tra questi, di coloro che vorrebbero ricondurlo alla vita attiva politica, e aggiunge: "Solita enorme pazzia di gente, la quale sogna ch'io debba mischiarmi di politica, e che non si possa essere stati allo Spielberg senza prender parte pro o contro ai fanatismi dei guelfi e dei ghibellini, a cui mi sfiato a rispondere: Amo la patria quanto voi, e probabilmente pi di voi; ma son nemico delle stolte e funeste guerre civili, e detesto le follie che possono trarre a ci, e a nessun bene pubblico." E in un'altra: "Dacch ho passato dieci anni in solitudine dolorosa, il pi delle volte mi par d'essere in una generazione che non mi appartiene pi, tranne pochissimi. Ho soli 47 anni, ma sono vecchio di cento; e la stirpe che mi si agita intorno,  tutta calda di amori e di odj, che non so e che non voglio dividere.... Temono ci ch'io non temo, sperano ci ch'io non spero, ambiscono ci ch'io non ambisco. Il torto non  mio, n di questa nuova generazione. Non vi  torto, ma semplicemente un fatto, che io ravviso come un fatto, e di cui non mi lagno. Io sono un risuscitato, a cui tutti i viventi fanno buon viso, ed io lo fo loro; ma le abitudini di essi e le mie hanno a vicenda un non so che di straniero.... E allora, le mie fantasie, che poco si dilettano del presente, cercano con amore il passato. Il passato per me si compone di due secoli, fortemente impressi nella memoria: e furono, la mia giovinezza, e gli anni di prigionia. Penso molto, e pi che altrui non appare, a quei periodi lontani. Vi penso anche quando sto in societ; e, strana cosa! mentre inorridisco dei giorni che ho vissuto nei massimi dolori, pur non posso, o Quirina, allontanarli dalla mente; ed anzi, mi nasce da quelle tristissime ricordanze una specie di vita interna, che mi conforta e mi piace. E questa vita, e questo sentirmi segregato dalla maggior parte degli uomini d'oggid, questo rammemorare tanti amici miei che pi non sono sulla terra; insomma, questa mia stranierit d'uomo risuscitato,  una vita assai singolare, poco lieta, e nondimeno poetica, sentitissima, e direi quasi buona, perch mi  diventata natura, e mi sforza a religione, a preghiera."

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Cos, o Signori, fra i ricordi del passato, le solitudini del presente, la carit, l'amicizia, l'amore, visse i suoi ultimi anni quest'uomo, s modesto e s grande; che per l'ingegno, per l'animo, per l'opera sua fu vanto d'Italia; che sollev a religione l'amore stesso di patria; che senza maledire a nessuno, con la dolce parola, apostolo del perdono, riapr (fu scritto) l'adito alla mitezza cristiana negli orrori stessi del carcere; quest'uomo, il cui alto ideale fu la bont, il cui splendido regno  l'amore; onde il soave amore di donna gl'ispir la Francesca; il sacro amore di patria Le Mie Prigioni; il santo amor della fede I Doveri ed i Canti.
E se  vero, come si disse, e come non pu esser negato, che il culto all'Italia ebbe origini sotterranee, n mai fu pi nobile di quando echeggi sotto i piedi dell'inimico; oh! come ci comparisce ammirando quest'umile sacerdote delle catacombe italiane!

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Nella stanza solinga dove Silvio moriva, due reliquie, fra le altre, preziose, doverono richiamare, o Signori, con attrattiva mestamente soave gli ultimi sguardi del poeta e del martire: una piccola scrivania, che gi appartenne al Parini, e che aveva seguto Silvio nel carcere; un orologio, che gi fu dell'Alfieri, e che al Pellico aveva voluto la Donna gentile donare, uscito ch'ei fu dallo Spielberg. Or quell'oggetto, sul quale il Parini ebbe forse meditati i suoi Canti d'italica morale resurrezione, e Silvio ebbe forse dettate Le Mie Prigioni, legava egli con delicato pensiero, in pietoso ricordo, al venerato ministro, che nelle ore estreme accompagnava la sua anima grande sul limitare dell'eternit, e gli rammentava le immortali speranze.
E quell'orologio, che nei confini del tempo aveva segnato gli avvenimenti cos profondamente diversi di quelle due vite, dell'Alfieri e del Pellico, durava ora l a ricordare eziandio colla ugualit dei suoi moti il palpito uguale, costante, di quei due cuori per la grandezza e la libert della Patria. E quando il Pellico, chiuso per sempre lo sguardo alle caducit della terra, lo riapriva agli eterni fulgori, quell'orologio, che fu ricordo di gloria e pegno di amore, continuava l co' suoi palpiti a raccontare la storia di quei due generosi, e a mormorare come un lamento, per la scomparsa del martire, che visse soffrendo ed amando, e che nel dolore sublim l'amor suo e la sua fede nei sacri destini d'Italia.



LE SOCIET SEGRETE IN ROMAGNA  E LA RIVOLUZIONE DEL 1831. 
CONFERENZA DI ERNESTO MASI.

Me ne dispiace per voi, ma anche questa volta la politica ne ha fatta una delle sue, ed ha privato voi del piacere di ascoltare Ferdinando Martini ed ha costretto la Direzione delle Conferenze, in tanta pressura di tempo, a incaricar me di sostituirlo.
Non ho voluto sostituirlo anche nel tema, che spero egli potr trattare prima o poi, ed ho preferito tentar di riempire alla meglio un vuoto, che anche alla Direzione pareva fosse rimasto nel programma di quest'anno, parlandovi delle societ segrete di Romagna e della Rivoluzione del 1831.
Quello delle societ segrete in Italia  un tema attraente e difficilissimo.
Perch sia attraente, non ho bisogno di molte parole per dimostrarlo. La sua attrazione, se altro non ci fosse, sta in quell'aggettivo: segrete. Scoprire un segreto? che cosa c' che metta in maggiore agitazione tutte le fibre della povera e limitata natura umana? che cosa c' altres di pi comune? Il mondo intiero  un segreto e tentare di scoprirlo, e illudersi ogni tanto d'averlo scoperto,  forse il solo perch di tutta la nostra esistenza. Basta dire quindi: societ segrete, e l'attenzione, la curiosit si svegliano subito da per s. Lo stesso Goldoni, che di tutto faceva soggetto d'osservazione comica, ha tratto dai primordi delle societ segrete la materia d'una sua commedia: Le Donne curiose, e le quattro donne della Commedia rappresentano appunto la societ, che fantasticava in mille guise sul mistero di quelle congreghe, le prime Logge dei Frammassoni, introdottesi per opera d'Inglesi girovaghi, alla met circa del Settecento, prima in Firenze, poscia in Venezia ed altrove.
Attraente il tema  dunque di certo.
Difficilissimo per pi ragioni. Dove trovare il documento schietto, immediato delle congiure?
Presso il cospiratore?
Ma il cospiratore avvezzo a simulare e dissimulare, a nascondere, a travestire il pensiero che lo agita, ben di rado lascia tracce del suo passaggio. Se anche ebbe momenti di abbandono, se si lasci andare a confidarsi a qualcuno, ad un amico, ad una donna, se possedette una lista di nomi, una descrizione di luoghi, uno statuto, un formulario, un credo della sua fede politica, se mai scrisse o ricevette una lettera, un avviso, un messaggio, non velato abbastanza sotto il gergo geroglifico della setta, bast una visita inaspettata, una scampanellata notturna alla porta di strada, un rumore insolito in casa, una faccia sospetta, che passasse, perch'egli in un subito facesse su alla rinfusa le sue carte e le gittasse in un nascondiglio impenetrabile o sulle fiamme.
Negli atti delle polizie inquirenti e sorvegliatrici?
Ma essi sono pieni di lacune, di ombre, di menzogne, di vantere, di calunnie, e ad ogni modo colgono qua e l un indizio, un segno; ricostruiscono a volte quello, che  gi disciolto o trasformato da tempo; s'ingegnano di far corpo dei mille nonnulla, che hanno sorpresi, ma l'insieme della trama sfugge loro, confondono momenti, uomini, cose, e chi per ragione di studio ha avuto occasione di consultarli, sa bene che assegnamento si pu fare su quegli atti, quando lo studioso non possa riscontrarli con tradizioni autorevoli, con ricordi personali o con altri documenti.
A proposito appunto delle cospirazioni politiche di Romagna dal 1815 al 31 mi ricordo io d'avere, anni sono, consultato un enorme registro della Polizia pontificia a Bologna, dov'era un elenco con note biografiche d'un'infinit di persone sospettate e sospettabili di spirito settario e avverso al governo. Erano persone morte da poco o ancor vive, ed  incredibile che razza d'abbagli, d'equivoci e di confusioni vi rinvenni. Stando a quel registro, per poco il Governo pontificio non avrebbe dovuto far carcerare per rivoluzionari pericolosissimi i canonici della Cattedrale.
Nei processi?
Ma essi seguono al fatto, che ha loro dato occasione, o risalgono poco pi su; sono tutti rivolti a strappare la confessione o a cogliere le contraddizioni dei presunti rei; pi spesso i processi stessi sono congiure, vlte al fine immediato di punire, reprimere, incuter terrore, mostrare di saper tutto, anche quando poco o nulla si sa.
Resterebbero i documenti personali, le autobiografie, le Memorie dei cospiratori. Ma sono poche, scarse, e malfide anch'esse. La congiura (tutta la storia lo insegna),  un congegno sempre fragile, un'arma, che quasi sempre scoppia nelle mani di chi l'adopera, prima che la volont dia lo scatto o si possa puntarla al segno, cui mira. Ma chi, se arrischi in essa la libert, la vita, gli averi, talvolta la fama, vorr darsi torto d'essersi messo a tale cimento?
Poi il temperamento morale, che l'aver vissuto e trescato nelle cospirazioni politiche soleva formare, non era sempre il pi adatto a far ricordare e a far narrare tutto il vero.
Ho pensato pi volte che il temperamento dei nostri vecchi cospiratori politici somigliava su per gi a quello degli innamorati. Non  colpa loro;  colpa della professione. Vedono stretto e per lo pi vedono falso. L'oggetto della loro passione gli occupa tutti. In quest'oggetto tutto  bene, verit, bellezza; il resto  male, falsit, bruttezza e quando cominciano a scoprire l'inganno,  appunto allora che sempre pi s'incaponiscono a non volere confessare d'essersi sbagliati.
E non contate per nulla l'orgoglio, la gloria di aver cospirato? Quello dei veri cospiratori in buona fede, dei cospiratori cio, che pagarono col sacrificio di s e delle loro famiglie nelle carceri, nell'esiglio o sui patiboli l'audacia e, mettiamo pur anche, la inanit e la colpevolezza dei loro tentativi, era uno stato d'animo, che non ha riscontro possibile, se non nei primordi delle religioni, quando la fede arde come una fiamma nel segreto dei cuori, ed il  mistero, di cui la nuova dottrina  costretta a circondarsi, centuplica l'intensit, il fervore, il coraggio della fede e del proselitismo nei fondatori, nei neofiti e nei loro aderenti. Le prime cospirazioni italiane, che seguono immediatamente la caduta dell'Impero Napoleonico sono veramente le catacombe dell'indipendenza e della libert italiana. La tirannia, contro cui si lotta, e la materiale impossibilit d'una guerra aperta nascondono l'immoralit intrinseca della congiura, la quale  sempre per s stessa una mancanza di schiettezza e di sincerit ed un giustificare i mezzi col fine, e danno aspetto serio e grave a quell'insieme di formole misteriose, di anfibologie settarie, di gerarchie, di riti, di cerimonie, di simboli, che non dimanda per minore sottomissione e minore abdicazione della libert personale, di quello esigesse la tirannia, mentre poi s'arrogava esso pure il diritto di castigare ogni dissenso (le stte condannavano a morte i dissidenti al pari dei tribunali statarii dell'Austria o dei nostri principi dipendenti da essa), di castigare, dico, ogni dissenso con altrettanto arbitrio di giudizio e con altrettanta ferocit. Ma a ci non badavano i cospiratori. La dignit loro stava tutta nell'essere pochi contro i molti, deboli contro i forti. Era qui tutto il prestigio, il fscino irresistibile, la poesia eroica della cospirazione. Il resto era una necessit non voluta da alcuno, ma creata ed imposta da uno stato di guerra permanente contro il potere pubblico, considerato a ragione quale nemico e ostacolo unico al diritto d'aver una patria; diritto naturale, che pone chi lo impugna al di fuori d'ogni legge e fa altrettanto per chi lo rivendica. Questi i postulati ideali dei cospiratori, dai quali postulati risultavano temperamenti morali, tendenze intellettuali ed abitudini e atteggiamenti anche esteriori cos singolari, che chi non  giunto in tempo a vedere e a conoscere da vicino qualche sopravvissuto dell'et classica delle cospirazioni, difficilmente potr mai rifarsene in mente un profilo esatto e compiuto.
Oggi questo tipo  scomparso, o si  trasmutato, od ha perduto ogni valore ed ogni curiosit, poich, generalmente, cospirare sotto un regime di libert  una scioccaggine o una bricconata.
Tanto pi mi sono sempre doluto, avendone conosciuti parecchi e intimamente nella mia giovinezza, di non aver tenuto nota e ricordo dei loro racconti, siccome ho presenti ancora alla memoria quella specie di mestizia, che avevano anche in mezzo all'allegria, quella fissit, vigilanza e sospettosit di sguardo, quelle narrazioni, che lasciavano sempre in ombra qualche cosa, quel fare inquisitorio  e scrutatore ad ogni persona nuova, in cui si imbattessero, quel trovar sempre sensi riposti anche in discorsi, che parevano indifferentissimi, e soprattutto quegli odii e quegli amori, sempre del pari inestinguibili, che avevano a cose o persone passate da lungo tempo, come di chi sapeva di eroismi o di peccati ignoti a tutti o da tutti dimenticati, ma che essi avevano scritti in un arcano libro, su cui tutto  registrato e nulla si cancella mai pi.
Oggi, ripeto, questo tipo  scomparso; oggi il cospiratore  un tipo storico, o, meglio ancora, un oggetto da museo.
Ma sono del pari scomparse le abitudini morali, le pieghe, le inclinazioni, che certe vicende passate stampano talvolta nel carattere dei popoli? Non credo, e mi pare altres che il modo, con cui da molti s'intende e si pratica oggi in Italia la libert, quello stretto rinchiudersi entro ai partiti, oggi pi personali che politici, quella fiacca prontezza di abdicare al libero arbitrio del proprio giudizio dinanzi a qualunque audace vanit, che sembri persona, siano in gran parte generazioni e putrefazioni finali di abitudini cospiratorie, con questo di pi e di peggio, che il grande ideale patriottico, da cui erano nobilitati e scusati i vizi intrinseci delle cospirazioni, quel disinteresse, quell'abbandono di s, quella costanza nel soffrire, quel sacrificio, che saliva talvolta fino all'eroismo, hanno ceduto il campo all'egoismo, alle volgari ambizioni, alle pi ignobili cupidigie.
Gli storici pi gravi del nostro risorgimento politico, sono, in generale, severissimi a tutto questo periodo delle cospirazioni. Spesso aveano cospirato ancor essi, ma poich si tratta d'un periodo, che alla superficie si rivela in tentativi o non riesciti o riesciti male,  raro che si consenta volentieri di averci prestato mano.
Comunque, ci troviamo qui ad un'altra difficolt, per non dire ad un altro mistero psicologico singolarissimo.
C' la blaga (Giosu Carducci ha detto di recente che questo  un francesismo, il quale nelle presenti condizioni morali dell'Italia, s'impone assolutamente al nostro dizionario), c' dunque la blaga dell'aver trescato nelle pi perigliose avventure delle cospirazioni politiche, anche quando non era vero, e c' la blaga del non averci mai n poco n molto aderito o cooperato, anche quando s'era fatto l'uno e l'altro, e forse di pi.
Fatto , che molti dei maggiori uomini del nostro Risorgimento, il D'Azeglio, il Capponi, il Ricasoli, il Cavour, il Minghetti non hanno lasciato passare occasione di dichiarare, che a cospirazioni politiche non avevano mai appartenuto. Lo dicevano; ed eran uomini quelli, ai quali si pu e si deve credere.
Fermiamoci nondimeno all'esempio del Capponi soltanto. Tutte le polizie d'Europa lo hanno in sospetto di cospiratore; tutti i cospiratori lo credono cosa loro, e quando il confessare d'aver cospirato divenne un titolo di merito senza pericolo, egli dichiar che questa gloria, se gloria era, non gli apparteneva.
Se non che forse a lui stesso, in un tempo, in cui tutto un moto di civilt liberale convergeva in Firenze verso di lui ( questa la vera grandezza della figura di Gino Capponi), in un tempo, in cui si cospirava con tutto, colla letteratura, colla musica, coll'Antologia, coll'Archivio Storico, col Gabinetto Vieusseux, cogli Asili d'infanzia, colle casse di risparmio, coi perfezionamenti dell'agricoltura, a lui stesso, dico, sarebbe veramente stato difficile dire appuntino se e quanto avea cospirato, anche se si voglia ammettere che l'aver tentato nel 21 di stabilire relazioni ed accordi fra i Carbonari Lombardi e i Federati Piemontesi, come risulta dalle sue lettere, fosse un non esser mai entrato per nulla nelle cospirazioni.
Sia pure. La corrompitrice necessit del cospirare, creata da governi feroci di paura, non scusa per la coscienza di certi uomini l'immoralit intrinseca della congiura.
Sia pure. Ripugna ad un animo elevato rinunciare ad una setta la libert dei propri atti e dei propri pensieri.
Sia pure.  da far gran tara su certe glorie delle cospirazioni, ed i galantuomini in tutto quel moto sotterraneo si sono purtroppo trovati a contatti immondi ed a partecipare, volenti o no, a responsabilit da far rabbrividire. Lo seppero a loro spese i poveri cospiratori bolognesi del 1843, che il Governo pontificio trov modo di coinvolgere in una stessa condanna con ladri ed assassini.
Non per questo  giusto che la storia non riconosca nulla di bene in tutto questo periodo segreto di preparazione del risorgimento italiano. Il detto di Ugo Foscolo: "a rifare l'Italia bisogna disfare le stte"  un teorema santo di politica, che forse sarebbe bene ricordare di pi anche oggi, ma non , n pu essere un giusto criterio di storia per giudicare quella storia. Bisogna riportarsi a quei tempi dal 1815 al 1831, bisogna ricordarsi che per i pi la cospirazione era allora il solo arringo, la sola forma, in cui l'amor patrio poteva tradursi, che quell'ampia visuale, la quale oltrepassa la stretta cerchia degli amici e corregge le fisime della meditazione solitaria, era del tutto interdetta, allorch Napoli e Torino parevano pi segregate da Firenze e Bologna, che non lo sia oggi Calcutta; bisogna ripensare alla ferocit di tirannie indigene, che facea talvolta acclamare per salvatori gli Austriaci, come accadde a Bologna nel 1832: all'ignavia, alla corruttela dei volghi in cenci od in falda, da cui i cospiratori si sentivano circondati (l'Italia dello Stendhal non  in tutto l'Italia vera, ma in parte era cos); bisogna richiamarsi a mente tutto questo e la conclusione, se vuole esser giusta, potr deplorare i delirii, le colpe, gli errori; potr magari bollare a fuoco la compagnia malvagia e scempia, in cui per una trista necessit uomini dabbene si trovarono spesso mescolati, ma non avvolger tutto e tutti in una stessa condanna. E si vedr inoltre che giudicando i varii moti italiani innanzi al 1859 non per quello che paiono, una serie discontinua di pi o meno grandi catastrofi, ma per quello che sono, una preparazione interrotta soltanto per ripigliare nuova vita, la luce del trionfo finale illumina da cima a fondo tutto quell'immane travaglio e fa risplendere al loro posto nella storia gli operai della prima e quelli della ultima ora.
La Carboneria, che fra le stte politiche fu la pi larga, la pi complessa, la pi adattabile e la pi facilmente trasformantesi secondo i luoghi, la Carboneria era una figliazione della Frammassoneria. Furono i Napoletani, che la portarono in Romagna, durante le due spedizioni di Gioacchino Murat, quella vituperosa del 1814 e quella disperata del 1815, nella quale almeno si mosse e cadde con una sola bandiera, la bandiera dell'indipendenza italiana.
Le false promesse di libert, date dall'Austria all'Italia nel 1809 e ripetute a nome degli Alleati dal Conte Nugent e da Lord Bentinck nel 15, nonch la reazione, promossa ovunque e specialmente in Italia dal Congresso di Vienna e dai principi restaurati, diedero incitamento e principio al lavoro arcano delle stte e delle cospirazioni politiche. Un partito liberale e nazionale s'era gi venuto formando fino dagli ultimi tempi del Regno Italico, e s'era formato appunto nell'opposizione alla prepotenza napoleonica, che della nuova vita ridata all'Italia volea valersi per s e nulla pi. Ben presto quest'opposizione s'era mutata in societ segreta e ad una societ cosiddetta dei Raggi, che avea il suo centro a Bologna, accenna il Botta, che forse le appartenne. Seguono gli Anti Eugeniani in Milano, disonoratisi colla giornata del 20 aprile 1814 e coll'eccidio del Prina, la cospirazione degli ex generali Cisalpini ed Italici, il Pino, il Lechi, lo Zucchi, il Fontanelli, quella degli Indipendenti, che progettava di dare scettro e corona a Napoleone confinato all'isola d'Elba, e finalmente qualche reliquia di tuttoci fa gruppo nel tentativo e nel proclama di Rimini di Gioacchino Murat del 30 marzo 1815, dal Manzoni creduto la gran parola.

Che tante etadi indarno Italia attese,

a cui Pellegrino Rossi prest il concorso della sua mente e del braccio giovanile, che trov scarsi seguaci, un migliaio appena, dice il Farini, e che fin tra diserzioni e tradimenti, ma incominci nelle Marche e in Romagna il periodo dei supplizi, delle carcerazioni e degli esigli per causa politica e per contraccolpo quello delle cospirazioni settarie. L'impresa del Murat avea troppe ragioni vicine e lontane da non riescire, e non riesc. Lasci per uno strascico di simpatie e di gratitudine. Dopo la battaglia della Rancia, tra Macerata e Tolentino, quando il suo esercito fuggiva in dirotta dinanzi al nemico incalzante, Gioacchino, per salvare Macerata dal saccheggio, lo fece passare fuori dalle mura della citt, e a lui, che part ultimo e voltandosi sul cavallo salutava  con la mano, rispondevano dalle mura e dalle case i cittadini con gesti e con grida affettuose, e corse anzi poscia e dur a lungo un detto popolare a tutto onore di Gioacchino: Tra Chienti e Potenza (i due fiumi che bagnano la collina di Macerata) tra Chienti e Potenza fin l'indipendenza.
Finita no, finch durava il desiderio di ricuperarla. Qui infatti si riattacca il filo dei tentativi, che seguirono.
Guelfi son detti i Carbonari delle Marche dopo il 15 e si diramano di qui in Romagna e in tutte quattro le Legazioni, variando nomi e forme secondarie, ma sempre con un intento comune, n bisogna credere che i nomi diversi significhino stte diverse od in opposizione le une colle altre.
Accadr anche questo, ma per ora tali variazioni e frastagliamenti settari di Guelfi, Adelfi, Maestri Perfetti, Turba, Siberia, Fratelli Artisti, Difensori della patria, Bersaglieri Americani, e via dicendo, che si riscontrano qua e l nei documenti sincroni, altro non sono che artifici settari, e qualche volta riforme (come le chiamavano) per lo pi ordinate ad ogni tentativo d'azione mal riuscito; singolare fortuna di questa parola: riforma, la quale  comune ai Protestanti, alla Chiesa Cattolica e alle sue fraterie, come alle stte politiche ed alle loro trasformazioni, ed oggi non serve pi che per tenere a bada la buona gente ad ogni nuova crisi ministeriale.
Il primo tentativo dei Guelfi Marchigiani, a cui le Romagne non giunsero in tempo ad associarsi,  quello della notte di San Giovanni, 23 giugno 1817, il quale, se anche ebbe un principio d'esecuzione, fu cos poca cosa, che neppure quel Pani Rossi, il quale ha noverate 171 ribellioni dei sudditi pontifici, se ne  ricordato. A leggere le sentenze di condanna, che son tre, a vedere il numero e la qualit dei condannati si direbbe trattarsi poco meno che dell'inglese gun powder plot ai tempi di Giacomo I, ma in quella vece pare che i congiurati non fossero neppure in tempo a dar fuoco a quattro caldaie di pece, che insieme con alcuni razzi dovevano dalla torre di Macerata segnalare alle citt vicine l'avvenuta rivoluzione e quindi con un seguito di fuochi accesi di monte in monte (il solito telegrafo dei cospiratori) recarne l'annunzio sino a Bologna. In sostanza non accadde nulla, il che non imped la ferocit enorme dei castighi, e due fatti individuali, ma storicamente istruttivi, meritano soltanto di venire notati, l'uno che il conte Cesare Gallo, gran dignitario Carbonaro e supposto capo del tentativo rivoluzionario di Macerata, trad la Carboneria e divenne un fidatissimo Papalino: l'altro, che quel monsignor Tiberio Pacca, il quale, come Governatore di Roma, firm nel 1818 le sentenze contro i Carbonari di Macerata, fu nel 1820 denunciato al Papa per Carbonaro e dovette salvarsi fuggendo in Francia dall'essere processato e carcerato lui pure.
Queste le prime cospirazioni e il primo tentativo rivoluzionario nelle Marche e in Romagna. La bandiera, che era caduta dalle mani di Gioacchino Murat e che non avevano potuto rialzare i rivoluzionari di Macerata, fu raccolta e salvata nei nascondigli delle stte. D'ora in poi la Romagna  veramente quell'Italia che, a proposito delle cospirazioni politiche di quel tempo, Carlo Didier descriveva nella sua Rome souterraine. Forse nessuno di voi ricorda questo libro della pi lussureggiante vegetazione romantica, nel quale da ragazzo mi deliziavo e che oggi forse purtroppo neppure i ragazzi, istruiti secondo i dogmi della pedagogia positivista, leggono pi. Dico purtroppo, perch la grulleria romantica (se tale era) passava coll'et, e le altre durano tutta la vita.
"L'Italia (scriveva il Didier)  come l'antico Egitto un paese di misteri.... Quando la sua superficie  pi calma e tutta vestita di fiori,  forse allora che la mina arde e sta per scoppiare." Nonostante il tono apocalittico, il Didier dice il vero nello stesso modo che, scendendo a particolari, riscontrai descritta tal quale nelle Memorie di un cospiratore Ravennate, che lessi manoscritte e delle quali ho vista ora annunziata la pubblicazione, la scena, per esempio, dell'ammissione o iniziazione Carbonaresca. Non c' di pi nel Didier che una parte drammatica (la quale per chi sa quanti riscontri ebbe allora nella realt), quella del Carbonaro spergiuro, che fra le perfide carezze d'una bellissima principessa romana s' lasciato trarre di bocca il segreto della setta ed ha involontariamente denunziato i compagni. Quando costoro si trovano insieme, si sente a un tratto il grido d'allarme delle scolte, i Carbonari scompaiono come per incanto in una bodola, che si rinchiude sopra di essi, e birri e soldati trovano vuota la sala delle adunanze dove i lumi ardono ancora, e l'iniziato, un diplomatico russo, pende ancora cogli occhi bendati, da una croce sul cosiddetto calvario Carbonaresco.
Anche questa scenografia spettacolosa non  del romanzo soltanto, ma appartiene in realt al cerimoniale della setta.
 ridicola, ma storicamente  importante: in primo luogo perch  tradizione Massonica, in secondo  luogo perch  diretta, si vede, a colpire fortemente l'immaginazione e la sensibilit degli affigliati.
Quanto all'ordinamento della Carboneria, di cui oggi si conoscono molte trascrizioni, esso era composto, come gi accenn il Nitti, di un'alta Vendita (parola simbolica, come ben capite) risiedente in Parigi, distinta in Vendite nazionali e in Vendite centrali per ogni stato (le vedremo funzionare nella Rivoluzione del 31), le quali alla lor volta erano composte di Vendite d'apprendisti e di Montagne di Maestri. Cinque Maestri e due Apprendisti formavano una Vendita centrale.
Era unitario o federale per l'Italia il fine politico, a cui mirava la Carboneria? Non pare che lo determinasse mai bene del tutto, se di ci tanto acerbamente la critica Giuseppe Mazzini, il quale vi si ascrisse nel 1827, cinque anni prima cio, ch'egli fondasse con programma unitario la Giovine Italia.
Certo  per che unitaria era una famosa Costituzione Latina, giurata dai Carbonari a Bologna nel 1818 in casa del principe Hercolani; unitaria pure la Repubblica Ausonia, che i cospiratori del 18, del 19 e del 20 si proponevano di fondare. Ma dopo quello che, come avete sentito dal Nitti, accadde  a Napoli nel 20, e quello che accadde a Bologna nel 31, quest' ormai una questione accademica, che non serve a nulla.
Pi importante  conoscere gli uomini, penetrare, se  possibile, nell'animo di coloro, che si ponevano a questo sbaraglio, a questo cimento mortale delle congiure. Permettetemi di ricordare fra i tanti un tipo singolarissimo, di cui ho scritto pi volte, ma di cui avrei rimorso a non farvi parola in questa occasione. Le sue Memorie le ha scritte sua figlia in un libro mal congegnato, ma che fa piangere, perch di certo fu scritto piangendo. Egli  Vincenzo Fattiboni di Cesena. V' un'unit di tragedia classica nella vita di quest'uomo e bastano le date a narrarla tutta. Nel 1811  Frammassone a Milano: nel 15 segue l'impresa di Gioachino Murat; nel 17 prende parte al tentativo di Macerata; nel 18  condannato a dieci anni di galera; ne esce nell'ottobre del 28; nel 29  di nuovo a capo della Vendita Carbonaresca di Cesena; nel 31 decreta la decadenza del potere temporale dei Papi insieme coi rivoluzionari della Costituente provvisoria di Bologna; nell'anno stesso va in esilio a Corf; vi resta fin verso il 1848; segue coll'animo e coll'opera le immense speranze di quell'anno: non pu reggere alle profonde disillusioni e ruine del 1849, e il 12 maggio 1850 dispera un'ultima volta e si uccide.
Difficile rassomigliare ad un tipo come questo, veramente eroico e sublime nella semplicit della sua fede e nella costanza del suo patriottismo, e certo, accanto a lui, non mancano pur troppo i deboli, i vanagloriosi, i farabutti, i falsi martiri; non mancano i sopravvissuti a questo tenebroso tempo delle cospirazioni, la liquidazione commerciale del patriottismo dei quali non finisce mai.
Ma molti altri s'accostano almeno per purezza e grandezza morale al Fattiboni e, se ne avessi il tempo, vorrei annoverarli a uno a uno, perch essi sono tanto pi meritevoli di ricordo, in quanto lottavano con un'infamia di governo, di cui voi altri Toscani, anche sotto quell'accidia degli ultimi Medici e degli ultimi Lorenesi, non potevate farvi neppure un'idea lontana: un governo, che vedendo non bastargli gli eccessi della repressione, la falsit dei giudizi, le immanit tutte d'un potere, che non si difende, ma si vendica, giunse persino al segno di contrapporre stte a stte, congiure a congiure, aspettando di bandire, come fece il cardinale Bernetti nel 1831, con una pubblica notificazione, la guerra civile.
Queste stte si chiamavano i Pacifici, i Sanfedisti, i Centurioni (a Faenza, in opposizione ai liberali, i Cani e Gatti), e ammirando la stupenda invenzione, le imitarono il Duca di Modena coi Concistoriali, i Borboni di Napoli coi Calderari, l'Austria coi Ferdinandei. Che intreccio d'iniquit, di dolori, di misfatti! La buon'anima di Cesare Cant ha osato dire che tutte queste sono invenzioni di rivoluzionari. Ma l'espediente  troppo disinvolto dinanzi alla realt di fatti orrendi, che i vecchi in Romagna, nelle Marche, nell'Umbria hanno visti cogli occhi loro e ricordano ancora, e per accertare i quali si sarebbe potuta invocare, sto per dire, la testimonianza di Pio IX, che, Vescovo d'Imola, ne piangeva a calde lagrime, o si potrebbe invocare anche oggi quella di Leone tredicesimo, se volesse parlare.
Contuttoci non cessa in Romagna il fermento delle stte liberali, anzi dopo le repressioni del 1818 aumenta sempre pi, e tanta  la paura del governo che neppure Lord Byron per amore della bella Guiccioli e Lady Morgan per diporto possono nel 19 e nel 20 penetrare in Romagna, senza che la loro corrispondenza epistolare sia per ordine di Roma aperta e trascritta.
Quali erano per gli effetti palesi di tutto questo gran cospirare dei liberali e di tutto questo loro fermentare e agitarsi nell'ombra? Scoppia a Napoli una rivoluzione nel 20, un'altra in Piemonte nel 21, ed in Romagna nessuno si muove. Gli Austriaci passano e ripassano nell'andare e tornare da Napoli, e nessuno torce loro un capello. C' di peggio! A Cesena molti ufficiali austriaci si danno a conoscere per Carbonari, e i liberali li festeggiano. Che diavolo di confusioni, di allucinazioni e di garbugli  mai questo? Ma appunto  gran segno dell'immensa e profonda infelicit di quel tempo! Tanto pi che neppur l'inazione sconclusionata delle stte liberali calmava la feroce paura del Governo, sicch nel 24 mandava in Romagna dittatore il cardinale Rivarola, una specie di Duca d'Alba mitrato, il quale con una sola sentenza condann per cospiratori 508 persone.
Divenne un punto d'onore pei Carbonari non lasciar uscir vivo di Romagna questo pretaccio, non si sa se pi pazzo o ribaldo. Tentarono pi volte, giacch questo abbominio dell'assassinio politico non ripugnava loro e nel caso presente pareva una vera giustizia di Dio. Ma lo era cos poco, che il colpo, diretto a lui, tocc al suo caudatario; ed ecco che, fuggito il Rivarola, sopravviene a vendetta un monsignor Invernizzi, il quale manda subito al patibolo cinque Carbonari, molto probabilmente innocenti,  e ne imprigiona tra colpevoli o solamente sospetti a centinaia. Non basta. Monsignore ebbe all'ultimo un'ispirazione veramente infernale. Band che ormai egli avea nelle mani tutti i nomi dei settari e dei pi o meno aderenti, che nessuno quindi potea sperare di salvarsi da lui, ma che nondimeno egli perdonerebbe a chiunque confessasse le proprie colpe, se ne dichiarasse pentito, accusasse i complici e promettesse di non peccare mai pi.
Quest'atto si chiam far la spontanea e le fantasie eccitate e terrorizzate furono colte da siffatta specie di sgomento e di delirio, che le genti corsero a frotte e fecero la spontanea quegli stessi, che nulla avevano da confessare.
Tali le arti del governo dei preti in Romagna, e se le stte ne riceverono per allora un colpo mortale, il governo per venne a schifo anche agli uomini pi miti, pi sottomessi, pi religiosi e pi alieni da congiure e da sedizioni popolari.
Ogni classe partecip pi o meno a tale disprezzo ed in ci sta la spiegazione del particolarissimo carattere, calmo, concorde, dottrinario, festaiolo e quasi idillico, che ebbe la rivoluzione scoppiata in Bologna la notte del 4 febbraio 1831.
Il 10 febbraio 1829 mor Papa Della Genga, che avea regnato cinque anni col nome di Leone dodicesimo.


Era di carnevale, e Pasquino in Roma cantava:

Tre gran danni ci festi, o padre santo:
Accettare il papato, viver tanto,
Morire in carneval per esser pianto:

vendetta d'epigrammi, la sola, quasi, che il buon umore romanesco abbia mai fatto dei martirii della Romagna. A Leone dodicesimo successe per pochi mesi Pio ottavo, vecchio ed infermo, e per lui regn il cardinale Albani, vendutosi al Metternich e quindi anima dannata dell'Austria.
Ma morto Pio ottavo, ecco le stte politiche, gi sgominate in Romagna dal Rivarola, dall'Invernizzi e dall'Albani, ripullulare, riagitarsi, ripigliar vita e vigore, e colle stte cooperare questa volta (novit e progresso notevolissimo) ogni ordine di cittadini; prova questa che le stte politiche non erano poi state, come tanti pretendono, inutili del tutto. Senza di esse questa fiamma, che ora si dilatava cos rapida e larga, si sarebbe probabilmente spenta del tutto.
Anche le forme della cospirazione furono per questa volta pi larghe e pi elastiche delle solite; troppo elastiche, direi, perch da un lato vi s'infiltrarono intrighi d'ogni guisa, dall'altro, un cosiffatto spirito curialesco, che, quando si venne ai fatti, il nominalismo politico pi vacuo e le illusioni pi smisurate non lasciarono campo n a conoscere e valutare la realt dei fatti, n a partiti decisi, n a resistenze pertinaci.
Per intendere ci che accadde a Bologna il 4 febbraio 1831 bisogna rifarsi pi indietro e pi lontano.
Le giornate di luglio del 1830 rovesciarono in Francia, come a tutti  noto, Carlo decimo ed i Borboni, e surrogarono a questi Stuardi del trono francese la quasi legittimit di Luigi Filippo d'Orlans.
Chi avesse, signore, interrogata una nostra vecchia conoscenza, il Principe di Talleyrand, su questo mutamento, si sarebbe sentito rispondere: "uhm! stavo giuocando al whist, e non me ne sono accorto; ma non me ne maraviglio. I Borboni son gente incorreggibile!" E chi si fosse poi meravigliato di vederlo, lui, subito, in settembre del 30, andare ambasciatore a Londra di Luigi Filippo, e gli avesse chiesto in che vecchio granaio avesse gi riposto quel suo famoso dogma della legittimit, che avea sbandierato nel 15: "oh bella!" egli avrebbe ancora risposto, "dal momento che la legittimit tradiva, bisognava bene salvare il principio monarchico, surrogando il ramo cadetto al ramo primogenito della famiglia reale, come s'era fatto in Inghilterra nel 1688!" Impagabile, come tipo, e difatto a tutt'Europa, si pu dire,  costato tesori!!
Lasciamolo dunque avviarsi a Londra,

Beccando i frutti
Del mal di tutti,

e scusate la digressione, permettendomi di soggiungere solamente, che  proprio peccato non sia il Principe di Talleyrand vissuto tanto da vedere anche la caduta di Luigi Filippo; e questo Marc'Aurelio della monarchia borghese, come lo chiamava Enrico Heine, andarsene da Parigi col suo ombrello verde da un braccio e sua moglie dall'altro. Era la volta che il Principe di Talleyrand, per ultimo sacrificio alla patria, si lasciava nominare Presidente della Repubblica. Che bel modello allora e come completo per gli opportunisti politici dell'avvenire!!
A vedere per impunito un simile strappo ai trattati del 15, com'era la Rivoluzione francese del 1830, tutti gli oppressi alzarono la testa; ed ecco il Belgio, la Polonia, alcuni Stati tedeschi in rivoluzione e tutta l'Italia centrale agitata, i Ducati e le Romagne in particolare.
Non aveano gi le Potenze aiutata la rigenerazione della Grecia? non riconoscevano oggi in Francia  un mutamento di dinastia, ottenuto con una rivolta? N basta.
Esisteva un avanzo di Comitato Filelleno a Parigi, mutatosi in dilettante cosmopolita di rivoluzioni e in promotore di risurrezioni di popoli latini da opporre alla Santa Alleanza delle Potenze del Nord. Non era una setta, ma s'intendeva colle stte, le dirigeva, e si teneva in segreti rapporti coi liberali pi noti e pi operosi d'ogni paese.
Inutile dire che il capo di questo permanente Olimpo rivoluzionario era il signor di Lafayette, da mezzo secolo impresario di rivoluzioni.
Un'ambizione satanica spinse persino Francesco quarto di Modena a prestar orecchio agli incitamenti di quel Comitato e la Carboneria per mezzo di Enrico Misley, un modenese d'origine inglese, strano tipo di commesso viaggiatore delle cospirazioni, inciamp in questo intrigo, di cui Ciro Menotti fu la pi nobile vittima, perocch quando al Comitato di Parigi s'accostarono i congiurati Orleanisti e le giornate di luglio ebbero surrogato Luigi Filippo a Carlo X, il Duca di Modena pens bene di levar subito i piedi dal mal passo e propiziarsi l'Austria, se mai diffidava di lui, dando addosso ai suoi amici del giorno innanzi.
Il 3 di febbraio 1831, appena fu notte, circond la casa di Ciro Menotti, dove sapeva adunati i congiurati, e sfondandone a cannonate la porta, li ebbe tutti in sua mano, nonostante l'accanita resistenza, che opposero. La notte stessa il Duca scriveva al Governatore di Reggio una letterina, che  un gioiello: "questa notte  scoppiata contro di me una terribile congiura. I cospiratori sono in mia mano. Mandatemi il boia."
La notizia di ci ch'era accaduto a Modena, fece rompere ogni indugio ai cospiratori di Bologna. L'occasione pareva propizia, e non bisognava lasciarla passare. Era tempo di Sede Papale vacante per la morte di Pio ottavo, ed ai rivoluzionari romagnoli questo interregno  sempre parso molto opportuno alle sommosse. I cardinali erano in conclave, ma a Bologna, quando la Rivoluzione scoppi, non si sapeva ancora della elezione di Gregorio sedicesimo. Oltredich il governo di Luigi Filippo bandiva forte e piano, dalla tribuna parlamentare col Lafitte, il Dupont de l'Eure, il generale Sebastiani, che la politica estera della nuova monarchia si fondava sul gran principio del non intervento, ed all'orecchio degli esuli, degli emissari italiani e dei loro amici francesi sussurrava che procedessero pure avanti tranquilli e che la Francia avrebbe impedito all'Austria di muoversi.
 Guglielmo Pepe, con in tasca tanto di lettere del maresciallo Grard, del generale Lamarque e del Lafayette cercava gi di mettere assieme armi ed armati per accorrere in aiuto della sollevazione.
A Bologna quindi, i cospiratori, per non perder pi tempo e profittare di tal cumulo di buone fortune, la notte del 4 febbraio 1831 occuparono la piazza maggiore e atterrito con grida sediziose un pusillo balordo di Prolegato Papale, che si chiamava monsignor Paracciani-Clarelli, in poco d'ora l'ebbero persuaso a cedere il governo ad una commissione provvisoria, di cui gli dettarono i nomi ed a cui egli diede tutti i poteri.
La rivoluzione era bell'e fatta, e come una striscia di polvere da fuoco, accesa dall'un de' capi, divamp in un baleno e s'estese a tutto lo Stato pontificio da Bologna a Ferrara, nelle Marche e nell'Umbria.
Secondo l'aritmetica del Pani Rossi era la 166 volta, che questi popoli si scuotevano di dosso il giogo papale!
A cos spaventevole facilit anche il Rogantin di Modena s'impaur e scapp a Mantova, traendosi dietro Ciro Menotti, del cui silenzio si volle poi assicurare facendolo strangolare, e Maria Luigia ripar da Parma a Piacenza. Ecco dunque Modena e Parma libere anch'esse.
Ma questo era quello che si vedeva! Quello che non si vedeva, e che i felici rivoluzionari ignoravano ancora e seppero di poi a loro spese, era che Luigi Filippo giuocava a partita doppia e che per un bene inteso spirito di conservazione gli premeva assai pi di viver lui, che salvar essi e la loro rivoluzione.
Gli avea quindi pasciuti d'erba trastulla ed eccitati ad agire per intimorire l'Austria e mostrarsi padrone di sguinzagliarle addosso la rivoluzione; e l'Austria dal canto suo, pur d'aver mano libera in Italia, avrebbe riconosciuto anche il diavolo per re di Francia.
"Che volete? (diceva il Metternich al conte di Pralormo, ambasciatore di Sardegna a Vienna) non siamo pi al felice 1815; se, come allora, l'Europa avesse ancora settantamila soldati alle frontiere di Francia, direi di correre senz'altro su Parigi e finirla una buona volta con questa perpetua rivoluzione. Ma a far ci adesso, ci sarebbe da attizzare mille dissensi, e da mettere in fiamme l'Europa. Quello che preme  tenere a freno l'Italia e di questo m'incarico io."
Intanto per spaventar esso pure Luigi Filippo diede mano ad un altro espediente, si sforz cio di persuaderlo che il Bonapartismo levava la cresta in Francia ed in Italia e che stava all'Austria, carceriera del Duca di Reichstadt, il figlio di Napoleone, di aiutare o sventare queste mne, le quali (badasse bene) non minacciavano che lui, Luigi Filippo, lui in persona. "Se ci si costringesse a lottare per la nostra esistenza (scrive all'ambasciator d'Austria a Parigi il 18 gennaio 1831), non siamo poi cos angeli da non far fuoco con tutte le nostre armi. Non ci sommuovano l'Italia. Questo per oggi chiedo, e non mi pare di essere indiscreto." Intanto l'imperatore Francesco, facendo l'imprudente per la prima volta in sua vita, diceva piano al giovine Duca di Reichstadt, ma in modo che tutti sentissero: "ragazzo mio, tu non hai che a mostrarti sul Ponte di Strasburgo, e l'Orleanese  spacciato!" E il Metternich rincarava, scrivendo il 15 febbraio a Parigi: "non ci secchi Luigi Filippo in Italia, perch c' un mezzo di farlo pentire di ci, e questo mezzo  nelle nostre mani!"
Le apparenze aiutavano il giuoco del Metternich. Appena caduto Carlo X, Giuseppe Bonaparte s'era offerto all'Imperatore d'Austria di ricondurre esso in Francia il Duca di Reichstadt. La contessa Camerata, figlia di Elisa Baciocchi, era corsa a Vienna e con audacia di donna napoleonica era riescita a vedere il Duca di Reichstadt e parlargli. Dal 1 al 5 marzo 1831 i Bonapartisti s'agitavano a Parigi. Due tentativi effimeri s'erano pure verificati in Roma stessa nel dicembre del 1830 e nel febbraio del 31 ed erano stati tutta opera dei Bonaparte dimoranti in Roma. Nelle file dei ribelli romagnoli militavano finalmente due figli di Luigi Bonaparte, l'ex re d'Olanda, e la loro madre Ortensia era accorsa ancor essa.
Tuttoci serviva al Metternich, il quale mand a Parigi copia d'un proclama dei rivoluzionari romagnoli, che salutava re d'Italia il Duca di Reichstadt, e la notizia che a capo del governo rivoluzionario di Bologna era un conte Pepoli, marito di Letizia Murat, il qual Pepoli alla testa degli insorti bolognesi avea altres rovesciato il Duca di Modena; tre menzogne in una, perch il proclama non esisteva, il conte Carlo Pepoli, che facea parte del governo di Bologna, non era niente affatto il marito di Letizia Murat, e il Duca di Modena era scappato da s senza aspettare la spinta di nessun conte Pepoli, che lo scacciasse.
Ci nonostante produssero l'effetto che il Metternich si proponeva, aiutato in ci dal cardinale Bernetti, segretario di Stato del nuovo Papa, il quale, d'intesa col Metternich, dipinse esso pure al Saint-Aulaire, ambasciatore di Francia in Roma, il moto delle Romagne come tutto Bonapartista. Luigi Filippo, che non dimandava di meglio, s'affrett a far conto di credergli per lavarsi le mani di quella buona pasta di rivoluzionari, i quali s'aspettavano di vederlo da un momento all'altro scender dall'Alpi con un esercito per salvarli dall'Austria.
Armati di questa eroica fiducia e senza saper nulla naturalmente della burrasca, che s'andava addensando sulle loro teste innocenti, anzi gonfiandosi il cervello e la bocca colla gran parola (come la chiamava il Metternich) del non intervento, i rivoluzionari di Bologna procedevano intanto franchi e sereni per la loro strada.
Andatosene il Prolegato, si costitu un governo provvisorio, il quale tre giorni dopo dichiarava cessato di fatto e di diritto il dominio del Romano Pontefice.
Non parliamo delle riforme amministrative e giudiziarie, a cui posero mano. Prevalevano anche qui gli avvocati e si pu credere, se si stancavano di disputare e di legiferare.
Ci che pi importa, come precedente storico,  che riunirono a Bologna un'assemblea di tutte le Provincie ribellatesi, la quale solennemente conferm  cessato il dominio temporale dei Papi, diede forma rappresentativa al governo, cre un Ministero responsabile e finalmente comand che le truppe (quelle che c'erano!) marciassero alla volta di Roma.
I fatti d'arme della rivoluzione del 31 si possono distinguere in due gruppi: quelli del generale Sercognani e quelli del generale Zucchi, ma notevolissimo  il riapparire nel piccolo e sprovveduto esercito di questo Governo delle Provincie Unite, come s'intitol, di tanti veterani dell'esercito napoleonico, molti dei quali neppure all'appello del Murat nel 15 si erano mossi. Il Sercognani, lo Zucchi, l'Armandi, il Grabinski, il Molinari, il Ragani, il Guidotti, il Pasotti e tanti altri erano tutti vecchi soldati di Napoleone.
Il Sercognani espugn Ancona; espugn, per modo di dire, giacch il Papalino, che la difendeva, si arrese dopo due giorni per mancanza di viveri.
Le scaramuccie del Sercognani a Borghetto, a Calvi, a San Lorenzino, alle Grotte sono poco importanti. Egli giunse per sino ad Otricoli e lo spavento in Roma fu tale, che il Papa, quando seppe il Sercognani cos vicino, fece liberare i poveri detenuti politici di Civita Castellana (lo Spielberg del governo pontificio) alcuni dei quali erano  condannati in vita. La paura lo rendeva clemente! Perch non corse allora il Sercognani su Roma e si ferm invece a badaluccare a Rieti, che facea mostra di resistere? Il fatto  dubbio ed oscuro; e l'episodio, che pi rimane alla storia,  che col Sercognani militavano i due Bonaparte, figli della regina Ortensia, Napoleone e Luigi Napoleone, quegli che fu poi Napoleone terzo.
A San Lorenzino Napoleone terzo fece le sue prime armi. (Povero Napoleone terzo! Non se ne dimentic mai pi, e non lo dimentichiamo noi, perch saremmo peggio che ingrati!) Avvenne, che nel dar la caccia a una torma di briganti ciociari, reclutati dal cardinal Bernetti in difesa del trono e dell'altare, Napoleone colla pistola in pugno fe' cader di mano il trombone ad uno, che lo avea preso di mira, e passando oltre gli disse: "va'! che ti dono la vita!" In quella un altro ciociaro, raccolto il trombone caduto, glielo appunta alle spalle e se non era un maresciallo Martelli dei carabinieri, che con una sciabolata lo stese morto, quelle prime armi di Napoleone terzo erano le ultime, e San Lorenzino avrebbe impedito Magenta e Solferino.
L'altro gruppo di fatti d'arme appartiene al corpo dei volontari guidati dal generale Zucchi, ed  pi glorioso, perch fu contro gli Austriaci (nemici  pi degni dei Papalini), ma segna altres la fine della Rivoluzione.
Il general Zucchi non fu nominato comandante in capo, che quando gi si sapeva delle mancate promesse di Francia e dell'intervento Austriaco. Poco dopo il Governo delle Provincie Unite ripar da Bologna in Ancona. Ma ecco sopraggiungere in gran forze gli Austriaci, che gi aveano occupata Bologna il 21 marzo. Lo Zucchi si prepar a resistere a Rimini, ove tenne testa con poco pi di 1200 uomini a sei o settemila austriaci, comandati dal generale Geppert. Aspra fu la battaglia combattuta il 25 marzo, la pi gloriosa giornata di tutta la Rivoluzione del 1831. Lo Zucchi si ritir in buon ordine e si disponeva a ridar battaglia in migliori condizioni alla Cattolica, ma il giorno stesso il Governo delle Provincie Unite avea, per consiglio del suo Ministro della Guerra, l'Armandi, deliberato in Ancona di capitolare col Legato del Papa; capitolazione in piena regola, sottoscritta solennemente hinc inde il 27 di marzo e disdetta poi dal Papa e dall'Austria con un buon accordo, che fa il pi grande onore alla lealt di tutti e due.
Contando dal 4 febbraio, che la rivoluzione scoppi, al 21 di marzo, che gli Austriaci entrarono in Bologna, la Rivoluzione del 1831 si suol chiamare  in Bologna e in Romagna la Rivoluzione dei 44 giorni. Ma sarebbe pi giusto chiamarla dei 48, perch, se avea vissuto un po' alla spensierata, a Rimini almeno un pugno di volontari, armati alla peggio, lott valorosamente contro un nemico agguerrito e soverchiante e salv l'onore del nome e delle armi italiane.
Contuttoci le Rivoluzione del 31 trov negli storici e negli statisti giudici severissimi, ed ironie e dispregi, dei quali amaramente si risentirono gli onesti e buoni patriotti, che vi presero parte, e che, se errarono (e certo errarono molto), non meritavano ad ogni modo d'essere trattati cos. Chi pu dar loro torto del tutto d'aver creduto alle promesse e alle parole della Francia? Il massimo loro errore  di averci creduto troppo, d'aver creduto solo in quelle, e d'aver troppo persistito a crederci, mal giudicando l'indirizzo di tutta la politica Europea, che gi nettamente si disegnava, ed a cui apertamente s'associava lo stesso Luigi Filippo, quando ai primi di marzo al Lafitte sostituiva Casimiro Perier. In politica  bene credere non a una, ma a due o tre cose ad un tempo, e meglio poi ancora non credere a nessuna! Il Perier, non volgare statista di certo, osava alla tribuna Francese spiegare il principio del non intervento cos: "non vuol gi  dire che noi faremo la guerra a chi lo violi, bens che noi non interverremo ad aiutare i popoli sollevativisi contro i loro legittimi signori, se non c' di mezzo un interesse Francese."
Ah la grazia! Altro che casuistica dei Gesuiti!! E concludeva: "il sangue dei Francesi non appartiene che alla Francia!" Nel che aveva perfettamente ragione.
Ma chi avrebbe potuto aspettarsi ad un simile voltafaccia? Il torto dunque dei Rivoluzionari Bolognesi del 31  per met almeno diminuito; ma erano nella maggior parte avvocati, ripeto, e una volta messisi a distinguere, a sofisticare sulle interpretazioni ed a cercare di mettere l'avversario sempre dalla parte del torto, come si fa in tribunale, giunsero persino a disarmare al confine i Modenesi, che venivano ad aiutarli, in omaggio, dissero, al principio del non intervento (pare incredibile in verit!) e invitarono i due principi Bonaparte ad uscir dalle fila del Sercognani per non complicare delle loro pretensioni dinastiche una situazione politica cos limpida, com'era quella della Rivoluzione. Ah quando gli avvocati ci si mettono!...
I Bonaparte si ritirarono in una villa presso Forl, ove il primogenito mor di malattia.
Ma su che fidavano adunque, in nome di Dio, questi benedetti rivoluzionari del 31? Chi lo sa! Nella Francia e in Dio! Ma sperimentarono, al pari dei Polacchi, che Dio  in alto e la Francia lontana; non pensarono cio che Dio aiuta chi s'aiuta e che se le Potenze consentivano a riconoscere una Francia di Luigi Filippo era a patto ch'egli conformasse alla loro la propria politica e non per lasciarlo libero d'inaugurarne una nuova.
Siamo giusti per. Questo  un po' il senno del poi. Allora, a tenere assorti in quel vago di speranze e di fiducia governanti improvvisati e inesperti, contribu anche molto la condizione morale della citt. Quella rivoluzione fu uno scoppio di gioia, un respiro di libert, che riemp di un'allegrezza infinita tutti i cuori dei cittadini. Era un continuo viver per le strade, sfoggiar coccarde e bandiere, la notte illuminare le nostre vecchie torri e le case, un continuo fioccar di sonetti, di odi, di canzoni, un continuo riunirsi nei teatri e vociare, cantare, applaudire.... Non una vendetta, non un eccesso, non una macchia, non una nuvola a intorbidare quell'immensa serenit! Quell'anno anche l'inverno, a farlo apposta, pareva una tiepida primavera.
Gi rumoreggiavano gli Austriaci ai confini; Parma e Modena erano gi sottomesse; e in Bologna l'assemblea si riuniva, confermava in fatto e  in diritto la cessazione del dominio temporale dei Papi, e la sera stessa al teatro Comunale si recitava la Francesca da Rimini (l'Alfieri sarebbe parso troppo ruvido) e Paolo, brandendo la spada e cogli occhi sgranati, gridava a squarciagola:

Per te, per te, che cittadini hai prodi
Italia mia, combatter....
Polve d'eroi non  la polve tua?

E tutti a convenirne e applaudire. E dame e cittadine arrivare bianco vestite e col tricolore a tracolla sul palcoscenico e intonare un coro di Caterina Ferrucci:

Alla gioia s'apre il cor,
Del piacer di libertade
No, non v'ha piacer maggior;

parole, che convenivano egualmente bene a un melodramma tragico e ad un'opera buffa!
Cos , signore, che la rivoluzione del 31 a Bologna ebbe un'aria idillica; fu una festa di famiglia; rimase un ricordo caro e senza rimorsi per tutti, come rimase caro e onorato il nome dei cittadini, che vi primeggiarono, del Vicini, Presidente del Governo; dello Zanolini, autore d'un abbastanza buon romanzo scritto in esilio e intitolato il Diavolo del Sant'Ufficio; di Pio Sarti, fratello alla madre di Marco Minghetti; di Carlo Pepoli, poeta gentile, amico del Leopardi, e che in esilio anch'esso scrisse il libretto dei Puritani per Vincenzo Bellini; di Terenzio Mamiani, che poi, come poeta e filosofo, sal a tanta celebrit. I racconti, gli aneddoti, i detti e fatti memorabili di questo o quello, ora gravi, ora anche un po' ridicoli, sono infiniti; e i pochi superstiti, e certe vecchie signore persino, li narrano ancora con compiacenza singolare. Eppure tant'altre e cos grosse vicende hanno viste d'allora in poi! Ma non i lancieri a piedi del giovine Napoleone terzo, e la spada di un avvocato Patuzzi, colonnello della Guardia Nazionale, che nelle grandi occasioni non c'era verso di tirarla fuori dal fodero, e gli armati di picche del generale Grabinski, vecchio e valoroso ufficiale, che non avea colpa se i suoi soldati non avevano fucili; tutti fatterelli, che io ho uditi mille volte, quest'ultimo in ispecie, che  altres per me un ricordo domestico, giacch fra quei male armati e senza fucili era il mio vecchio babbo coi suoi condiscepoli d'Universit e quando il Generale, il quale parlava un italiano tutto suo, li pass in rivista sulla piazza di Faenza, fu udito esclamare mestamente: "quanta bella giovent! Peccato non esser tutta fucilata!"
E quest'era la gente, chiamata dal cardinal Bernetti nella sua Notificazione del 14 febbraio 1831 una turba di ladri, che altro non voleva se non porre a sacco le pubbliche e le private propriet, e contro cui aizzava le plebi, perch al suono delle campane a stormo si levassero in armi per dar loro addosso, come a briganti. Esecutore di questo disegno di restaurazione, cos umanamente cristiano, mand il cardinale Benvenuti, che in Osimo cadde in mano degli insorti e fu tradotto prigioniero in Bologna. Lo salv dall'ira popolare Pio Sarti, facendogli scudo della sua persona, e quando il Governo delle Provincie Unite ripar in Ancona, il cardinal Benvenuti fu liberato e firm esso la capitolazione, di cui ho parlato.
I membri del Governo, fidenti nella parola del Cardinale, noleggiarono un Brigantino, che appena uscito dal porto d'Ancona le navi Austriache catturarono, trasportandoli prigionieri a Venezia.
Un Lazzarini, capitano del Brigantino gli aveva traditi, consegnandoli al Bandiera, Ammiraglio Austriaco. E vedete fatalit! Il Lazzarini mor di mala morte e Attilio ed Emilio Bandiera lavarono col loro sangue a Cosenza nel 1844 l'infamia del padre.
Nei tristi tempi, che seguirono, i vinti del 31, come accade sempre fra gli sfortunati, cominciarono  a beccarsi fra loro, e il Sercognani fu accusato d'essersi venduto, l'Armandi d'aver tradito, il Vicini d'aver immiserito la rivoluzione a rivendicazioni locali e di campanile, perch in un proclama, che nessun altro del Governo sottoscrisse, rievoc da avvocato i vecchi diritti della Repubblica Bolognese e il contratto del 1447 fra Niccol V e il Senato! Miserie!! Quanto meglio dire col poeta, adattandolo un poco alla circostanza:

Taccian le accuse e l'ombre del passato,
Di scambievoli orgogli acerbi frutti,
Tutti un comun delirio ha travagliato;
Errammo tutti!

Il Sercognani forse non volle lasciarsi Rieti alle spalle; l'Armandi contro le forze preponderanti dell'Austria credette ridicolo osare; il Vicini credette di vincere la causa, riallacciando la rivoluzione presente a tradizioni rivoluzionarie, e forse Massoniche locali, perch lo Zamboni, il martire Bolognese del 1794, avea su per gi ne' suoi proclami dette le stesse cose.
E perch mai la Rivoluzione del 1831 non cerc afforzarsi, estendendosi alla Toscana, ai Ducati, come avea progettato il povero Ciro Menotti, che era un uomo d'affari e non un avvocato? Perch, oltre al  chiodo fisso del non intervento, la Rivoluzione del 31 fu, risponde Cesare Albicini, in un suo bello studio su Carlo Pepoli, fu da Bologna sino a Rieti, una riscossa di Municipii, come quella del 48 fu una riscossa di Stati, e quella del 59 una riscossa dell'intiero popolo italiano. Evoluzione progressiva, teoria Darwiniana, forse troppo pi scientifica e arguta, che non comportino le arcane e imprevedibili selezioni della storia.
Ad ogni modo credo potersi concludere che una rivoluzione, la quale scese di palazzo colle tasche vuote e le mani nette; che a Rimini ebbe in articulo mortis il suo battesimo di sangue in faccia agli Austriaci, affrontando i loro cannoni con le picche e i fucili da caccia, non merita n condanne, n ironie, n dispregi; e credo di pi, che se in Bologna le generazioni seguenti non si accasciarono sotto il peso della doppia tirannia Pretesca ed Austriaca, molto  dovuto a questo buono e quasi domestico ricordo per tutti della Rivoluzione del 1831.


SANTORRE SANTAROSA  MORTO PER LA LIBERT DELLA GRECIA NEL 1825
CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO.


Signore e Signori,

La lettura che io sono per farvi si compone di pensieri e di sentimenti, pi che miei, dell'uomo stesso a cui la consacro. Io far poco altro che consertare insieme pagine sue,(5) o di amici suoi, delle quali le pi intime sono venute a luce la maggior parte in questi ultimi anni, e da esse si rivela e l'uomo e il patriotta: l'uno e l'altro degni di tal reverenza, che pochi esempi possono dalla storia del nostro Risorgimento proporsi alla giovent italiana, pi efficaci a ispirarle magnanimit di sensi e di opere, severit di propositi, alto concetto di quanto ciascun uomo deve a' suoi simili, ciascun cittadino alla patria. Evoco dinanzi a voi la nobile  figura di un Eroe del Risorgimento italico che lo  altres del Risorgimento ellenico. La rivendicazione della libert greca dalla barbarie mussulmana occup fra il 1821 e il 29 una pagina lieta e gloriosa nel triste libro delle umane vicende, che oggi altre mani riaprono pur a quella pagina (piacesse a Dio che fosse per segnarvi senz'altro la santa parola Giustizia!): e quel 1821  altres la data dei primi moti italiani per le riforme liberali e l'indipendenza nostra dall'Austria. Nel 25 Santorre Santarosa moriva, precursore di Giorgio Byron, per la libert della Grecia, poich gli era fallito di operare per la grandezza d'Italia. Questo  l'uomo del quale io vi parlo, e che faccio parlare dinanzi a Voi.


 2.
 
Quando il primo fermento di nazionalit, che a sei anni appena dal Congresso di Vienna cominciava, covato nelle congreghe carbonaresche, a sollevare l'Italia, ebbe fatto capo, ne' due Stati della penisola estremi e fregiati di corona reale, Napoli e Piemonte, ad un movimento verso quelli ordini di monarchia costituzionale, in nome dei quali la Spagna aveva resistito a Napoleone, la rivoluzione piemontese, rivoluzione d'un mese appena, port Ministro della guerra, cio capo delle armi contro l'Austria, il conte Santarosa. Questi, giovinetto anzi quasi fanciullo, avea seguito il padre colonnello nel regio esercito alla difesa dall'invasione francese, e l'avea veduto morire alla testa del suo reggimento nella battaglia di Mondov: poi, stato maire della sua Savigliano e sottoprefetto alla Spezia, aveva di nuovo, durante i Cento giorni, imbracciate le armi regie e nazionali, aveva preso parte con Cesare Balbo (e vi era il prode generale, gi napoleonico, Gifflenga) alla spedizione di Grenoble; e rimasto, a istanza del marchese di San Marzano suo zio, nel Ministero della guerra, alternava agli affetti, in lui vivissimi, di marito e di padre, le cure dell'ufizio, e gli studi (che sempre avea prediletti) morali e letterari, e le frementi aspirazioni a un'Italia, secondo le visioni di Vittorio Alfieri, prossimamente futura. L'ufficiale piemontese de' Cento giorni, allorch avea veduto rientrare il suo Re, Vittorio Emanuele primo, con la forza degli Austriaci, aveva scritto, in quel latino ipercalittico che il Foscolo messe in voga: "20 maggio 1815. Il re nostro entrava nella citt, e tutto il popolo diceva nell'allegrezza del cuor suo: o Re, o Re, salve o Re! Ma le aste del Sire del settentrione circondavano il Re, ed era il Re nostro siccome un Piccolino; cosicch esclamavano i veggenti:  qui il Re, ma non  qui con lui la Patria". E dove sentiva egli la Patria, il prode ufficiale del Re? "Egli  soprattutto quando i miei corni da caccia suonano una rapida e viva marcia, e mi veggo sfilar davanti i miei giovani di aspetto ardito e quasi dispettoso, che il mio sangue bolle e ribolle dentro le vene. Egli  allora che dico tra me: - Perch non nacqui inglese, prussiano, russo? - Nella mia disperazione dico persino: - Perch non nacqui francese? - Non sar mai che io stringa un brando italiano, che io guidi fra i perigli soldati italiani? Noi piemontesi, noi prodi, noi animosi, che siamo noi? Deboli ausiliari degli antichi nemici della grande patria; ausiliari disprezzati forse, e disgraziati a segno di non esser ammessi all'onore delle battaglie. - Non vi ha in simili pensieri di che morire di rabbia e di dispetto? Federico, padre di Federico secondo, cre la Prussia, creando l'esercito. Vittorio Emanuele potrebbe creare il Piemonte, creando un esercito". E continua lo sfogo generoso, coi ricordi d'un anno innanzi,  quando trovandosi a Genova nei giorni dell'efimero rinnovamento dell'antica repubblica giocato dalle Potenze, "Inglesi assalivano Francesi in Genova italiana, e i Genovesi avrebbero forse, se i Francesi non tradivano il loro imperatore, veduto crollare i loro tetti, sentite le voci lagrimose de' vecchi, de' fanciulli e delle donne atterrite, sofferti i disagi della fame e della militare licenza, perch Francesi volevano occupare Genova italiana, perch Inglesi volevano occupare Genova italiana. E Genova italiana, che vuol dire debole, avvilita, infelice, avrebbe dovuto tacere, soffrire; e vi ha di pi, avrebbe dovuto lambire i piedi, e tessere a vicenda il panegirico sonante, d'entrambi i duci stranieri desolatori del suo popolo". E si volge con fraterno animo ai Napoletani, perduti dietro le avventure Murattiane: ha una trepida speranza pel suo Piemonte, pensando che su quel trono stanno "principi di sangue italiano"; un rammarico per la "nobile Sicilia", che Vittorio Amedeo secondo non l'abbia conservata a' suoi successori, in modo da potere "stringere Italia dai due lati, e sforzarla", sforzarla a non esser pi la druda bellissima dello straniero: perch "la futura liberazione dell'Italia dev'essere operata o dai Piemontesi o dai Napoletani". E  il problema fu sciolto, quarantacinque anni dopo, sulle rive del Volturno, il giorno che Vittorio Emanuele secondo a capo del suo vecchio esercito, e Giuseppe Garibaldi delle sue camicie rosse, il re e il dittatore, s'incontravano vincitori, e si stringevano nel nome d'Italia le destre poderose e leali.
Ma riprendiamo una di quelle ardenti parole che Santarosa scriveva nella primavera del 15: "Nella mia disperazione dico persino: Perch non nacqui francese?" L'avversione alla Francia, "odio ai Galli" dicevano, che fu nel Piemonte di quelli anni il primo e fecondo germe d'italianit, veniva in Santorre come in altri molti, innanzi tutto dal culto per l'Alfieri, poi dall'amarezza sdegnosa che il sofferto dominio napoleonico lasciava nel cuore di quelli stessi i quali avevan dovuto servirgli da istrumenti; come, e in ben pi larga misura e in altra altezza d'uffici che non il Santarosa, era stato di Cesare Balbo, sospinto da un'ambizione della quale egli stesso, ne' suoi Ricordi, si accusa. Col Balbo, con Luigi Provana e con Luigi Ornato, il Santarosa aveva stretta in Torino una forte amicizia, anzi lega veramente e congiunzione d'affetti. Si erano avvicinati in una accademiuzza di Concordi, venuta su in casa del conte Prospero Balbo; lo scopo della quale, ben diversamente dalle accademione di gala, era, dice con alta parola l'Ornato, "ridestare in Italia il pensiero": il pensiero smarrito per entro alle frasi di tante altre consimili associazioni. I quattro amici avean cominciato il loro spirituale contubernio col segnare in un medesimo quaderno quanto, verso i comuni propositi, passava loro per la mente, quanto agitavano in cuore. E le lettere dell'uno all'altro spesso erano firmate, in cifra numerica, 1/4. La vocazione dell'Ornato agli studi classici e filosofici, del Provana agli storici, del Balbo alla filosofia della storia, del Santarosa alla politica ed in essa alla italianit del pensiero della parola dell'azione, emersero e si alimentarono in quel virtuoso giovanile consorzio. I nomi del solito gergo tradizionale, di Incruscato, Intoppato, Ricovrato, Stringato, che avevano avuto nei Concordi, si erano nel consorzio dei quattro, mutati in nomi romani. L'Ornato era divenuto Metello, Flaminio il Provana, il Santarosa Tiberio Gracco, restando innominato il Balbo, che certamente fra i quattro era il pi rimesso e cauto, come il pi bollente, conforme al suo nome tribunizio, era il conte Santorre. Egli era anche denominato fra i quattro amici il Solenne, per l'enfasi che metteva nel leggere e nel parlare, la quale talvolta diveniva commozione e furore, con grande espansione di gesti, e batter di pugni e afferrar convulsamente i conversanti o gli uditori. Quando erano vicini, si accoglievano nella cameretta dell'uno o dell'altro, o a passeggiate solitarie: lontani, carteggiavano, s'imponevano di pensare insieme, un'ora di un dato giorno, l'una o l'altra cosa; pensarla con dolcezza d'affetti, il cui termine era sempre la patria. Virilmente nutrito, questo loro affetto volevano si effondesse con tenerezza femminile: "amare" dicevano (e tenetevelo a vostra gran lode, o signore) "amare come donna ama".
Il carteggio dell'Ornato col Provana c'introduce, con mirabile illusione, nella vita interiore di quei generosi. Studi e letture, di classici e di matematiche; e tentativi di lavori propri, d'ogni genere (lirica, tragedie, commedie, con recensioni critiche, reciproche), si alternavano a virtuosi intendimenti e disegni, e a promesse e giuramenti per il futuro bene della patria. Si traduceva Tirteo, con apporgli note nelle quali s'intendeva di allegorizzare le civili condizioni d'Italia, si leggevano gli storici fiorentini, studiandovi le vicende della libert, esaltandosi col Savonarola, e in s rifacendo i Piagnoni, meditando sul Machiavelli, al Guicciardini sdegnosamente imprecando: si vagheggiavano soggetti di storia italiana, e il pensiero di cotesti giovani alfieriani correva ai Vespri di Palermo, che il Santarosa romanzeggiava in un Gualtiero e in una Francesca, ma il Provana voleva invece trattare criticamente, come poi fece pur con intento patrio l'Amari. I grandi scrittori d'Italia erano tenuti in conto di altrettanti Santi Padri, come d'una religione: la lingua "toscana" vincolo sacro, testimonianza di patria: Virgilio, un "nostro antico italiano". Padre l'Alighieri, nel quale l'Ornato, che fu poi grecista insigne, sente Eschilo: padre il Petrarca, nel cui verso  il pianto d'Italia, e nelle epistolae l'entusiasmo per la virt e la libert: padre lo stesso Boccaccio, del quale per, se adoperati a corruzione servile, bene sta che fra Girolamo gittasse ad ardere i Decameroni. Il Trecento e il Cinquecento fiorentini, custodi della parola e del sentimento nazionale: e una lettura di classici francesi, da non farsi che con un trecentista fiorentino accanto, per preservativo. Disciplina questa, tanto pi meritoria, in quanto avveniva talvolta che la sincerit della lingua e dello stile non compensasse, presso tali lettori, il vuoto di altri pregi; e una di quelle volte vediamo il Santarosa, sazio della bellissima prosa del Firenzuola, buttarsi a Voltaire e Pascal, ma per tornar quasi subito alla "lingua fiorentina", dic'egli: con un  nobile istorico bens, Bernardo Segni, e promettendo "di non pi abbandonarsi cos"; "perch le cose fiorentine" egli scrive "divengono per me un alimento necessario e per la materia e per la lingua"; e dalle parole ascendendo alle memorie dei grandi fatti, e queste congiungendo coi guai del presente, Firenze tradita dai Francesi e lasciata sola contro il Papa e l'Impero gli "metteva in cuore un desiderio implacabile di vendetta", e avrebbe voluto disperdere al vento le ceneri di papa Clemente settimo, e lo vedeva "fra i parricidi passeggiare le infocate vie del Tartaro, e gli spettri di cittadini svenati, di madri morte di fame coi figlioletti in collo, accompagnare i suoi passi". Ma direttamente e immediatamente padre di quei valenti figliuoli, padre e maestro e informatore, e ogni cosa, era l'Alfieri; questa gran pianta, dicevan essi, fiorita fuor di stagione, come Tacito, come Plutarco: padre, anzi "babbo, parens, pat??" in tutti e tre i grandi idiomi della umana civilt: e celebravano l'anniversario della sua morte, e ne veneravano il busto, e nel nome di lui giuravano, e se stessi alla Patria consacravano; e aveano scelto per le loro passeggiate fraterne un luogo solitario in una collina verso Superga, ed ivi posta una pietra l'avean consacrata come la "tomba del babbo", da pellegrinarvi e commemorarvi la "mamma" cio l'Italia, e in latino ed in greco epigrafavano le mura della vicina chiesa, e il nome d'Italia incidevano sul tronco di "quella maestosa altera croce" scrive al Provana l'Ornato "che sovrasta ai colli circostanti, ed al pi della quale appoggiato, io mi doleva sovente che la pianura sottoposta ai miei sguardi avesse nome Italia". Col qual medesimo sentimento il Santarosa prendeva da un verso della poetessa torinese Saluzzo Roero questa apostrofe elegiaca: "Italia, Italia, il mio dolor ti noma", per farne emblema di lutto in un anello. "Ed io" prosegue l'Ornato "ed io incideva l'augusto nome su quel tronco divino, e volgeva lo sguardo all'et avvenire e viveva con loro, e mi pasceva di celesti illusioni; sinch il raggio del sole cadente o l'umido soffio del vento mi destavano da quei sogni avventurati, ed io scendeva triste e pensieroso ad affrontare le usate nostre vicende". E il Santarosa, su quella medesima collina, tutto solo, "con una mezza biblioteca in tasca" (era un giorno di primavera del 1818) "salutai" scrive "salutai il monte San Michele e i colli di Avigliana.... E l'occhio rivolto alla bella pianura bagnata dal patrio fiume, dissi: Mio Dio, autore della verit e della vita, fonte d'ogni bene e d'ogni virt, mio creatore e conservatore, io vi prometto, e anche prometto alla memoria del mio padre e della mia madre, di ordinare il mio costume, la mia casa, il mio tempo; di perseverare nella letteratura italiana per servire questa povera Patria; e di prendere savio pensiero dell'educazione de' miei figli. Appressatomi poi alla croce, pensai a Ges Cristo, e dissi: Ges Cristo, io non dir che siate uomo, ma dir che siete l'Eletto di Dio e come il Figlio di Dio. Io intendo di essere onesto e giusto uomo, e Dio faccia quel che avanza. E nell'allontanarmi rivolto alla croce, dissi ancora: - Costoro che oggi si dicono tuoi non ti assomigliano; ed io posso invocare il tuo nome senza esser di quel numero uno. - Ho promesso a Dio ed a me di serbare ne' miei scritti relativi alla Patria italiana quell'ossequio al vero, all'umano, al giusto e alla santit del costume, che si convengono, onde essi non siano a me di carico innanzi a Dio".
Il teismo di quei pensatori patriotti, una specie di "stoicismo cristiano", si assommava in un elevato sentimento di moralit, di responsabilit umana, di libert. Moralit; che "parla nel nostro cuore, in modo da non potere essere frantesa" - libert; sulla quale facevano quest'equazione matematica: "La libert sta ad un popolo, come la ragione sta all'uomo" - responsabilit umana; la quale tanto pi vivamente sentivano, quanto maggiori, in tempi di servit, sono i pericoli del sostenerla, quanto pi facile l'abbandonarsi e il disperare. L'Ornato, che era, com'a dire, il filosofo di quel sodalizio, e che sapeva da' suoi greci derivare la scienza e l'arte della vita; dopo passate intere notti leggendo "ad alta voce e con buona pronunzia" Senofonte e Plutarco, con apprensione quasi di non esser degno d'accostarsi a quei sommi; quando da queste generose idealit ritornava al presente vuoto e buio, scriveva al Santarosa cos adattando un passo del padre Alighieri: "nessun maggior dolore che l'aver sortito un'anima cui l'operare  bisogno, e che per necessit non fa nulla". E altra volta al Provana, con energia tutta piemontese: "Gi, questa vita che traggiamo  tanto disperata, che conviene o crepare o fare alcuna cosa. E sceglieremo una delle due cose, se vi piace, un d che possiamo deliberare insieme". E col Provana lo stesso Ornato riandava nel 18 le misere condizioni della penisola; e pareva loro che il Piemonte avesse fallito alle speranze degli altri Italiani, quando dopo la catastrofe napoleonica del 15 esso era rimasto la sola regione il cui governo avesse entit e tradizione nazionali: ma questo non potere esimerli dall'adempire "il dovere d'un italiano; no, grazie al cielo", cio il dovere di procurare il risorgimento morale e politico degl'Italiani, lasciando ogni altra attrattiva, anche quella delle arti belle: e l'Ornato si corrucciava col Balbo, "il quarto", che avea scritto dalla Spagna infatuato "di quadri e di statue"; e si sentiva invece pi d'accordo col Solenne, ossia col Santarosa, lavoratore entusiasta al conseguimento di fini pi prossimi; e gli pareva ch'e' meritasse il primato, anzi una specie di supremazia, nel sodalizio. E al Provana pure, l sulle coste gallo-liguri, "Salutate" scriveva "Salutate le montagne che vi circondano; salutate il padre Oceano, che vi sta davanti; salutate quel porto d'onde partivano, seicento anni fa, navi ripiene di mercanzie italiane, destinate a portare per tutta Europa e per l'Asia i frutti dello ingegno dei nostri predecessori, e che ora pi non si apre se non per ricevere merci straniere e leggi straniere con esse.... Ma" proseguiva "se ella  pur consolazione il vedere altrui pi infelice di s, miriamo la Grecia moderna; e lagnamoci ancora, se l'osiamo, del nostro stato. La pi illimitata tirannia siede nel paese degli Aristidi, degli Epaminondi, dei Timoleoni; la ignoranza pi crassa nel paese dei Socrati, dei Platoni. Il viaggiatore incerto non sa pi rinvenire il luogo ove era Sparta. Il nome augusto di pat??? (patria), che il buon Omero fa pronunziare con tanto affetto da' suoi eroi, non ha pi senso nessuno in quel paese, come ne ha poco tra noi quello che gli corrisponde nel nostro idioma". Questo si dicevano i quattro amici nel 15: ma il 1821, e per l'Italia e per la Grecia e pel fato d'uno di essi, era vicino.


 3.

"Ho trentacinque anni" scriveva il 18 ottobre del 1818 il conte Santarosa, tornato da una delle sue passeggiate meditative: "adoperiamo quest'ultima ora della mia giovinezza alla grave e necessaria investigazione de' miei doveri". E se ne schierava dinanzi la serie, rimpiangendo qualche trascorso degli anni pi caldi. Doveri verso Dio, che  quanto dire, secondo la religion naturale, verso la giustizia: verso la famiglia, e si fa presenti la sua  Carolina "moglie amantissima, di cuor generoso, pietoso", e i due suoi figlioletti, di sei anni il maggiore, e la bimba, la sua Santorrina: verso l'ufficio, pel quale si fa coscienza di non essere abbastanza premuroso e sollecito: verso gli studi e la italianit. E si propone di terminare le Lettere siciliane (che era il libro sui Vespri di Palermo), accompagnandone il lavoro con l'assidua lettura de' suoi cari Fiorentini del Trecento e del Cinquecento. "Ancora qualche minuto, e la sfera del mio oriuolo avr segnato l'ultimo istante del trentesimoquinto anno della mia vita. L'epoca ultima di giovinezza finisce con esso: entro nell'et matura. O Santorre, fa' serio pensiero di essere uomo. Ti raccomando la tua pace, il tuo onore, i tuoi figli.... Mio Dio, io mi prostro dinanzi a voi. User la mia ragione, ubbidir alla mia coscienza. - Queste parole ho proferito con la fronte al pavimento, adorando in atto sommesso il mio Creatore, il mio Dio".
Ma due anni appresso, dopo che il pronunciamento militare di Guglielmo Pepe ha strappata ai Borboni la prima Costituzione da spergiurare, il Santarosa attende con ansia febbrile a un suo libro, su cui ha scritto: Le speranze d'Italia; il titolo stesso, che di l a molti anni, con auspicii ormai maturati, associer il nome del quarto fra gli amici, il nome di Cesare Balbo, al pacifico iniziamento della rivendicazione d'Italia a s stessa. Se non che il Santarosa precorreva, con la foga del generoso suo cuore, gli eventi: "L'Italia vuol fatti e non parole"; cos meditava di proemiare al suo libro: fatti e non parole. "Io non sono un letterato; sono un soldato, che a niuna setta appartenendo, solo conosce i suoi altari, la sua patria e la sua spada. Ardito banditore delle popolari verit italiane, alzer il grido della nostra guerra d'indipendenza, e pi fortemente il grido della concordia, che fa le guerre giuste, tremende, felici". E disegnava rapidamente quella convergenza di sforzi da' due estremi e maggiori Stati della penisola, che avea sempre avuta in visione: - cinquantamila Austriaci avanzarsi contro il regno costituzionale di Napoli; congiunti, per le Marche la Toscana la Romagna occupate, al grosso dell'esercito imperiale in Lombardia: - mentre l'esercito napoletano resiste, il centro d'Italia insorgere, il Piemonte con sessantamila uomini varcare il Ticino. "Ma se il principe  freddo? - Non lo potrebbe essere. - Ma se lo fosse? - Il soldato piemontese, soldato italiano, deve dire al suo Re: Sire, il Lombardo freme, il Napoletano si difende a stento, il Romano si leva in armi. Noi Piemontesi, guardati con tanto desiderio, con tanta aspettazione, da tutta Italia, noi prodi uomini e soldati di forti Principi, ci staremo colle braccia conserte ad aspettare che i trionfatori austriaci, lieti della nostra ignavia, vengano a darci ordini imperiosi? Siamo Italiani, o Sire: in questa formula sta tutto il nostro dovere di alzar le bandiere e volgerle verso il Ticino, in nome d'Italia e di Savoia sulle insegne. N manca un giovinetto, che potr essere erede del principe Eugenio". Era una visione, ripeto, una inebriante visione, di gloria militare e patriottica, per entro alla quale il Piemonte e Casa Savoia assorgevano agli onori dell'italica apoteosi.
Quel giovine Principe, a cui si prognosticavano gli allori guerreschi del grande Eugenio, era Carlo Alberto. E fu Carlo Alberto, che si trov, Reggente, a concedere nel marzo del 21 la Costituzione Spagnuola, nel punto stesso, che avendo il buon re della restaurazione Vittorio Emanuele abdicato in favore del fratel suo Carlo Felice, questi, il re della reazione, da Modena, che era come dire da Vienna, sconfessava Costituzione, Reggente, e qualsiasi iniziativa nazionale. Cosicch questa, mossa lealmente da devoti non meno al Re che alla libert, si trov subito (e le cose di Napoli erano fantasticamente precipitate, e l'Italia centrale era stata a vedere) si trov a dovere appoggiarsi, inferma base, su ci che il Santarosa, nella narrazione di cotesti fatti, chiama, con equo giudizio, il "volere e non volere" di Carlo Alberto: ma altre pagine del generoso libretto confessano che nessuno degli iniziatori si era sul serio ripromesso di lui "un conte Verde o un principe Eugenio", ed altre poi fanno eco a quell'accusa di traditore che sui versi del Berchet vol per tutta Italia ed oltre. Il giudizio intorno al re martire di s stesso, da quella defezione del 21 al sagrificio del 49,  ormai pronunciato dalla storia: e l'Italia pu ben perdonargli il Trocadero, se con questo egli salv dalle insidie austro-estensi la corona, che, sul campo cruento e per la seconda volta funesto di Novara, avrebbe consegnata al Vittorio Emanuele destinato Re d'Italia. Ma intorno al Santarosa, soldato e ministro della rivoluzione costituzionale, risplende tutta la gloria di quel primo italico movimento verso la indipendenza e l'unit della patria. E quando egli, prima che il re buono abdicasse, quando Santorre per Asti, passando l'11 marzo dinanzi alla casa di Vittorio Alfieri, marciava sopra Alessandria gi sollevata, e sollevata nel nome d'un "Regno  d'Italia", "vedevo" scrive "dischiudersi all'Italia quell'era di gloria che il poeta cittadino le aveva vaticinato". Ma con l'abdicazione e la partenza da Torino, nella notte del 13, di Vittorio Emanuele, si precipit subito alle dolorose strette di dovere l'esercito piemontese del Re e della libert incrociar le armi contro l'esercito piemontese del Re e della legittimit. Allora quello fra i quattro amici, poich noi qui teniamo dietro all'istoria non di quei fatti ma di quei quattro, anzi di uno solo fra i quattro, quello fra essi in cui l'aspirazione ai liberi ordini e all'italianit era governata da un pi tenace spirito di conservazione, il Balbo, sconsigli, scongiur, e non ascoltato si ritrasse a prendere deliberatamente posto dove di fatto era piantata la bandiera del Re; e vi rimase finch vide arrivare intorno a quella, del resto prevedibili, i battaglioni austriaci: - il Provana, pur riconoscendo generoso e italiano il movimento, e che mirava a salvare il Re e il paese dalla tirannide nordica, sopraffacente oramai, dopo i regii convegni di Troppau e di Lubiana, tuttaquanta l'Italia, ne disapprov, dopo il passo addietro di Carlo Alberto, le forme e i modi, e non vi partecip con l'azione (n ci tuttavia risparmi poi n al Provana n al Balbo la vendetta degli sconsigliati che le idee, anzi le idee pi d'ogni cosa, perseguitavano): - il Santarosa mantenne quel che aveva promesso a se medesimo e a Dio, anche prima che ai commilitoni cospiratori: - e al suo fianco, idealista fedele, tranquillo filosofante anche nello scatenarsi della civile bufera, rimase, capo di gabinetto dell'amico ministro, Luigi Ornato. Ed io credo che la parola d'ambedue i nobilissimi patriotti risuoni; e il cuore di tutt'e due, il cuore di Flaminio e di Tiberio Gracco, batta i suoi palpiti generosi; e il senno civile, concordemente meditato sui Greci e sui Latini e sui Fiorentini nostri, sia infuso; negli Ordini del giorno "dati in Torino il 23 e il 27 di marzo, l'anno del Signore 1821, dal conte Santorre di Santarosa reggente il Ministero di guerra e marina"; l'uno "all'esercito piemontese", l'altro per "la chiamata dei contingenti". Dove il Santarosa, annunziandosi "autorit legittimamente costituita", si sforza di salvare la causa del trono costituzionale, scusando la giovanile inesperienza di Carlo Alberto, la mancata libert di azione nel novello re circuito dall'Austria, facendo sperare (il che pur troppo non era) il favor della Francia: "Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, insegne non di ribelli ma regie insegne, afferratele, correte a piantarle sulle  sponde del Ticino e del Po. La terra lombarda vi aspetta, la terra lombarda, che divorer i suoi nemici allo apparire della nostra vanguardia.... Insegne non di ribelli, ma regie insegne", sulle quali l'Aquila di Savoia ha gi veduto quella regione italiana. Sotto di esse, "voi, giovani soldati, prese con letizia e con fiducia le armi consegnatevi dalla patria,... sorridete di gi al pensiero della battaglia,... al pensiero di farvi riconoscere figli dei difensori di Cosseria, la cui ferocia dest meraviglia in Napoleone Buonaparte, e forse fermava i primi suoi passi nella conquista d'Italia, se noi non avevamo allora Austriaci per alleati. E voi, Genovesi? Nel vedere il nome di Genova scritto sulla bandiera della vostra legione, i nostri nemici, diranno atterriti: Ecco gli uomini del 1746!"
E tenne fermo, lui pi di tutti, sino all'estrema possibilit. E dopo che i nemici, stravinto col numero, si fecero avanti, egli, lasciato solamente allora il governo; - ricusato di patteggiare, perch gli parve offesa alla "fede giurata", o soltanto accettando la mediazione dei diplomatici a patto d'una amnistia, al cui benefizio per s rinunziava; - tentato invano, con gli avanzi del prode esercito costituzionale condottigli dal San Marzano, dal Lisio, dal  Collegno, uno sforzo di disperata difesa rinchiudendosi in Genova; e in questi stessi tentativi caduto nelle mani dei carabinieri, e strappatone, cio salvato dal patibolo, per opera d'un venturiero polacco e d'una piccola schiera di valorosi studenti; - prendeva coi compagni la via dell'esilio.
Il mare apriva le sue braccia ai rigettati dalla terra servile, ai liberi uomini che avevano sognato la grandezza d'Italia. Di l dal fatale Ticino, dal sacro fiume del quale "su l'arida sponda" aveano aleggiato le speranze di quel sogno sublime, un giovane poeta, il grande poeta italiano del secolo, rinchiudeva nel cuore l'inno preparato agli aspettati fratelli. Ma se l'inno di Alessandro Manzoni non poteva pi essere l'epinicio trionfale della libert e della giustizia in Italia, rimaneva il canto d'una speranza imperitura per tutte le nazionalit oppresse, la protesta d'un diritto, nel cui nome non quella sola ma ogni altra barriera doveva essere infranta, della patria unica da Dio anche agli Italiani assegnata:

Cara Italia! dovunque il dolente
Grido usc del tuo lungo servaggio,
Dove ancor dell'umano lignaggio
Ogni speme deserta non ;

Dove gi libertade  fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un'altra sventura,
Non c' cor che non batta per te.

Ahim, gli uomini la cui gesta aveva ispirata una tal poesia, non potevano ormai pi che agitare combattere morire per la libert di altre patrie, pel diritto ad essere di altre nazioni!


 4.

Nei rimanenti mesi di quel tragico 21, Santorre, come gi il Foscolo nel 15 esulando da Milano, s'aggir per la Svizzera, lasciando per breve tempo in Marsiglia il fido Ornato. Forse non gli reggeva ancora l'animo di interporre troppo spazio di terra o di mare fra s e la cara moglie e le loro creature, delle quali un'altra stava per nascere. Anzi gli arrise per alcun tempo, la speranza di poter ritirare la famiglia presso di s, in qualche oscuro tranquillo angolo, dove gli fosse tollerato il seguitare a pensare e a lavorare per l'Italia; ma egli aveva alle spalle, dovunque riparasse, lo spietato flagello delle polizie, confederate in servigio della Santa Alleanza. E  tra que' monti scriveva nel suo diario: "Oh libert, che sopra questi monti e sopra queste nere verdeggianti selve signoreggi, e proteggi queste povere capanne, e fai gli uomini cortesi e onorati e le donne oneste! per te, io, sbandeggiato e povero, posso pur posare qui con un poco di pace l'animo irrequieto e la persona stanca.... Questo sia l'asilo di colui al quale le Repubbliche non possono, i Re non vogliono, concedere un tetto ospitale. Con la moglie e coi figli vi trascorra i suoi d, e invecchi, dimenticando la propria fortuna ma piangendo l'infelice patria....". E il giorno dipoi, 1 luglio: "Infelice patria! Questa parola mi viene detta, mi viene scritta, ad ogni momento. E come non lo sarebbe, se questo  il pensiero cui appena interrompono la notte ed il sonno?" E ripensando alla patria, "temeva di non essere, quanto il dovere e la ragione" imponesse, operoso e sollecito. Lui che, giunto il giorno di quella terribile prova, aveva fortissimamente voluto con tutta l'energia del suo Alfieri, che aveva operato come un eroe della vagheggiata antichit, lui giungeva fino a chiamarsi "debolissimo fra gli uomini, schiavo dell'indolenza e della mollezza, le cui riflessioni, scritte sull'arena del mare, si cancellassero al primo fiotto!" Siffatti pensieri gli turbinavano nell'anima in una burrascosa giornata di luglio, durante una delle sue passeggiate meditative lungo le sponde del lago Lemano: "e pervenuto" scrive, "dove la strada abbandona il lago, raccolsi ogni virt della mente; e tre volte, con un ginocchio al suolo, mentre tornava a imperversare il vento colla pioggia, pronunziai le parole di una ferma risoluzione." Tali erano, o giovent italiana, e voi ricordateglielo, o madri, idealisti erano di tal fatta, nell'atto stesso che operatori eroici, gli uomini di non ancora un secolo fa, gli uomini della generazione iniziatrice: e vogliano i figliuoli nostri vogliano ritemprare a cos alti esempi domestici le fibre dell'anima, perch i benefizi della libert, non dico gli ozi tumultuosi, ma gli onesti e fecondi benefizi della libert,  poco,  nulla,  vergogna, averli ereditati, quando si mostri di non meritarli.
Molto ancora sarebbe da leggere nel diario dell'esule. "17 agosto. E mi voleva dare sei uova il buon contadino per quei pochi baci che io diedi ai bimbi suoi, e il fanciullo pi vecchio mi chiam a vedere uno scoiattolo sul noce. Oh buoni! oh semplici! Questo praticello  un paradiso, queste chine dolcissime rammentano il colle di Torino.... Oh patria! oh memorie!..." E dopo altre pagine descrittive,  non indegne di qualsiasi meglio esercitata penna, daccapo la Patria! sempre, come nel verso del Poeta di quei magnanimi esigli, il Berchet, "sempre la Patria in cor!" E con la Patria, la famiglia. "Io posso ancora vivere per la patria!... Il mio nome, per le cose tentate in Piemonte, non  affatto ignoto. Se io l'onorer coi fatti e con gli scritti..., i miei figli avranno incitamento ed aiuto all'esser buoni e valenti. O figli miei! o mio Teodoro! e tu, amatissima sviscerata compagna del mio infelice destino! che fate? Forse il disprezzo vi circonda, la povert vi minaccia. O patria, quanto mi costa l'averti tanto amata!". Ma negli ultimi giorni di quel settembre, cotesta vita nella quale i due forti uomini, Santorre e l'Ornato, con s tranquilla fermezza schermivano i colpi della fortuna (fra le altre l'Ornato sonava il flauto e l'amico lo accompagnava col clarinetto, e leggevano sui luoghi la Giulia del Rousseau, e visitavano la Certosa di La Part-Dieu, e col Sismondi il castello byroniano di Chillon, e presso la torre di Kubli fantasticavano di tornei e cavalieri e trovatori), cotesta vita fu attristata da lacrime delle pi amare che possa l'uomo spargere sulla terra. "Ricordo del 27 settembre, come io dissi a Luigi Ornato ch'egli non aveva pi madre, e del suo immenso dolore, e del tempo in cui lo lasciai pensare alla sua sventura senza nulla dirgli, e dello spavento che provai quando non tornava, essendo uscito nell'ultima ora della sera." Degno invero, l'Ornato, delle consolazioni di tale amico, e che dividessero insieme la santit anche di quei dolori, come altres di qualche mesta speranza. "Mi  nata" scrive Santarosa "una bambina nella notte del 17 ottobre.... Dio eterno! Ti piaccia benedire la mia fanciulla che avr il nome di mia madre, la quale fu tua fedel serva, e mi rapisti anzi tempo. O madre, io te la consacro. Accogli la mia offerta dal tuo soggiorno celeste. Santorre, prepara una vita d'onore e di felicit a' tuoi figli, serbando la tua onest, curando la tua fama, e servendo alla patria. Paolina mia, Iddio ti benedica, e ti faccia crescere in salute per consolare tuo padre!" E quella sera, e la sera appresso, il pensiero di lui, nella luce di due splendidi tramonti elvetici mirabilmente descritti (e vorrei, gentili, potervi leggere anche quella ed altre pi pagine del diario) volava alla sua creaturina: "Bella sera che finisci soavemente uno de' pi lieti giorni dell'anno, io ti saluto col cuore quasi sereno! Questo luogo  di tutta pace. Le acque del torrente si frangono tra i sassi, alcuni  augelletti cantano ancora. O mio pensiero, io lascer che tu vada presso alla culla della mia figlioletta. Un'altra Paolina vi fu, che mi fece la prima volta conoscere il contento d'esser padre, e il dolore di vedere morire la prole. Angioletta del cielo, sei tu che proteggi il tuo padre nella sventura, che gl'infondi tanta pace nel cuore. Noi siamo nati, mia dolce Paolina, noi siamo nati sotto allo stesso pianeta. I miei capelli imbiancheranno quando tu saluterai la fiorente giovinezza. Io vivr allora in te e con te. Dio ti conservi, ti benedica, figlia della sventura, concepita nei giorni terribili della cospirazione, nutrita nel seno della madre nel tempo della procella, e nata mentre il padre calca la terra dell'esilio. Io odo i tuoi vagiti, il tuo pianto. Ti vedo succhiare avidamente il latte materno, e vedo gli occhi dell'amorosa balia contemplare il tuo viso, e bagnarsi di lagrime, pensando al tuo padre infelice." E ancora la sera del 3 novembre: "Pi dolce sera non si vide mai. Aspetter che il sole tramonti e tolga a queste carissime colline la loro festivit. Il rosato occidente e le bianche vette delle Alpi Vallesiane annunziano che il pianeta vivificatore  ancora sul nostro orizzonte; ma il suo disco sparve, e l'ombra  sulla collina, la nebbia sul lago e la solitudine nei vigneti. Questo  l'ultimo d della vendemmia e della letizia autunnale; ma sembra che la natura ci voglia far dono di alcuni sereni giorni. Chi sa se il sole splende pur l dove Macra irriga il piano del Piemonte? Chi sa se la mia infelice consorte  rallegrata dalla dolce stagione? Paolina, angioletta mia, ricevi il saluto paterno dalla tua culla. Forse breve tempo passer, e io sar a dondolarti ed accarezzarti. Dio grande, serbamela in vita!" E la vita e l'azione invocava per s medesimo: "Ah tutto fugge e si dilegua! Dio immortale, prendetevi il mio cuore, il mio senso d'amore; accoglietelo nel vostro seno: io non voglio morire". ".... Oh miei figli, io non vorr che alcuno vi possa mai rimproverare il padre. I nemici della libert saranno i primi a disprezzarmi se io vacillo nella mia carriera. Se le cose d'Europa vietano di tentare novamente la fortuna d'Italia, io servir alla patria scrivendo, e nutrir la mia mente e il mio cuore della dolcezza del lavorare e delle speranze di gloria. Scriver in italiano: ho di nuovo scapitato nella lingua patria; ma mi rifar del danno sofferto da pi mesi di lettura e di scrivere in francese."
Il soggiorno in Svizzera gli era altres rallegrato dall'incontrarsi con altri Piemontesi. Era un giorno il Dal Pozzo, gi suo collega di Governo: - un altro giorno, a Friburgo, "uscendo dalla messa", era il Moffa di Lisio, compagno d'armi ad Alessandria e Novara ("caro e generoso giovane, mio compagno nella perigliosa impresa!") e avevano pranzato insieme presso gli Azeglio, e con Roberto d'Azeglio visitava il Santarosa la Scuola di mutuo insegnamento dell'abate Gerard: - e si trovava coi della Cisterna, quando il giovine Principe, un altro dei condannati a morte, partiva per Parigi, e le sorelle tornavano piangendo a Torino. A Ginevra poi aveva stretto degna amicizia col Sismondi, l'istorico delle nostre Repubbliche medievali, il quale gli scriveva: "La fermezza ch'Ella mantenne quando un esercito di confederati si distrusse al primo fuoco, come neve al sole, quell'istessa fermezza Le giova per soffrire l'esilio e la persecuzione".
Di sue lettere alla famiglia io non conosco che poche linee di una alla moglie. Ne tengono in parte le veci alcune al Provana, che era rimasto in Piemonte, ma dimessosi dal servizio militare; mentre il Balbo si era imposto volontario esiglio. Al Provana il Santarosa scriveva: "Vedendo la mia ottima Carolina, tu la dovrai molto incoraggiare a sostenere  con costanza le percosse della rea nostra fortuna; e dille che preghi Iddio di abbreviare questi amari giorni di separazione, ma che intanto la sua immagine  sempre viva nel mio cuore." E ancora: "Io spero che avrai veduto mia moglie e i miei figli. Scrivimi quel che  di Teodoro. Non mi nascondere il vero. Penso che nella primavera prossima potr riunirmi alla mia famiglia in una terra ospitale." E rinnovando col Provana le consuetudini della quadripartita amicizia, lo informa aver ricevuto lettere dal Balbo; e gli annunzia le peregrinazioni che far con l'Ornato, caricandosi sulle spalle, lui Santarosa, "una molto pesante bisaccia che io porter a modo soldato e, spero, con la stessa disinvoltura de' miei antichi caporali de' Cacciatori", e ascenderanno il Grtli, e "saluteremo nel nostro viaggio, anche in tuo nome, le pi belle valli, i pi ameni monti, le pi fresche acque, e le pi sante memorie". Altra volta gli comunica le sue impressioni religiose: "Immginati dei templi dove niente vedi salvo che poche panche e una cattedra. Invano l'occhio cerca l'altare e il segno della Redenzione del mondo. E il cuore pare che ti risponda: - Non , questa, religione dove non  altare n sacrifizio. - .... Raccoglimento grandissimo, ordine, silenzio, bella decenza; tutto, se vuoi, fuori del mistico, del misterioso, del sublime." E si esalta ripensando la Settimana santa cattolica, e se la piglia con "messer Calvino, col tristo teologo piccardo, il quale ha creduto possibile di fare una chiesa di filosofi"; con "gli errori e le malvagit dei nostri preti, che gli aprirono la strada", e "che trattano con disinvoltura e sgarbatamente le cerimonie del nostro culto". Ma il tema pi caro  in quelle poche lettere la vecchia amicizia dei Quattro: "I Quattro sono divisi, battuti dall'orrida tempesta. Ma tanta congiunzione di animi, e tanto sincero amore, e s alte speranze, non possono, non debbono riuscire in nulla. Ciascuno di noi avr sempre bisogno della stima degli altri tre. Io amo sempre assaissimo il quarto, e sono infelice di trovarmi maggiore di lui nella prima di tutte le virt." (Quale virt avr egli inteso il fortissimo uomo? Ma qualunque si sia, quanto fior di gentilezza in cotesto rincrescergli di dover riconoscere sul Balbo questa speciale maggioranza di s!) "Maggioranza" soggiunge subito "che non pu essere compensata dall'aver egli molte altre doti in grado eccellente. O Luigi! siamo giovani ancora, non lasciamo che il tempo divori gli anni di vigore corale, che ancor possiamo vivere. Guai se cessiamo dal - vivere moralmente - un giorno! Il filo tagliato una volta non si annoda pi. Saremo morti prima di scendere nella tomba. Guardiamo gli eventi come i nostri nipoti li guarderanno nel 1910. Non lasciamo che la bufera ci opprima. Siamo giovani ancora, lo ripeto. Viviamo fedeli a Dio e alla patria: la fortuna provveda al resto.... Disprezzo, pi che mai non feci, la filosofia degli empi e la politica dei malvagi....". Siam noi, o Signori, quei nipoti, e il 1910 non  lontano. Ma cos potessimo dire, che noi "guardiamo gli eventi", e, padroni di essi come in gran parte oggi siamo, esercitiamo tale padronanza, con la stessa virt, con la stessa energia del "vivere moralmente", con la stessa "giovinezza" tenace, con che quei vinti, quei proscritti, quei condannati a morte, ne sostenevano il peso sulle spalle percosse, e proseguivano pur con la fronte eretta al cielo la loro via dolorosa.
Pochi giorni ancora di quella elvetica ospitalit concedevano a Santorre le rimostranze che al Governo federale ne facevan continuamente le polizie di Torino e di Vienna. Il 15 novembre, dal viale di Vevey, scriveva: "O sole, io ti veggo tramontare per l'ultima volta sul lago, o sole! Tra pochi d io sar lontano da voi." E non era finito il mese, che lo troviamo a Parigi.
Volgendosi, come egli soleva, a riguardar dietro a s nella vita, quell'anno 1821, suo trentottesimo, doveva parergli come vissuto in un sogno. Dalla quiete della famiglia, dell'amicizia, dell'ufficio, degli studi, balzato alle agitazioni del cospirare, ai cimenti dell'insorgere, del governare, del combattere; poi travolto nella fuga, nella condanna alla forca, nell'esilio: poi ancora, restituito alla quiete, durante quella quasi villeggiatura svizzera, ma quiete solitaria e dolente di proscritto, ed in essa abbandonato alle meditazioni del filosofo, all'esaltamento romanzesco di un cuore bollente e impetuoso come d'un Ortis.... - Se non che il cupo e scarmigliato Iacopo foscolesco, dopo veduto consumarsi in Campoformio "il sacrificio della patria", non sapeva di meglio che ingolfarsi in una passione burrascosa, e per quella, obbedendo al grido disperato che lo attirava verso il sepolcro, uccidersi. - Santorre, sostituendo subito il pensiero, gli antichi suoi pensieri, all'azione; e pur rimproverandosi, irrequieto spirito, di pigrizia e di tardit, avea scritto in quei mesi, ed ora dava in luce, un libretto sulla Rivoluzione Piemontese, cio sulle cose da lui operate; invocava da Dio la forza e l'aiuto, che sentiva "non gli sarebbe mancato mai, finch egli stesso non mancasse ai consigli della propria coscienza", per seguitare a servire il suo paese, la giustizia, la verit. E quando la vendetta degli uomini che gli han tolta la patria, e che implacabile lo perseguita d'asilo in asilo, l'avr ridotto all'impotenza di far cosa nella quale quella sua netta e dignitosa coscienza riposi, allora egli ascolter s un grido disperato; ma sar il grido d'una nazione che infrange catene obbrobriose, e per quella nazione Santorre dar degnamente la sua nobile vita.


 5.
 
Cos, verso la fine del 21, in Parigi, un italiano, che si faceva chiamare Conti, aveva presa stanza in una soffitta del Quartiere Latino: ed era uscito alla luce un libretto intitolato De la rvolution pimontaise, che portava in fronte questo verso dell'Alfieri: "Sta la forza per lui, per me sta il vero", e che alla narrazione dei fatti soggiungeva come conchiusione queste parole fatidiche: "La liberazione d'Italia sar l'avvenimento del secolodiciannovesimo". E mostrava come la debolezza dei Principi, la violenza dell'Austria, non potevano che ritardare lo scoppio: nulla di pi... Fallite le speranze  europee di monarchie costituzionali, sostituito a quelli onesti propositi il lavoro tenebroso delle stte, verrebbe poi giorno in cui la libert e la legge riprenderebbero il loro incesso sicuro e solenne. E finiva: "La facile vittoria dei despoti sui movimenti napoletani e piemontesi li fa illudere d'essersi trovati a fronte l'Italia, e di averla schiacciata. Stolti! non si trovarono mai a tanto; e le cose da me narrate lo dimostrano: ed io dovevo dimostrarlo, perch nessuno de' miei connazionali avesse dagli avvenimenti del 1820 e del 1821 a argomentare l'impotenza d'una rivoluzione italiana." Avea scritto in francese soltanto per avere, anche a fronte dei calunniatori della rivoluzione, un pi largo numero di lettori. "Non ho avuto coraggio di firmare, perch esule" scriveva; ma il coraggio pi importante era quello di scrivere: e del resto era facile pensare che l'autore si sarebbe risaputo; e prima che da altri, dai leggitori pi zelanti, i poliziotti europei.
Pochi giorni dopo pubblicato, quel libretto, piccolo di mole ma che ha in s la grandezza del narrare imparzialmente cose osate o sofferte, e che nella storia del pensiero e del sentimento italiano ha degna comunanza di origini con le Prigioni di Silvio Pellico, veniva a mano d'uno de' pi insigni pensatori  e scrittori francesi, salito pi tardi sotto la monarchia di luglio alle pi alte dignit dello Stato, allora sospeso dall'insegnamento per il prepotere della reazione, ed inoltre malato di petto da parer quasi mortale: Vittorio Cousin. "Lo lessi" egli scrive "cos per diporto come leggere un romanzo. Ma un vero eroe da romanzo trovai essere il capo di quella rivoluzione. La sua figura in cotesta storia di trenta giorni signoreggia tutte le altre. Partigiano della costituzione inglese, gi provata dai Siciliani, e mal persuaso della spagnuola, dopo che l'esempio di Napoli trascina a questa, egli assume senz'altro il governo della rivoluzione: e vero e proprio dittatore, addimostra un'energia che gli avversari stessi han dovuto ammirare, non mai disgiunta da quella moderazione cavalleresca che in tali contingenze  s rara: finch, quando tutto  perduto, egli offre il proprio esilio per la pacificazione della patria". Saputo che quel protagonista, quell'eroe, era altres l'autore del libretto, e ch'e' si trovava a Parigi, il Cousin, pur da quel suo letto di dolore, volle conoscerlo: e divennero amici "tali l'uno per l'altro, come se avessimo passata insieme tutta la vita." La gallofobia alfieriana sfumava come nebbia al sole, dinanzi alla potenza d'un affetto umano e patriottico. "Erano in lui unite" cos lo ritrae il Cousin "la forza e la bont: uomo pronto a gettarsi nei pi pericolosi cimenti, e tutto contento di consacrar la vita al sollievo di un amico che soffra... Aveva la passione del conversare, ed era parlatore meraviglioso. Nulla di elegante ne' suoi modi: un tono maschio e virile, accompagnato da cortesia squisita. Tutt'altro che bello: ma quando si animava, e animato era sempre, attirava a s con passione... Cos debole e prostrato com'io mi trovavo, quella sua energica parola mi produceva un'esaltazione nervosa, febrile, fin quasi allo svenimento: allora subentrava in lui tutt'un altr'uomo, tutto affetto, tutto tenerezza, una vera Suora di carit; che da quel suo largo e robusto petto, tanto bisognoso di espandersi, tratteneva la parola, il respiro, per non far male al povero infermo. E quante notti ha egli passate al mio capezzale, con la mia vecchia fantesca, per poi gittarsi, quando stavo meglio, tutto vestito sopr'un sof; ed ivi, lui cos sventurato, ma confortato dalla serena coscienza e dalla sua salute di ferro, addormentarsi tranquillo sino allo spuntare del giorno!"
In Parigi, e in una villetta a Auteuil, essendo il Cousin migliorato di salute, passarono i due amici quell'inverno fra il 21 e il 22. Il Cousin riprendeva a lavorare intorno al suo Platone: il Santarosa pensava gi, era il suo sogno, ricominciare con la parola scritta a servire l'Italia, "fortemente disposto" scriveva l'ultima notte di quel suo anno fatale "a intraprendere qualunque pi ardimentosa cosa per la libert italiana": meditava un'opera da intitolarsi De la libert et de ses rapports avec les formes de gouvernement; tornava a vagheggiare, sotto i grandi alberi del Lussemburgo il romanzo italiano dei Vespri; tentava versi "la moglie del proscritto", pensando alla sua Carolina, quella che taluno ha creduto veder ritratta appunto nella vedovata Clarina della romanza del Berchet, di Carolina sua, "fortissima nell'amore" scrive baciando le sue lettere "fortissima nel soffrire" e invoca la memoria di lei che lo salvi; e a' loro figliuoli pensava vedendo il folleggiare dei bambini sui prati di quel giardino "cari fanciulli, ornamento dei nostri viali, e che rammentate nel freddo dicembre la primavera, come le rose che io miro con tanto piacere in vicinanza del laghetto. O miei figli, saluteremo noi qui insieme la primavera? S, lo spero; e mi manterr degno di abbracciarvi senza amarezza e rimordimento d'animo". Avea giornate d'infinito scoramento: gli pareva di essere, alla prova, riuscito inferiore a s stesso, ed ora aver perduto ogni vigore, ogni potenza di fare; non essergli rimasto che un "coraggio passivo" dal quale non sarebbe mai uscito alcun frutto. "Preferisco" scrive "le mie notti a' miei giorni. Vivo allora co' miei amici e congiunti nella dolce patria. Oh beni, soli veri, soli desiderabili, siete perduti per me!" Un giorno gli si present Cesare Balbo, e si abbracciarono: ma non eran pi gli amici di una volta; e il povero Santorre se ne sentiva infelice, tanto da scrivere: "Tempo  per me di morire". Scriveva al suo Provana lettere di grande affetto, raccomandandogli la moglie e i figliuoli, lettere piene di memorie; memorie care e dolorose che si acuivano in certi giorni, in certe ricorrenze specialmente religiose, come quelle del Natale e della Settimana santa: e pregava l'amico ad essere nella chiesa dove vi avevano assistito insieme: "io sar probabilmente a Nostra Donna; ma col cuore arido; accigliato, cupo; fissando amaramente questi preti che non posso amare...; sacerdoti druideschi" e altrove (scrivendo al Cousin) "che tengono i Cristiani a troppa distanza da Dio, e un giorno se ne pentiranno". Il pi a lui devoto dei quattro amici, l'Ornato, lo aveva seguto fedelmente a Parigi, e conviveva (pur sotto altro nome) con lui, e si dava intensamente agli studi greci, pei quali pi tardi contribu efficacemente al Platone del Cousin; agevolatogli e lo studio e la vita, con fraterna generosit, da un altro di quei nostri onorandi esuli, il Principe della Cisterna.
Ma la primavera che Santorre si era augurato forse per riunirlo con la deserta famiglia, gli port invece la carcere e il confino in provincia. L'alleanza, santa anche quella, delle polizie trionfava di non lasciargli, a lui il pi tenuto d'occhio fra tutti i generosi sommovitori del sentimento nazionale in Piemonte, non lasciargli pace n tregua. I due mesi di prigionia gli furono consolati dalla lettura della Bibbia, nella quale s'immerse quando, parlandosi di estradizione sapeva bene, e non se ne turb, che ci voleva dire esser consegnato al patibolo; - dalla conversazione, che gli fu permessa, col Cousin; - dalle attenzioni d'un povero sorbettaio piemontese, Bossi, stato gi sua ordinanza nella guerra delle Alpi; - e dall'affetto dello stesso carceriere, attratto esso pure, l'onest'uomo, dall'autorit morale che la virt diffonde intorno a s. Non fattosi luogo a procedere, poich l'occultazione del nome, giustamente temuto dai nemici della libert, result essere l'unico suo delitto contro il paese che  l'ospitava; questa magra ospitalit gli fu acconciata in una relegazione in provincia, non essendoglisi voluto concedere un passaporto per l'Inghilterra, che egli chiedeva a malincuore, e per solo amore della personale libert. Perch quest'uomo che avea cominciata la sua vita politica dal misogallismo, amava ora la Francia, amava Parigi: la "nostra cara Francia, per quante colpe ella abbia", scriveva al Cousin; "questo Parigi che ora contiene una buona parte di me medesimo; che io ho sempre voluto odiare, et que j'ai fini par aimer d'amour". Il suo carteggio col Cousin; prima da Alenon, dove l'amico filosofo and anche per qualche tempo a tenergli compagnia; poi da Bourges, dove (per punizione di rimostranze fatte in nome pure degli altri proscritti e della "cara infelice patria italiana" in una nobilissima lettera al Ministro dell'interno) egli fu trasferito sotto vigilanza pi stretta; quel carteggio,  un tesoro di affettuosa sapienza. La conversazione continu mediante i libri: Santorre si faceva alla giornata mandare dall'amico le pubblicazioni concernenti la religione, la filosofia morale, la politica. Ma il Lamennais, col "superbo suo scetticismo" non lo appagava; e "meglio" scriveva "meglio la mia cara Chiesa cattolica, che io difendo tanto volentieri contro le accuse dei filosofastri". Quando poi i due amici furono per un breve mese riuniti, le poetiche passeggiate del tramonto questa volta si accompagnavano alle conversazioni sulla immortalit dell'anima, poich il Cousin, proseguendo i Dialoghi Platonici, lavorava allora al Fedone; e i dubbi, disputati a tavolino durante la giornata, dei quali il Santarosa nella entusiastica sua fede soffriva, cedevano la sera dinanzi al solenne spettacolo del sole che si coricava per riaffacciarsi al mattino, e "le nostre speranze per questa vita e per l'altra" scrive il filosofo "si mescolavano in un inno di fede muta e profonda nella Provvidenza divina".
Ma sull'animo del Santarosa, mentre pure attendeva al suo libro sui Governi e la libert, pesavano incomportabilmente, da un lato, l'orgia di assolutismo che si sfogava in tutte le Corti, grandi e piccine, d'Europa, dall'altro il bieco irresponsabile armeggo delle stte. "Sia degli uni o degli altri la finale vittoria in questa guerra fra il male e il bene," scriveva al Cousin "le grandi verit religiose e morali ne soffriranno ugualmente; ne soffrir la libert vera, la cui alleanza con la morale  legge nell'eterno ordine imperitura". E si doleva, non solamente che gli mancasse la possibilit, ma di non sentirsi tutte le qualit e la preparazione necessarie, per servire utilmente quella causa santa: gli pareva d'esser buono a qualcosa "durante la tempesta e dopo"; ma fargli difetto alcun che di fermo, di stabile, di compiuto: "il cuore e l'imaginazione prevalgono, il cuore con la sua tenerezza, l'imaginazione con le sue allettative. Troppo ancora mi resta addosso, e mi rester tuttavia, della mia giovanile attivit. Non per nulla io sono stato concepito nel seno d'una mammina di tredici anni: quella precoce maternit si riflette in questa mia postuma giovinezza: non fui finito di formare; di finito, in me, non c' che il cuore". Intanto si adunavano in Verona a congresso statisti e sovrani per raffermare la reazione europea; ed ivi vi regolavano le occupazioni austriache di Napoli e di Piemonte, il servizio pure austriaco di polizia in tutti gli Stati italiani, l'intervento della Francia contro i Costituzionali di Spagna, dove Carlo Alberto avrebbe suggellata sotto le armi la sua defezione alla libert; infine, si respingevano le istanze che la Grecia insorta presentava a quei Cristianissimi contro la tirannide e la barbarie dei Musulmani. Ed il Santarosa scriveva al Cousin: "Sarei all'ordine per metter mano al mio libro; ma ora non ho il capo ad altro che a questo congresso di Verona.  mio dovere mostrar all'Europa quel che saranno per fare rispetto all'Italia.... Ma che odiosa cosa  questo abbandonare i Greci alla vendetta, prima o poi, dei nemici della fede cristiana!".
Divenutagli insopportabile la larvata prigionia di Bourges, egli che aveva in Alenon ricusata la profferta fattagli di fuggire in Inghilterra, insist presso il Governo francese acciocch gli fosse rilasciato il passaporto per quell'universal ricovero agli esiliati di tutte le patrie, e a' primi di ottobre l'ottenne. Ripass da Parigi con un gendarme accanto, abbracci il suo Cousin, che pot vedere per soli dieci minuti, e lasci per sempre la Francia: "la Francia", esclama il Cousin "per la quale egli era fatto, e che, dopo la rivoluzione del luglio, avrebbe, come il suo Collegno, potuta servire, se pure quell'anima altera, sdegnosa cos della buona come della cattiva fortuna, avrebbe mai consentito a servire altra patria da quella che le sventure gli avevan resa pi cara e pi sacra".


 6.

Dei tre non interi anni che soli ancora gli rimanevano, i due da quando arriv in Inghilterra nell'ottobre del 22 a quando nel novembre 24 ne part per la Grecia, furono i pi sconsolati e tetri dell'avventurosa sua vita. Conobbe in Londra, fra gli altri esuli, il Berchet, il general Pepe, il Pecchio, Giovita Scalvini; convisse col Foscolo, avendo insieme col conte Porro presa in affitto (e furono i giorni meno nuvolosi di quel triste biennio) una di quelle ben arredate villette nelle quali Ugo disperdeva i suoi lauti guadagni inglesi, e logorava la quiete dell'anima e la dignit della vita. E col Foscolo parlavano delle cose italiane; ma pi aneddoticamente che altro, e fermandosi al 14, mostrando Ugo di non pregiar degnamente i nuovi atteggiamenti del sentimento nazionale e i tentativi e le speranze. Trov corrispondenza d'affetti in una buona famiglia di quaccheri: una donna gentile gli si fece maestra a imparucchiare un po' di quella lingua. Gust e ammir i benefizi della libert in quella, davvero, grande nazione. Ma la quiete d'animo che cercava ad attuare i suoi disegni di altri studi e lavori in servigio della patria italiana, non la trov: non trov i modesti agi sperati al pietoso fine di tirar seco qualcuno de' suoi cinque figliuoli, "queste povere creature associate al mio infelice destino", per la cui educazione, massime del primogenito Teodoro stava in pensiero; non che diffidasse della virtuosa sua moglie, ma aveva purtroppo ragion di temere che la liberazione dei beni dal sequestro fosse vincolata a condizioni ripugnanti, fra le quali una lo faceva "fremere", ed era che il suo Teodoro potesse esser dato a educare ai Gesuiti. Fu stimolato, anche con rimproveri (e calunniosi rimproveri) di offrire, ancor egli come altri de' nostri esuli facevano, la propria spada a quelle guerre con le quali, in Spagna e in Portogallo, altalenavano fra ambizioni regie e militari il trono e la licenza: ma il suo cuore non gli diceva nulla per quella causa. Tent a Londra il lavoro pei giornali; ma si accorse presto mancargli, delle qualit che ci vogliono, quelle alle quali si pu volentieri rinunziare quando si senta (com'egli scrive) di essere atto "a fare altro che articoli". Prov a ritirarsi, in altro cerchio di vita, a Nottingham, umile ma ben voluto precettore di italiano e di francese: dove ci attesta "aver ricevuto gentilezze  d'ogni maniera", e trovatoci (quel ch'ei sommamente cercava) affetto, e aver sentita la "consolazione del campare del proprio lavoro"; ma ci non valse a rasserenarlo, a toglierlo da una certa, starei per dire, allucinazione sul vero de' fatti propri, sul vero esser suo, quando lo sento quasi rimproverarsi della vita passata anche quei fatti de' quali pi vivo e tenace dovea durargli l'orgoglio. Si ridusse insomma a tale, che il bisogno di rompere quelle acque morte nelle quali a poco a poco si sentiva sprofondare, il bisogno di riaversi con un atto di energia, fosse pure inconsulto e precipitato, tale bisogno, in quella fervida natura, in quell'organismo di ferro, si fece imperioso e da non poterglisi in verun modo sottrarre.
Tutto questo ha documenti in qualche pagina dei soliti ricordi, in alcun'altra dell'Epistolario foscoliano, e nel carteggio col Cousin e col Provana. Nei ricordi segnava il 23 marzo del 1823 cos: "Ventitr marzo! Non  questo il giorno in cui pubblicai la proclamazione che restitu alla patria la vita e le speranze? Vita che fu breve pur troppo! speranze che si dileguarono! ma mi rimase l'onore di non aver disperato della libert italiana. Questo d  quello ancora, nel quale sui colli di Avigliana presi le risoluzioni  che mi preservarono da gravi errori nella campagna di Francia nel 1815, e quella di abbandonare lo scrivere francese per l'italiano. E il 23 marzo fu quel d, nel quale l'anno passato gli sgherri del re Luigi mi afferrarono. Giorno di gloria nel 1821, e di sventura non meritata nel 1822; giorno sacro ai solenni pensieri nel 1815, e d'allora in poi ricordato sempre con un senso di dolcezza; oggi ricorri pieno di speranze. Io ti saluto, e riconosco dalla Provvidenza divina il concorso di circostanze per cui ti do il benvenuto, giorno di speranze e di conforti". Delle quali delicate e gentili superstizioni, che gli piaceva d'aver comuni con gli antichi romani, si confessava al Cousin, quando il 18 ottobre di quello stesso anno, suo quarantesimo anniversario, gli arrivava dall'amico in quella solitudine un volume del nuovo Platone; di quell'opera, sopra una pagina della quale avrebbe poi il Cousin alla memoria di lui, gloriosamente morto, consacrata una pagina degna dell'antichit. Ma al Provana sconsolatamente, pur ricordandogli la cara Torino e i Quattro i cui legami il 21 avea scossi, ma non rotti, sconsolatamente scriveva: "Il mio cuore, donde tutti i movimenti della mia esistenza morale procedono,  miseramente oppresso"; oppresso  dal pensiero che pi non rivedrebbe la patria: "quel pensiero, come un fantasma che persegue il reo, seguita il tuo povero amico".
Eppure anche in codeste angustie della vita e dell'anima, generoso e nobilissimo sempre, al Foscolo che si dibatteva fra quei suoi voluti e non degni impicci, offeriva l'aiuto dei pochi denari di cui poteva disporre; e di ben altro che di denari lo beneficava con quest'altre parole: "Non vi abbandonate, pensate alla Madre, alla patria, alla felice probabilit di una vita migliore dove l'Essere degli Esseri far giustizia dei malvagi e dei buoni, dei deboli e dei forti. Pensate alla Madre, fate quello che essa approverebbe. Nelle calamit conviene ubbidire ad un pensiero: quel pensiero della Madre sia la vostra ncora di salute." E soggiungeva, come voto estremo: "Dio ci possa riunire sotto al cielo delle due sole contrade al mondo ch'io amo, Italia e Grecia, nutrici degl'ingrati popoli d'Europa!". Imperocch quando cos scriveva al Foscolo, e avvisava il Cousin, dopo lungo silenzio, di "essersi rilevato da quell'abbattimento, non con una risoluzione, ma con un'azione, con un'azione cominciata e il cui seguito non dipende pi da me", Santorre si era impegnato col comitato filelleno di soccorso  residente in Londra, a partire con altri esuli italiani per la Grecia. E rivide il Foscolo: il Foscolo che per la Grecia, in quelli anni epici del suo risorgimento, null'altro fece se non scrivere per Parga, tradita dall'Inghilterra ai Turchi, un libro a pubblicare il quale gli manc il coraggio, che non manc al Berchet a pubblicare, pur dimorando in Inghilterra, I profughi di Parga che sono contro quel reo mercato una rovente maledizione. Si rividero, presente lo Scalvini; e a Santorre che dicendogli addio gli chiedeva se nulla gli abbisognasse per la Grecia, il Foscolo, evitando la risposta, "Senti", gli diceva, prendendo un foglio, "senti questi versi, che ho tradotti, d'Omero". Il Santarosa ascoltava; ma forse pensando in quel punto ci che proprio in quei giorni scriveva a un amico: "Quando si ha un animo forte, conviene operare, scrivere o morire".
Il 5 di novembre del 24 egli e il Collegno, novamente commilitoni, salpavano dall'Inghilterra con questi sentimenti che, in una lettera al Cousin, esaltano ogni animo bennato: "Amico mio, io non avevo simpatia per la Spagna; e l, per ci solo, non sarei stato buono a nulla. Ma la Grecia, la patria di Socrate, capisci? io l'amo di un amore che ha in s qualche cosa d'augusto. Il popolo  greco, valoroso, buono, sopravvissuto a secoli di schiavit,  fratello del mio; comuni i destini d'Italia e di Grecia; e poich nulla posso per la mia patria, alla Grecia io debbo consacrare questi pochi anni di vigore che mi restano.... Porto con me il tuo Platone. La prima lettera che ti scriver sar da Atene: e tu preparami le tue commissioni per la patria de' nostri maestri". E al Provana, da Napoli di Romania, il 10 dicembre: "Ti scrivo" e scriveva anche alla sua Carolina "appena giunto in questa santa terra. Non sono lungi che poche miglia dal luogo dove Agamennone, il re dei re, fu tradito, trafitto e vendicato. Questo paese era forse, quanto agli agi della vita, in condizione non dissimile dalla sua presente, nell'epoca che ha preceduto la guerra di Troia. La scimitarra turca vi distrusse ogni civilt. Oh come disprezzo i biasimatori delle Crociate!... Non so nulla di quello che sar e far. Forse vedremo in breve la patria di Socrate".
La patria di Socrate, ben egli la vide quel legittimo figliuolo degli antichi savi ed eroi, e pot esaltarsi nel suo sempre giovanile entusiasmo, approdando al Pireo, ascendendo l'Acropoli, dopo aver toccato Epidauro e l'isola di Egina, e in questa visitato il tempio di Giove panellenico, come poi  in una gita per l'Attica il campo di Maratona e il campo Sunio: e in Atene nel tempio di Teseo, aggiungeva il suo nome a quello che ci trov d'un concittadino valente, il conte Vidua, ardito e studioso viaggiatore; e pi caramente il proprio e i nomi de' suoi due Luigi, Ornato e Provana, scrisse in una colonna del tempio di Minerva Suniade. Ma l'agio concessogli a quel pellegrinaggio della sua religione aveva cagion dolorosa: ed era la freddezza con la quale i capi del movimento greco, istruiti segretamente dal Comitato di Londra che avea malvolentieri (e non l'aveva dissimulato) veduta la sua partenza, ricevettero il conte di Santarosa, l'uomo sul cui nome ben pi gravemente che su quello di altri esuli pesava, con la condanna a morte, la persecuzione di tutte le polizie dell'Europa, di quell'Europa nella quale anche allora la misera Grecia era costretta a confidare. Egli stesso ne aveva avuto il presentimento allorch, vicino al termine del loro viaggio, allo scoprirsi le montagne del Peloponneso, esultando gli altri, lui solo, appoggiato a un cannone: "Non so perch," diceva al suo Collegno, "mi rincresce che il viaggio finisca. Temo che la Grecia non corrisponda all'idea che me ne son fatto: chi sa come saremo ricevuti, e qual sorte ci  riserbata!". E  quando, messi alle strette, dovettero confessargli che il suo nome, troppo noto, poteva compromettere il Governo Greco presso la Santa Alleanza, e perci ne prendesse un altro, se voleva restare, senza che, anche ci facendo, gli venisse offerto un comando o una direzione qualsiasi; - ch del resto, dicevano, noi abbiamo bisogno, pi che d'uomini, di denari; - e allora non mancarono il Collegno e gli altri di mostrargli rimaner egli sciolto da ogni vincolo verso il paese che cos di malagrazia accettava la sua spada e il suo sangue; - il prode uomo tuttavia persist e rimase: e sotto il nome di Derossi (parte gentilizia del suo cognome) l'ex-ministro piemontese vest la divisa di semplice soldato greco. La Santa Alleanza perseguitava fin laggi la sua vittima, mentre vegliava sospettosa (l'Austria specialmente della Russia) su tutta la rivoluzione greca, dalla quale era riuscita a stornare anche la benedizione del Papa, il buono e a suo tempo eroico Pio settimo, sulla cui intemerata coscienza fu violenza empia dell'Austria, che dovesse pesare il carico, poco prima ch'e' si presentasse a Dio, di aver respinte le istanze dei Greci, profferenti la riunione delle due Chiese Greca e Latina, a patto di essere ricevuti sotto la protezione del Pontefice e delle Potenze cristiane. Per tal modo la Curia Romana abbassava anche quella volta alla stregua de' suoi temporali e illegittimi interessi italici i sublimi interessi cattolici della cristianit.
Destinato all'assedio di Patrasso, il Santarosa si trov il 21 aprile, dopo un fatto d'arme contro le genti d'Ibrahim pasci, a dover entrare in Navarrino; ed ivi rimase, senza che nella piazza assediata si avessero i mezzi per offendere il nemico. Al Collegno era affidato il comando del Genio. Fra quello scontro con le truppe egiziane e l'ingresso in Navarrino, accadde che una gocciola d'acqua penetrasse sotto il vetro che copriva i ritratti, i quali Santorre portava sempre seco, de' suoi figliuoli: aperse l'astuccio, e nell'asciugarla gli venne cancellato il viso del suo Teodoro. Ne fu turbatissimo, come di sinistro presagio: ci pianse, e voltosi al suo Collegno gli disse: "Sento che non gli rivedr pi". Durante quelli ultimi quindici giorni della sua gesta magnanima, l'eroico fantaccino leggeva Shakspeare, il Tacito del Davanzati, il Tirteo del suo Provana.
Intanto la piazza, non potuta liberare dalla flotta greca, era sempre pi stretta dai Turchi, ormai non pi che a cento passi dal muro. Allora si pens a rinforzare il presidio dell'isoletta di Sfacteria alla bocca del porto, e vi fu mandato un centinaio di uomini: uno di essi volle essere Santorre. Era il 7 di maggio. La mattina dipoi egli avvisava il Collegno della possibilit d'uno sbarco sull'isola: questo lo effettuavano i nemici poche ore dopo, e a mezzogiorno l'isola era occupata da Soliman bey. Dei milledugento uomini che la difendevano, alcuni avean potuto essere raccolti da navi greche che bordeggiavano nel porto: due si salvarono a nuoto, e riferirono che molti altri, traverso un guado al nord dell'isola, avean fatto capo a Navarrino vecchio. Ma il d 10 anche quel castello era in mano dei Turchi. Navarrino, dopo tentate le estreme difese (e il Collegno, ferito a un braccio, proponeva di farsi tutti seppellire fra le rovine della cittadella), dov trattare la resa. Ai parlamentari, che il d 16 andavano al campo nemico, si univa il Collegno, unicamente per rintracciare, Dio sa con che cuore, il suo povero amico. Cortesissimo alle sue istanze, Soliman bey ne fece inutilmente premurose ricerche. E mentre il Collegno attendeva, ecco farglisi innanzi dalle file dei Turchi un vecchio con lunga barba, ed esclamare: "Come! Santarosa a Sfacteria! ed io non averlo saputo! e non aver potuto, per la seconda volta, salvargli la vita!". Era quel polacco, che lo aveva, quattr'anni prima, strappato dalle mani de' carabinieri di Carlo Felice; e ora, dopo avere per la libert combattuto in Francia, a Napoli, in Piemonte e col Collegno stesso in Spagna, era soldato d'Ibrahim pasci per la tirannide turca: infelici venturieri, e ve n'erano altri, pur troppo, anche italiani, sotto le medesime insegne e col medesimo passato, sospinti al basso dalla miseria e dalla disperazione, come al Collegno confessava l'ex-colonnello polacco, e due grosse lacrime gli solcavano le guance abbronzate. Del resto anche i Turchi autentici conoscevano il nome del Santarosa; e "mi guardavano tristamente," scrive con alta umana nota il valoroso Collegno "e avevano compassione di me che venivo a cercare l'amico, probabilmente ormai morto".
E cos era infatti. Un soldato, due giorni dopo, dichiar di averne veduto il cadavere: un paio d'occhiali eran passati per le mani di altri soldati; e solo fra i difensori di Sfacteria che portasse occhiali, si accert essere il Santarosa. Corse voce che lo uccidesse alla bocca d'una caverna un rinnegato maltese: e ben si addiceva tale uccisore all'uomo che fu esemplare di intemerata fede ai pi alti ideali, religiosamente osservata e suggellata col sangue.
Il Collegno, dopo la resa della piazza, offeso e amareggiato dalla diffidenza dei capi Greci, la quale si accrebbe dopo la cavalleresca accoglienza che il bey e il pasci gli avevan fatta nel campo; e pi ancora dolente de' loro portamenti verso la persona e la memoria del Santarosa; partiva. Pur troppo egli pot dire di aver trovato al nome dell'amico maggior compianto nelle tende musulmane, che tra le schiere di coloro pe' quali essi erano venuti a combattere. In quello stesso anno 1825, celebrandosi in Napoli di Romania solenni esequie ai caduti di Sfacteria, quel nome nella orazione funebre non trov luogo: e tarda, inadeguata, ammenda erano queste parole d'una gazzetta ellenica: "L'amico operoso dei Greci, il conte di Santarosa,  caduto da valoroso in quella battaglia. La Grecia perde un amico sincero della sua indipendenza, e uno sperimentato ufficiale; le cui cognizioni e l'attivit avrebbero potuto esserle grandemente utili nella presente guerra." Le ultime parole che si seppero di Santorre furono da lui dette a un filelleno francese, la mattina del d 8, appena sbarcato il rinforzo: "I nostri amici stan bene: io son venuto col capitano Simo per afforzare questo punto capitale della difesa: mi trovo fra questi Greci molto a disagio, poich il mio greco antico non m'aiuta a intendere una loro parola. Il peggio  che fra questa gente c' un gran disordine: non ne spero nulla di buono." "Venite con noi alla batteria" gli disse il Francese, che era addetto allo stato maggiore del principe Maurocordato. "No," rispose il Santarosa "voglio vedere i Turchi un po' da vicino". E rimase.


 7.

La funesta notizia l'ebbe prima, a Parigi, l'Ornato; e da lui, in Torino, il Provana. Questi riaperse il giornale dei Quattro, e con mano tremante, con quello strazio che non ha lacrime, vi scrisse: "Oggi, Santorre mio, ebbi notizia della tua morte. Della tua morte! No, non sar; no, non . Tu ottimo uomo, padre amorevole, s necessario ai tuoi figli! Io, pianta inutile! Scrivo di te a te in questo quaderno da tanti anni non pi avvezzo a recare le tue e le mie parole. Oh mio Santorre, oh amico! Son io colpevole del tuo esilio? Oh perdonami! Oh potess'io piangere di te siccome mi addoloro!" E l'Ornato al Provana scriveva: "Non lo rivedremo pi su questa terra.... Non la rivedremo pi quella lealt d'amico, quella fortezza di prode, quella devozione d'uomo onesto al dovere.... Egli ha pagato intero il suo  debito, e pi che il suo debito.... Solo resta ch'egli viva in noi...."
E visse anche nel suo Cousin. Fu per lui che, alcun tempo dopo, il colonnello Fabvier pose nell'isola fatale, proprio al luogo dove si crede che Santorre cadesse, un ricordo "al conte Santorre di Santarosa, ucciso il 9 maggio 1825". Fu il Cousin che nel 1838, ricaduto malato e credendosi vicino a morte, consegn in pagine fragranti dei pi generosi affetti, i ricordi dell'amico proscritto, e li raccomand al Principe della Cisterna. E fino dal 27 uno dei volumi del suo Platone porta in fronte con la data "Parigi, 15 agosto 1827" questa nobilissima dedica: "Alla memoria del conte Santorre di Santarosa, nato a Savigliano il 18 settembre 1788, soldato a 11 anni, e volta a volta ufficiale superiore e amministratore civile e militare, Ministro della guerra nei fatti del 1821, autore dello scritto intitolato De la rvolution piemontaise, morto sul campo d'onore il 9 maggio 1825 nell'isola di Sfacteria presso Navarrino, combattendo per l'indipendenza della Grecia: sfortunato dell'essergli falliti i pi nobili disegni. Un corpo di ferro, uno spirito retto, una sensibilit squisita, una energia inesauribile, la superiorit della forza con l'attrattiva della  bont, il pi puro entusiasmo della virt che gl'ispirava secondo le contingenze un'audacia o una moderazione a tutta prova, il disdegno della fortuna e delle gioie volgari, la fede del cristiano coi lumi delle nuove idee, la lealt del cavaliere anche nelle apparenze della rivolta, le doti di amministratore con l'intrepidezza del soldato, le qualit pi opposte e pi rare, gli furono inutilmente largite. Mancatogli un conveniente campo d'azione, mancatagli altres un'intera conoscenza del suo tempo e degli uomini di codesto tempo, egli  passato come un personaggio romanzesco, mentre c'erano in lui un guerriero e un uomo di stato. Ma no, egli non ha prodigata la sua vita per ombre vane; ha potuto ingannarsi sul momento e sui mezzi, ma tuttoci ch'egli ha voluto si adempir. No: casa Savoia non sar infedele alla propria storia; la Grecia non ripiomber sotto il giogo musulmano. Altri hanno avuto maggiore influenza sul mio spirito e le mie idee, ma lui mi ha fatto conoscere l'anima di un eroe: a chi devo di pi,  a lui. Io l'ho veduto assalito da tutti i dolori che possano accogliersi nel cuore di un uomo: - esiliato dal suo paese, proscritto, confiscatigli i beni, condannato a morte da coloro che egli aveva voluto  servire; sconosciuto, per un momento, e calunniato dalla pi parte de' suoi; separato per sempre dalla moglie e dai figliuoli; sotto il peso de' pi nobili affetti e de' pi dolorosi; senz'avvenire, senz'asilo e quasi senza pane; trovar la persecuzione dove era venuto a cercare un riparo; arrestato, gettato in prigione, in pericolo di esser consegnato al suo Governo, che voleva dire al patibolo: - e l'ho veduto, non solamente incrollabile, ma calmo, giusto, indulgente, sforzarsi di comprendere i suoi nemici invece di odiarli, scusar l'errore, perdonare la debolezza, pensoso pi d'altri che di se stesso, imporre a' suoi giudici reverenza, ispirare devozione ne' suoi carcerieri: e quando il patire si faceva pi intenso, rimaner convinto che un'anima forte fa a s il proprio destino, e che sventura vera non vi ha che nel vizio e nella vilt; - pronto sempre alla morte, ma affezionato alla vita per rispetto a Dio e alla virt; forte del volere esser felice, riuscire quasi ad esserlo per codesta potenza di volont, per la vivacit e la docilit della sua immaginazione, e la immensa simpatia del suo cuore. - Tale fu Santarosa. - O tu, che io ho troppo tardi incontrato, che tanto presto ho perduto, che ho potuto amare sempre senza misura e sempre senza rammarico, poich tocca a me di sopravviverti, o Santorre, sii tu per sempre la mia stella".
Cos da due Francesi ricevette onoranze supreme l'uomo che aveva cominciato ad essere italiano odiando nei Francesi i violentatori della sua patria. Oggi noi, che per entro alle parole di Vittorio Cousin sentiamo vibrare i palpiti del cuore di chi le scrisse; e di quel cuore altres che, non pi battendo, le sapeva di l dalla tomba ispirare; auguriamone all'avvenire non delle due sole genti latine di qua e di l dalle Alpi; ma di tutte quante la civilt cristiana, se non dev'essere nome vano, ne concilii e congiunga; auguriamone che la nostra patria, questa patria al cui culto s'immolarono vittime cos nobili e pure, questa patria, il cui trionfo  stato rivendicazione di libert e di giustizia, sia, l'Italia nostra, forte per alleanze, dalle quali, altramente da quella in cui si profan il nome di Santa, nulla abbia a temere la civilt, nulla a sperare la barbarie.


 8.

Il nome del Santarosa rimase memoria e simbolo d'ogni pi alta e generosa idea. Tale fra noi; tale, affrettiamoci a dirlo, presso i Greci risorti a libert.
Nel giugno del 1845 la censura austriaca proibiva il libro di Luigi Provana: Studii critici sulla storia d'Italia ai tempi del re Ardoino. E il Provana, sulla lettera che gli partecipava l'onorevole sentenza, scriveva: "Alla memoria onoratissima tua, Santorre Santarosa, amico mio, e quasi fratello, questa sentenza della censura austriaca, emanata contro il mio libro, dedico e consacro, come monumento della mia devozione verso questa nostra patria comune, per la quale tu, pi felice di me, ponesti nell'isola di Sfacteria la vita, morendo per l'indipendenza della Grecia".
E fino dal 1869, augurato da assai prima dal Tommaso che nel Santarosa uomo di pensiero e di azione salutava "il pi compiuto italiano del secolo", sorge nella sua Savigliano un monumento: in esso la figura di lui, in divisa di Ministro della guerra, ha nella mano sinistra la Costituzione del 21, e poggia la destra sull'elsa della spada coronata d'alloro.  il Santarosa ministro e guerriero, quale, per generoso sacrificio di s, manc al suo Piemonte: al Piemonte di Carlo Alberto finalmente valicatore del Ticino per l'indipendenza d'Italia; al Piemonte cantato da Giosu Carducci  nella visione spiritale dei patriotti del 21 e del 32, che dopo l'espiazione d'Oporto accompagnano dinanzi a Dio l'anima dell'"italo Amleto".

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
Lenta err l'ombra d'un sorriso. Allora
Venne da l'alto un vol di spirti, e cinse
Del re la morte.
Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
Quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
Di a l'aure primo il tricolor, Santorre
Di Santarosa.
E tutti insieme a Dio scortaron l'alma
Di Carl'Alberto. - Eccoti il re, Signore,
Che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, Signore,
Anch'egli  morto, come noi morimmo,
Dio, per l'Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe 'l fumante sangue
Da tutt'i campi,
Per il dolore che le regge agguaglia
A le capanne, per la gloria, Dio,
Che fu negli anni, pe 'l martirio, Dio,
Che  ne l'ora,
A quella polve eroica fremente,
A questa luce angelica esultante,
Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia
A gl'italiani.


 9.

Soli undici anni or sono, nel 1886, quando le Potenze occidentali ponevano, anche allora, a tutela  di pavidi e tenebrosi interessi, il blocco alla Grecia, un poeta greco, Gerasimo Marcoras di Corf, oggi venerando settuagenario, cantava: "Ahi! quando il glorioso infortunato flutto solcasti, o Italia, con tutto l'Occidente, la tomba del Santarosa cominci a mandar gemiti. E se l'aere a sera spira dal luogo ove giace il generoso, odesi ancora la divina sua bocca dire queste parole con desiderio immortale: Figliuoli d'Italia! tanta possa in me, anco nel sepolcro, ebbe la patria, che valse a dare una scintilla di vita al mio cadavere. L'esanime mio petto, come se lo spiro dell'aura vitale lo commovesse ancora, dalla sede della morte partecip, o fratelli italiani, ai vostri dolori da mane a sera. Grande era l'afflizione dell'anima mia, se la soma gravosa dei mali faceva di quando in quando venir meno in voi la primiera fiducia. Ma da questa terra, fatta a me letto di morte onorata, anche nel rigido verno, spunta come erba recente la speranza. Perci la voce mia come rondine inviai, temendo potessero ahim! i dolori dell'anima vostra scoraggiarvi  per sempre. Vi rammentai la Grecia schiava, che ebbe battesimo in un sacro fiume del prezioso suo sangue; e tosto ottenni che la fiducia di nuovo lampeggiasse in ogni sguardo. Oh! appena rilusse all'Italia il giorno del trionfo, tanta gioia sent, tutta esultando, la Grecia primogenita figlia della libert, che si orn tutta di fiori. Nella divina sua terra, che ancora m'accoglie fra le braccia, allora sentii fiamma di desiderio per la dolce redenta terra d'Italia. Quante volte vedendo una delle nostre navi, che a quella volta celeremente vogava, ho detto con passione: Portatemi, o fratelli, nella bella patria! - Ora non pi; ite lontani! Nessuno venga a turbare le ossa mie! Intanto che io lavo con lacrime l'opera vostra misera e paurosa, qui rimarr".
Rimane ed aspetta. E le navi d'Italia, le navi su cui sventola la croce bianca per la quale gli uomini del 21 vollero anticipare eroicamente l'avvenire della patria, son oggi sospinte un'altra volta verso l'Oriente. Oh non dimentichiamo che lo spirito di Santorre Santarosa aleggia tuttora cruccioso lungo quella sacra marina!

Firenze, 14 aprile 1897.


INDICE
 
Le "Pensieroso".

Silvio Pellico.

Le Societ segrete in Romagna e la Rivoluzione del 1831.

Santorre Santarosa morto per la libert della Grecia nel 1825.


LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO (1815-1831).

PARTE TERZA.
LETTERE, SCIENZE E ARTI.

Il Romanticismo	ENRICO PANZACCHI.
Alessandro Manzoni	ROMUALDO BONFADINI.
L'Italia di Stendhal	MATILDE SERAO.
Alessandro Volta	GIUSEPPE COLOMBO.
Musica e Belle Arti	CORRADO RICCI.


IL ROMANTICISMO. 
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.

Signore!

Il Comitato Direttivo mi ha incaricato di esprimere con poche parole il nostro grande compianto alla memoria dei due dilettissimi che la morte ci ha rapito nello spazio di pochi mesi: Enrico Nencioni e Diego Martelli.
Una gran pena per noi che li amavamo di affetto antico e fraterno, fatto di simpatia e d'ammirazione, e che le loro amicizie eravamo abituati a considerare come una forza e come una consolazione della nostra vita! E certamente una gran pena anche per voi, Signore, che la voce del Nencioni e del Martelli aspettavate qui sempre con tanto desiderio e con tanto diletto ascoltavate; e adesso quelle voci non udirete mai pi risuonare n in questo luogo, n altrove!... E chi d'ora innanzi vi narrer, come il nostro buon Diego, le precise vicende e quasi la storia intuitiva delle vecchie scuole pittoriche toscane, con quella probit di analisi che vuol vedere a fondo, con la intraducibile bonariet di quel suo accento, di quel suo gesto, di quel suo aspetto che gli donavano una eloquenza cos personale e cos vittoriosa? E chi, come Enrico Nencioni, sapr mai pi mettervi dentro ai grandi segreti della poesia italiana e straniera? Chi, al pari di lui, sapr mai pi trasportare in alto la vostra anima con una parola alata, evocatrice, vibrante, nella quale pareva di sentir passare i suoni e i colori, le gioie e le lagrime delle cose?
Tutti e due sono morti passato il termine della giovinezza, ma essendo ancora nel pieno della vita; avendo lo spirito vivido, l'ingegno operoso, il cuore giovanile. In molte cose diversificavano fra loro; anzi pu dirsi che le due vite fossero diversamente orientate; ma amavano tutti e due d'amore inestinguibile tutto quello che  come lo sfondo luminoso nel quadro della nostra esistenza; e ancor che diversamente l'intendessero, in questo grande amore si sentivano uniti e si amavano. Ed erano uniti in un'altra cosa che dava ad essi un carattere singolare. Voglio alludere a quello spirito d'arte peregrino, vigilante, inquieto, audace. Non erano di quelli che credono che il regno dell'Arte e della Bellezza abbia confini eternamente fissi; e che questi confini debbono essere di continuo vigilati da feroci doganieri, pronti sempre a fulminare ogni tentativo di contrabbando. A me svegliavano l'idea d quell'amoroso uccello descritto da Dante, che si posa "sull'aperta frasca" prima dell'alba e di lass con l'occhio fisso spia bramosamente i primi colori della nuova luce. Per questo, Diego Martelli escogitava volentieri nuove e insolite forme di pittura, mostrandosi vago di tutte le novit artistiche e andando volentieri incontro ad esse, sempre avvivato dalla speranza di scuoprire finalmente qualche principio benefico che sprigionasse spiriti nuovi, e nuove giornate di emulazione e di gloria apparecchiasse all'arte moderna, nell'arte italiana in ispecie; per questo Enrico pigliava per mano voi, giovani, pigliava per mano voi, o gentili Signore, e vi conduceva alla contemplazione de' pi bei fiori poetici sbocciati in plaghe lontane; e i commenti suoi erano evocazioni pi vive di poesia, e le sue traduzioni erano incremento di bellezza.
Per questo loro continuo ardore di ricerche, per questa grande loro libert di scelta nei diversi giardini della letteratura e dell'arte, per questo loro esotismo sempre sincero anche nell'ottimismo un po' sistematico, i due nostri poveri amici ebbero pi volte accuse di poca e tiepida religione per l'arte italiana. Ma l'accusa era tanto ingiusta, o Signore! Essi meritavano d'essere paragonati a quegli arditi navigatori italiani del nostro glorioso Rinascimento, i quali quanto pi si lanciavano per mari nuovi e verso continenti ignoti, quanto pi s'allontanavano dalla patria e pareva che la scordassero, tanto pi vivamente l'avevano scolpita nel cuore, tanto pi cercavano di propagare nel mondo il suo nome e d'aumentarne la potenza e la gloria.
Quante utili idee agit nella sua mente e divulg col suo schietto e vivo linguaggio il buon Diego Martelli! Che fulgidi orizzonti di poesia dischiuse, che pure e calde correnti di entusiasmi eccit negli animi vostri Enrico Nencioni! Ripugna alla mente mia il pensare che questi due nobilissimi fasci di vitalit e di pensiero si sieno sciolti e dispersi per sempre. Essi appartenevano al numero di quelle creature buone ed elette, per le quali bisognerebbe proprio che esistessero i prati "verdeggianti d'eterno asfodlo" sui quali il sole, calda Bellezza giocondatrice, non fosse mai visto tramontare.
Mando un saluto riverente e dolente in nome di tutti, a quelle due carissime anime. E il saluto accompagnato ad un augurio: che la memoria di Enrico Nencioni e di Diego Martelli duri lungamente e piamente custodita nelle anime vostre, o donne gentili!

E adesso io vi parler un poco del romanticismo, il quale realmente  il pi gran fenomeno artistico e letterario che si presenti sulla soglia del secolo diciannovesimo,  e quindi a ragione vien messo per primo nella serie delle conferenze di quest'anno. 
Che cosa sia romanticismo io non pretendo di definire. Il Berni racconta che una tal femmina lombarda, non avendo mai veduto il Papa, s'era formata un'idea stranissima di lui, e lo credeva qualche cosa di simile all'orco e alla bombarda. Similmente potrebbe dirsi delle bizzarre immagini che svegli questa parola. Alessandro Manzoni nelle sue lettere al marchese Cesare d'Azeglio diceva, scherzando, che nella fantasia dei pi degli Italiani dei suoi tempi, alla parola romanticismo si associavano idee di stregoneria, di negromanzia. Fatto  che essa comincio a comparire nel linguaggio scritto verso la met del secolo passato. Giangiacomo Rousseau, per esempio, in un punto delle sue Confessioni, parlando d'una bruna e bella foresta, dice che  pi romantica d'un'altra che avea veduto prima. Qui evidentemente abbiamo pi che un mero epiteto pittoresco; ma si accenna a qualche cosa di nuovo, che entra nel mondo dell'arte. Abbiate per regola generale, o Signore, che quando una parola entra e si mantiene nel linguaggio comune pi colto, ci vuol dire che qualche cosa di nuovo  entrato anche nel mondo delle anime. Non  facile mettere d'accordo gli scrittori in uno stesso giudizio finale sul movimento romantico che agit l'Europa e l'Italia. Qualunque definizione si metta avanti  subito contraddetta. Per esempio, vi  stato chi ha detto che il romanticismo ebbe la virt e il merito di convergere la nostra letteratura a ufficio civile, a nobilt di intendimenti politici; e realmente se si pensa a quei poveretti del Conciliatore, che mutarono le pacifiche stanze della redazione del loro giornale nelle carceri di Venezia e dello Spielberg, si dovrebbe credere che ci fosse qualche cosa di vero in ci: che realmente tra i fini che il romanticismo si propose ci fosse questo: di dare alla letteratura nostra, che aveva avanti poltrito nelle grullerie incivili dell'Arcadia, un intendimento politico pi alto e pi nazionale. Ma ecco che un uomo di alto valore, il Settembrini, viene avanti e ci dice: "Nossignori! il romanticismo invece contribu a reprimere e rattenere i movimenti redenzionisti del popolo italiano, perch ottenebrando il grande ideale classico, e sostituendovi il sentimento, invece di aiutare, ritard il moto progressivo degli spiriti."
Un altro appunto e un'altra lode - secondo il punto di vista da cui fu data -  che il romanticismo abbia contribuito a infondere un certo spirito di religiosit nella nostra letteratura; e di questo massimamente si compiace il pi grande dei romantici italiani, Alessandro Manzoni. Ma anche a questa lode c' chi si oppone; e in prima linea il Padre Bresciani della Compagnia di Ges, il quale dimostr che fra le tante eresie che hanno afflitto la cristianit bisogna mettere anche il romanticismo, l'ultima di esse, ma non la meno perniciosa; e fra gli argomenti che desume per provare la sua tesi mette innanzi questo: che nei romanzi e in generale nei libri di autori romantici, i frati e i vescovi sono per lo pi rappresentati in un aspetto poco reverente!... Qualcheduno anche non ha dubitato di fare del romanticismo una personificazione veramente grottesca e poco meno che paurosa. Io vi citer i versi di Giovanni Marchetti. Del '29 cantava la celebre Giuditta Pasta. Nella purezza del canto di questa sirena l'elegante e corretto spirito del conte Marchetti, cos meritamente lodato nel suo tempo, e non ancora dimenticato oggi, vide come un'antitesi a tutte quelle diavolerie nordiche, onde il romanticismo, secondo il suo giudizio, infestava il puro cielo e le belle contrade italiane. Sentite:

Spinto dall'irto borea,
Scorto da cento larve,
Sovra un corsiero aligero
Ignoto genio apparve,
Orribilmente nero
Cavallo e cavaliero.
Corse il bel cielo italico,
Guida sdegnando e freno;
E di strana caligine
Contamin il sereno:
Come gran nembo suole,
Spense, passando, il sole.

Ma fece di peggio:

Svest di fronde gli alberi,
D'erbe e di fior la terra,
L'antro spezz, di turbini
Delle tempeste serra.

Ma fece ancora di peggio:

Vol alle porte eteree
Ove con bel governo
L'un dopo l'altro i secoli
Rientran nell'eterno,
E al secol fiero e tetro
Grid: Ritorna indietro!

Per l'elegante e classico spirito del conte Giovanni Marchetti il romanticismo dunque rappresentava una specie di reazione tenebrosa contro tutte le forze vive ordinate e armoniche della nostra civilt. Non  possibile, alla distanza di tanti anni, che noi possiamo continuare ad accogliere questo modo cos grottesco di configurazione!
Il tempo, se Dio vuole, non  passato inutilmente; e ora, nella tranquilla prospettiva della storia, il romanticismo pu esser da noi considerato con pi calma e con minore ingiustizia. Considerato nelle sue sostanze, il romanticismo rappresent in Europa e in Italia due fatti: primo, l'esaurimento della parte negativa dell'umanesimo, il quale - come voi sapete, - aveva cos validamente aiutata la civilt italiana nel suo risorgere lungo i secoli 14, 15 e 16. Ma mentre aveva tanto avvalorato il movimento ascensivo del pensiero e del genio italico in quell'epoca classica, l'umanesimo aveva anche messo tra l'arte e la natura dei grandi modelli, e li aveva lumeggiati in modo che a lungo andare la natura doveva essere dimenticata o negletta. Questo fenomeno si dovette evolvere con una legge irrefrenabile. Dalla prima contemplazione dei modelli meravigliosi che l'antichit porgeva a noi, si venne via via degradando e degenerando nella imitazione. Questo procedimento cumulativo si affrett e peggior quando sorse in una sede d'Europa, in Francia, un umanesimo pseudo classico, il quale fior, come sapete, nel regno di Luigi quattordicesimo in Francia; e come ogni principe d'Europa, a imitazione del re Sole, volle avere una piccola Versailles; cos in tutti i centri dell'attivit intellettuale e letteraria e artistica d'Europa venne imponendosi, e con esso si impose, questo secondo umanesimo francese, meno legittimo, meno genuino del primo, e quindi pi facilmente fertile di effetti deprimenti e negativi. Insomma, un po' per effetto del primo umanesimo italiano, un po' per effetto del secondo umanesimo alla francese, le cose dell'arte e della letteratura in Europa erano venute molto a mal partito. Gli epigoni di Sofocle e di Virgilio si capiscono, ma gli epigoni di Corneille e di Racine si capiscono molto meno. Onde era naturale che una reazione si manifestasse, e si manifest molto validamente in Germania, dove ad Amburgo, come anche ad Amsterdam, per opera di un gran critico, ch'era nello stesso tempo un artista geniale, di Efraimo Lessing, sorse la reazione contro il gusto francese, e specie contro quei canoni della Poetica francese, che metteva l dei tipi immobili, ai quali bisognava tutti dovessero conformarsi, accettando cos una legge di inevitabile decrescimento, di inevitabile degenerazione. E intorno al Lessing voi sapete che si raccolse tutta una pleiade di uomini valorosi, il cui lavoro costante fu di far prevalere, in tutti i rami della cultura e dell'arte, alla imitazione le originalit.
Uno degl'impulsi, una delle forze che contribuirono a far crollare le leggi tiranniche sulle quali si reggeva tutto questo pseudo classicismo alla francese, fu appunto lo studio dell'antichit veduta e ammirata non pi attraverso il diaframma nebuloso delle dottrine rettoriche venute dopo, ma per se stessa investigata e guardata a faccia a faccia nei suoi grandi modelli, nei suoi insuperabili esemplari. Ond' che a buon dritto gli storici tedeschi del romanticismo mettono fra i precursori pi validi di esso, fra i precursori cio di quanto ebbe di positivo e di immortale la riforma romantica, il Winckelmann, lo stesso Lessing, l'Herder, il Wieland, il Goethe e gli altri studiosi e  profondi spiriti tedeschi, i quali, realmente liberi, fecero fare un gran passo alla libert dello spirito, portandolo dall'ammirazione delle opere imitative alla contemplazione pura e genuina dei grandi modelli d'arte, come li aveva dati a noi genuinamente la sacra antichit.
In Francia il movimento romantico (dopo aver dato un gran precursore in Giangiacomo Rousseau) resist, ritard un po' pi a manifestarsi, e dovette essere in qualche guisa aiutato dalla Germania. Ma in Francia, per agevolarne il cammino e affrettarne il successo, v'era un'altra gran forza, la forza della rivoluzione francese, la quale avendo portato un movimento di ribellione in tutte le facolt dello spirito e in tutte le umane discipline, anche l'arte e la letteratura non potevano a lungo non risentirsene e rimanersi sotto il giogo della tradizione. La Marsigliese non risuonava solo per le piazze, sui campi di battaglia. Quando lo spirito umano  in moto di ribellione, tutto si ribella; quando  inclinato ad assoggettarsi e a servire, tutto si assoggetta e tutto serve. E questo  il fenomeno che vi spiega come in Francia arrivarono un po' pi tardi che in Germania, ma fecero poi molto rapidamente il loro cammino. Gli accenni di modernit, di emancipazione, che gi cominciano nelle opere di Diderot e di Bernardino di Saint-Pierre, diventano falange impetuosa e vittoriosa quando il  visconte di Chteaubriand e Madama di Stal e qualche altro levano la bandiera della riscossa. Torna di moda in Francia il vecchio grido: Chi ci liberer dai Greci e dai Romani? Il quale grido, spoglio di ogni esagerazione e irriverenza, voleva poi dire, tradotto in lingua giusta e reale: "Chi ci liberer da tutta questa rettorica, da tutto questo bagliore di grecismo e romanesimo convenzionale e posticcio, che dal secolo di Luigi 14 ormai hanno messo dinanzi a noi, come un gran muro di cartapesta che ci toglie la pura visione dei veri capolavori antichi, e la pura contemplazione della santa natura, fonte di ogni arte e di ogni bellezza?" La voce quindi del visconte di Chteaubriand e il libro di Madama di Stal - frutto della sua dimora in Germania, e della sua intimit non sempre totalmente platonica con lo Schlegel - fece s che il movimento romantico in Francia, se tard un poco, compens il ritardo con un rapido movimento verso la mta.


 2.

In Inghilterra, il movimento era molto pi preparato. Si pu anzi dire che l'Inghilterra fu l'unico paese che per arrivare al movimento romantico non  ebbe bisogno di rivoluzione. Qui, come in tutto il resto, valse sopra tutto la tradizione. Tanto  vero, che, a differenza dagli altri popoli, gl'inglesi quando vollero innalzare il vessillo del romanticismo, non fecero che rinfrescare l'ammirazione di alcuni grandi scrittori inglesi, in cima ai quali poi splendeva la gloria di Guglielmo Shakespeare. Il falso Ossian, che rinfresc l'antica voce poetica dei popoli antichi dell'Irlanda e della Scozia, anche il falso Ossian non avrebbe potuto effondere intorno a s una influenza di entusiasmo e di imitazione cos intensa e cos vasta, se gli spiriti non fossero gi stati preparati. Per cui, quando arrivano in Inghilterra i moderni romantici, i romantici - direi quasi - nel senso tecnico della parola, come lord Byron, lo Shelley e qualchedun'altro, questi sono sopra tutto dei continuatori e anche degli esageratori della vera tradizione della poesia inglese, la quale non si era mai discostata dallo studio diretto della natura. I nuovi venuti avevano solamente sgombrato quel po' di cipria che col regno degli Stuardi si era sostituito al gran vigore di creazione artistica con cui il regno di Elisabetta aveva riempito d'ammirazione il mondo.
E l'Italia? Anche noi abbiamo avuto un romanticismo - diciamo pure - avanti lettera, un romanticismo prima che fosse inventata e volgarizzata la parola. Fra noi la degenerazione dell'umanesimo era stata grande e aveva dato frutti veramente compassionevoli. Eravamo discesi gi gi fino alle inezie canore dell'Arcadia, fino alle cicalate, fino a tutto un lavoro di produzione sporadica, infeconda, amorfa, inconcludente. La letteratura e l'arte ormai in Italia non rappresentavano pi nulla di vivo e di energico, perch non erano pi la significazione d'un aspetto vitale dello spirito del popolo italiano. Ma non per nulla fu detto che l'Italia  e sar sempre il paese delle grandi eccezioni. Anche quando pare che tutto si oscuri e che tutto discenda fra noi, vi  sempre qualche spirito vigoroso che si sveglia e s'inalza sul livello comune e riscatta, per cos dire, la universale mediocrit con qualche grande e luminosa iniziativa. Per non essere ingiusti verso noi stessi, dobbiamo riconoscere che mentre l'Arcadia dilagava, mentre la grullera e la nullaggine invadevano sempre da ogni parte, pure, ogni tanto, si faceva sentire in mezzo a noi qualche voce libera e potente. A buon conto, in Italia, diciott'anni prima che nascesse il Lessing, noi abbiamo un italiano, l'abate Antonio Conti, che percorre l'Europa, si affiata con Davide Hume, e messo a parte dei segreti di Isacco Newton, studia il genio letterario, artistico dei diversi popoli e fa suo tutto quello che gli pare buono e utilmente imitabile. Non si contenta di riconoscerlo in teoria, ma lo traduce anche in pratica. Compone tragedie, che -  pei tempi - sono un documento singolarissimo di originalit e di audacia. Ammira Shakespeare, le letterature straniere in ci che hanno di veramente ammirevole, combatte i vizi vieti e insostenibili della vecchia rettorica, combatte l'uso e l'abuso della mitologia; insomma  uno spirito nuovo, che si leva in mezzo alla supina sottomissione di tutti gli spiriti intorno a lui. E col Conti noi vediamo" il Baretti, lo stesso nostro mansueto Pietro Metastasio levare un poco il capo, scandagliare l'orizzonte, discutere questa tradizione classica, di cui non rimanevano ormai che formole vuote e documenti degenerati. Viene formandosi insomma una specie di tradizione, una specie di catena, i cui anelli si possono anche contare e distinguere l'uno dall'altro, e che costituiscono appunto quello che, anche per l'Italia, si potrebbe chiamare il nostro romanticismo avanti lettera. La schiera  pi numerosa che di solito non sia avvertito. Il nostro Goldoni, per esempio; ma chi pi uomo della natura, chi pi libero artista del gran commediografo veneziano? E il nostro Parini che pel primo comincia a darci delle pitture mirabili, dei quadretti scintillanti di luce, freschi d'aria, pieni di verit; il Parini che per primo, in mezzo a tutto il lusso delle reminiscenze mitologiche, per primo nel suo Giorno vi descrive il mattino come ve lo potrebbe descrivere, anzi come ve lo potrebbe dipingere un grande  paesista moderno, senza nessuna reminiscenza, senza nessuna maniera, senza nessun ingombro di vane immagini tolte dal prontuario dei vecchi poeti? E lo stesso Vincenzo Monti? Vincenzo Monti noi lo consideriamo come l'ultimo vessillifero dei classici intransigenti; e sotto un rispetto  vero, perch egli fu l'ultimo che quasi sempre proceda poetando col porre il sentimento dell'animo suo in intimo contatto colle reminiscenze dei grandi poeti antichi. Bisogna anche ricordarsi che, dopo avere un momento vacillato dinanzi alla dottrina nuova che accennava dall'orizzonte, si ricord il suo dovere di vecchio adoratore dei numi di Parnaso e lanci il famoso sermone contro l'audacia della scuola boreale, la quale voleva bandire la mitologia e alle vaghe finzioni della Grecia e di Roma sostituire quello che egli disse col celebre verso:

L'arido vero che dei vati  tomba.

Eppure quanta vita, quanta modernit di vita anche nelle poesie di Vincenzo Monti! Egli accolse nei suoi poemi tutto ci che fremeva, tutto ci che ferveva intorno a lui. Leggete solamente la Mascheroniana, e voi ci troverete la cronaca contemporanea, viva, tumultuaria, urlante, stridente. Quei demagoghi, quegli arruffapopoli della Cisalpina sono descritti nella Mascheroniana con un accento di verit, diciamo la parola moderna,  con una crudezza di realismo, quale non sarebbe stato possibile se anche l'animo goliardico di Vincenzo Monti non si fosse aperto all'alito dei tempi nuovi; se egli non avesse sentito che l'arte doveva lanciarsi verso un nuovo ideale: che troppo si era frivoleggiato, che troppo si era imitato, che la storia d'Europa e d'Italia veniva assumendo un aspetto troppo eloquente, troppo serio, perch fosse ancora possibile il mantenere tra la storia umana e l'arte tutti quei moduletti di antiche reminiscenze classiche passati attraverso le degenerazioni dell'Arcadia.
Da questo e da altri esempi, che qui ometto per brevit, risulta che anche noi abbiamo avuto, in fatto di romanticismo, la cosa prima del nome, e, che in sostanza, anche da noi molto per tempo venne sentito e riconosciuto col fatto tutto quello che former poi la sostanza del movimento romantico.


 3.

Ma l'Italia non era disgregata dalle altre nazioni, e anche sull'Italia, massimamente nella parte pi animata e pi civile, doveva fortemente ripercuotersi l'influsso della agitazione letteraria, che si faceva sempre pi gagliarda in Germania, in Francia e in Inghilterra. Ed ecco che anche fra noi si comincia a parlare di romanticismo vero e proprio. I due suoi araldi pi prossimi furono Ugo Foscolo e Ippolito Pindemonte. Ugo Foscolo che nell'Jacopo Ortis deriva dalla invenzione di Volfango Goethe una cos gagliarda e poetica imitazione, elevandola a creazione vera, l dove fonde la tragica passione d'amore col sentimento doloroso della decadenza d'Italia: Ippolito Pindemonte, che col suo estro mite e gentile comincia a esumare a uno a uno tutti i temi, che diventeranno poi argomento favorito della poesia romantica qualche anno dopo. Egli canta i lari domestici, i viaggi attraverso l'Europa, canta le dorate selve, canta la Malinconia, Ninfa gentile - singolare accoppiamento dove  ancora un baleno della reminiscenza classica, e dove  gi l'alito della poesia nuova, che viene dai laghisti inglesi, che viene dalla scuola dei paesisti di Zurigo, che viene dal naturalismo germanico e dalle pagine di Rousseau e di Bernardino di Saint-Pierre. Anche nel buon Ippolito noi sentiamo gi gli aliti precursori del nuovo spirito letterario, i primi accenni della nuova intonazione poetica che poi prender una cos grande accentuazione nella letteratura italiana. Ed  quello stesso Pindemonte, o Signore, che pur rimanendo compreso di grande ammirazione davanti all'evocazione classica di cui tanto abbonda il Foscolo nei suoi Sepolcri, non teme di muovergli un discreto rimprovero, - Ma perch hai tu voluto pescare nella remotissima antichit mitologica ci che potresti invece trovare in tempi pi vicini a noi, nella vita che viviamo noi, nei dolori di cui soffriamo, nelle speranze di cui l'anima nostra si riempie? Antica sia l'arte onde vibri lo strale, ma non sia antico l'oggetto a cui mira! Al suo poeta, non a quello di Cassandra, Ilio ed Elettra dell'Alpe e del mare, far plauso l'Italia.
Ad affrettare in Italia il movimento romantico concorse notevolmente la venuta fra noi di alcuni illustri antesignani della scuola: come lo Schlegel, lo Chteaubriand, il Sismondi, Madama di Stal (che molto bene si affiat con Vincenzo Monti), Giorgio Byron ed altri. Cos arriviamo ad avere anche fra noi una scuola che, a viso aperto, si dice romantica; che ha dei seguaci, che ha degli avversari, che entra insomma in campo con tutti gli armamenti di una gran battaglia; e questa battaglia essa la vuol dare, e la vuol vincere, proprio l dove batte pi fervido il cuore alla nazione italiana, a Milano, verso il tramonto del primo regno italico. Uno di quelli che parlano pi alto, pi potente in nome del romanticismo  Giovanni Berchet con la lettera famosa intitolata Lettera semiseria di Crisostomo, nella quale egli accompagna tradotte due ballate di un celebre poeta tedesco. Il cacciatore feroce e l'Eleonora. Esse sono due fantasticherie nordiche, raffiguranti un mondo, che non sar mai il nostro e che non potr mai intonarsi bene con la letizia del cielo italiano. A ogni modo il Berchet - infelice nella scelta degli esempi - si vale di queste due forti ballate tedesche per bandire alle turbe italiane il verbo della letteratura nuova. In mezzo a molte parole e idee non sempre esatte e raccomandazioni non del tutto opportune, la Lettera semiseria mette innanzi questa formula semplicissima: La Poesia deve essere l'espressione diretta della vita. Non vi paia poco, o Signore! Per lo addietro un artista, un poeta quando voleva trattare un soggetto, era tratto anzitutto a pensare quali grandi poeti, quali grandi artisti, avessero gi trattato cotesto soggetto, e per una specie di orientazione inevitabile si metteva, pi o meno, ad imitare. Adesso invece veniva innanzi il buon Crisostomo a dire: "La Poesia  l'espressione diretta della vita."
Giovanni Berchet era tutt'altro che un dispregiatore della grande e sacra antichit. - Ammiriamo gli antichi, diceva, ma ricordiamoci che il poeta, l'artista deve studiare e sentire la vita, deve mettersi in faccia alla natura, e di l assumere la viva e costante ispirazione. La Poesia deve essere viva come l'oggetto che esprime: libera come il pensiero che le d moto, ardita come lo scopo a cui  indirizzata. Le forme che ella assume non costituiscono l'essenza di lei, - notate anche questo - ma contribuiscono occasionalmente a dare effetto alle intenzioni. - Con questa sentenza del poeta  gettato un grande scompiglio in tutta l'antica gerarchia artistica e letteraria;  insomma sostituito ci che quella buona lana di Pietro Aretino tre secoli prima aveva chiamato il "furor proprio" d'ogni artista e d'ogni poeta, ai canoni dei trattatisti e ai precetti della rettorica invalsa nella scuola.
E l'impulso del Berchet non rimase senza grandi frutti. Alla sua iniziativa personale segu un'iniziativa pi collettiva, pi poderosa.
Come nacque Il Conciliatore? Il Conciliatore fu - il vocabolo stesso lo esprime - un tentativo assai naturale e assai lodevole di trovare il termine medio col quale potessero comporsi ragionevolmente i vari contendenti che gi venivano ai ferri corti. La battaglia fra romantici e classici, specialmente a Milano e in Lombardia, cominciava a infervorarsi, a prendere un aspetto di accanimento e minacciava di oltrepassare la misura. Dal canto suo, il governo austriaco cominciava ad adombrarsi di tutte queste novit. Troppa politica indovinava dietro quelle questioni letterarie perch potesse considerarle indifferente e tranquillo. Per quella legge di consenso a cui io vi accennava nel principio del mio discorso, l'astuta Austria di Metternich cap che non vi sono rivoluzioni isolate, e che una volta dato il risveglio allo spirito di un popolo, tutte le energie di rivendicazione sono facilmente tirate in campo. Nessuna meraviglia dunque che l'Austria guardasse con gran diffidenza al moto romantico; nessuna meraviglia che favoreggiasse la Biblioteca italiana, giornale che ebbe molta importanza, perch vi scrivevano Monti, Giordani, l'Acerbi direttore e altri scrittori di polso, tutto inteso a mantenere sacri e inalterati i canoni dell'arte antica.
Frattanto in casa del buon Luigi Porro Lambertenghi si accoglieva uno stuolo di spiriti giovanili, nobili, volenterosi, che non potevano non guardare con simpatia e con fede verso l'avvenire. Accoglievano tutti le teorie romantiche, se non come un sistema di verit, almeno come qualche cosa di vivo, di giovanile e promettente per la cultura italiana. Romantici adunque, ma temperati e alieni dal proposito di spingere la lotta agli ultimi estremi. Quindi intitolarono il loro giornale Il Conciliatore e vi sovrapposero un motto latino, che voleva dire: "Fra i discordi pareri, quando i disputanti abbiano senno e onest di volere, balza sempre fuori qualche utile verit." Tanto era infatti lo spirito di conciliazione che animava questi nuovi romantici, che per un momento pensarono di offrire la direzione del Conciliatore nientemeno che a Vincenzo Monti, ossia all'autore del Sermone, al rappresentante pi glorioso e pi rigido della tradizione classica, secondo il pensiero dei pi. Volevano essere tolleranti fino all'assurdo!
Il Monti - dopo avere un po' tentennato - rifiut l'ufficio, e rimase fedele alla Biblioteca italiana, che lo pagava molto bene. Allora i giovani scelsero per loro capo un giovane, Silvio Pellico, che si era gi reso celebre per dei felici esperimenti di tragedia, in cui alitava uno spirito di grande affettuosit e di gentilezza cavalleresca, che ristorava e riposava gli animi dopo tanta fierezza alfieriana e dopo la magniloquenza cupa dell'Aristodemo. Col direttore giovane, il giornale seguit le sue pubblicazioni quasi un anno. Ma ecco improvvisamente intervenire l'Austria! Il povero Silvio Pellico  fatto prigioniero, mandato a Venezia, di l allo Spielberg. Segue tutta la triste odissea delle carcerazioni, dalla quale doveva uscire il libretto Le mie prigioni che fu uno dei documenti di sincerit letteraria pi ammirevole. Dinanzi a quel libretto, l'espertissimo e classicissimo Pietro Giordani diceva che non si sentiva capace di scriverne. Vero documento sintomatico di quello che voleva essere l'arte nell'avvenire, di quello che dovrebbe essere l'arte di tutti i tempi, cio la rivelazione dell'animo illuminata da un ideale alto e gentile.
Di tutto questo gruppo, alcuni ebbero sorte simile a quella del Pellico, come il Romagnosi e il Gioia; altri del Conciliatore scomparvero coll'esilio volontario come Giovita Scalvini e il Berchet: altri si ritrassero a vita prudente. In sostanza, dispersione completa; e guardando alle sole apparenze, ormai si sarebbe potuto dire che il romanticismo in Italia era finito. E sarebbe finito poco gloriosamente, in senso letterario.
Ma se il romanticismo non aveva ancora avuto modo di illustrarsi in Italia con grandi opere, aveva per diffuso una teoria nuova e pi che una teoria una specie di nuovo istinto, il quale doveva esercitare una grande influenza sopra tutte le produzioni letterarie ed artistiche. Basta volgere uno sguardo ai libri esciti in questo tempo, per convincersi che  passato qualche cosa nell'animo degli scrittori. Una vera e propria novit, la quale attende una potente affermazione: una vera e propria novit, ricca di un grande avvenire. La natura  considerata con un aspetto nuovo, si costituiscono come tanti piccoli centri di immagini, di traslati, di movimenti ritmici. Il sentimento della natura esteriore  mutato; la visione della vita  diversa. Prose e poesie vi danno l'idea di una tastiera che  percorsa da un'altra mano, da una mano pi leggiera, la quale cerca di preferenza i toni minori, patetici, insinuanti, toccanti. La nuova arte vuol discendere pi a fondo nel cuore umano: e quando contempla la natura e la descrive, vuol istituire una specie di nuova e pi intima simpatia fra il cuore umano e la natura. Nel fondo a questo cuore umano essa trova una profonda malinconia.
Il secolo passato era stato un secolo di grandi speranze e promesse; quindi naturalmente era stato il secolo dell'ottimismo. Gli uomini avevano sognato, avevano sorriso all'avvenire. Si era immaginato che mutando le leggi, modificando e migliorando gli istituti pubblici, questo dramma della vita, di triste che era, sarebbe diventato giocondo, trionfale, perfetto. Invece si erano modificate le leggi, erano avvenuti grandi movimenti politici, erano caduti dei troni, delle repubbliche si erano innalzate: ma da tutto questo la nostra civilt europea occidentale aveva ricavato un'esperienza tutt'altro che lieta. I vecchi mali, non che guariti, parevano moltiplicati e cresciuti! S'avanza il Pessimismo, che avr poi in Arturo Schopenhauer il suo metafisico. Intanto si estrinseca, si personifica, ha i suoi tipi viventi, che si chiamano il giovane Werter, Jacopo Ortis, Oberman, Renato e via discorrendo. E tutta questa malinconia che il romanticismo cerca nel cuore umano, effonde dal cuore umano, egli la rispecchia volentieri nella natura esteriore. Ed  curioso come a certi motivi prevalenti di paesaggio classico, se ne sostituiscano altri; in ogni cosa vedete il cambiamento. Se si tratta del mondo vegetale, mentre i vecchi poeti vi parlavano cos volentieri del pioppo, dell'olmo e del platano; invece i poeti nuovi pi volentieri vi parleranno di cipressi e di salici piangenti. Gli arcadi e i neoclassici pare non abbian lingua che per descrivervi le rosee tinte dell'aurora; i romantici invece sono innamorati della sera e del tramonto. Il buon Bertla, vissuto nell'ultimo del secolo passato, commentando con un lungo commento gli idilli del Gessner, domandava: "Ma perch gli scrittori italiani parlano sempre dell'aurora e mai della sera?  tanto bella anche la sera, ha delle tinte cos vaghe, cos insinuanti, infonde nell'animo uno spirito cos gentile!" Voi sapete se la meraviglia del Bertla doveva essere appagata, e se della sera doveva esser parlato anche troppo! Cos pure i poeti neo-classici parlan molto del sole e poco della luna: laddove i romantici lascian volentieri da parte il sole, e amano di darsi alla pensosa contemplazione della luna - "luna, romita, aereo - tranquillo astro d'argento". Sono tutti particolari forse singolarmente di non grande valore e sui quali non posso lungamente distendermi; ma essi provano nel loro insieme che in tutti gli strati della letteratura e dell'arte italiana cominciavano a esser compenetrati e permeati da questo spirito nuovo, che corrispondeva alle nuove condizioni psicologiche della civilt cristiana occidentale.
Quello per che ancora mancava era una poderosa azione artistica individuale: mancava un grande artista. Se ci fossimo fermati al Conciliatore e alla dispersione tragica dei suoi scrittori, il romanticismo in Italia sarebbe stato pi che altro un prologo di dramma senza il dramma, sarebbe stato un peristilio senza la casa. Per fortuna l'Italia ebbe un grande artista in Alessandro Manzoni. Il quale divent il capo naturale del romanticismo italiano, ma senza averlo voluto, somigliante in questo - ed  somiglianza di grande significato - al suo grande confratello Volfango Goethe. Voi sapete che mentre i romantici tedeschi si affollavano intorno al Goethe e lo pregavano di mettersi alla loro testa, l'olimpico uomo molto volentieri li disdegnava, chiamandoli una scuola morbosa.
Or bene: quella funzione che questi comp, quasi non volendo, verso i romantici tedeschi, la comp il nostro Alessandro Manzoni, anche egli a malincuore, verso i romantici italiani. Ed esso sulle prime non voleva saperne; e non lo vedete mai comparire fra i compilatori del Conciliatore. Egli si tiene volentieri in disparte; ma l'animo suo  tratto alle file dei giovani combattenti, verso il movimento nuovo; ond' che, quasi senza accorgersene, diventa egli il capo vero e visibile del romanticismo in Italia. Paga un tributo di gran rispetto al classicismo personificato in Vincenzo Monti e lo saluta con quattro versi melodiosi, quasi per sdebitarsi con la sua grande ombra; e poi sereno e tranquillo, come comportava l'indole sua, si mette a capo dei romantici italiani.
Questo fatto decise della fortuna storica del romanticismo in Italia; perch (mi piace di ripeterlo) se noi non avessimo avuto che dei Berchet e dei Pellico, dei Romagnosi, dei Borsieri, dei Visconti e dei Giovanni di Brme, e tutti quei romanzieri e poeti minori, con le loro perpetue romanze alla luna e ai salici piangenti, il romanticismo italiano sarebbe stato cosa effimera e la storia non ne parlerebbe, se non come d'un episodio inconcludente o almeno di poca importanza nell'evoluzione dell'arte e della letteratura nazionale. Il Manzoni mette questo grande suggello nel romanticismo italiano, perch fa del romanticismo qualche cosa che sostanzialmente diversifica da tutti gli altri moti letterari contemporanei. Quando entra in campo il gran lombardo cogl'Inni, colle Tragedie, con la Morale Cattolica e soprattutto col Romanzo, il Manzoni, mentre consente nel concetto fondamentale del movimento europeo, sa creare in esso qualche cosa di distinto e di staccato, qualche cosa di propriamente nostro e di omogeneo al genio italico. Cos vien fuori la grande serenit naturalistica dei Promessi Sposi, e ne esce il ritmo calmo e solenne degl'Inni, ne esce quello zampillo, sia pure scorretto in qualche parte, ma luminoso e meraviglioso di lirica che  il Cinque Maggio.
Ne volete una prova? Quando entra in campo il Manzoni, il romanticismo italiano, da prima titubante e poco considerato, diventa presto una scuola conquistatrice e vittoriosa, e a poco a poco tutte le resistenze cedono, tutte le fronti pi o meno piegano. Ne avete un esempio nei vostri due pi grandi scrittori toscani della prima met di questo secolo, Guerrazzi e Niccolini, i quali per indole, per tradizione, per ideali politici e religiosi di tanto si disformavano dall'andamento e dagli intendimenti manzoniani. Eppure, anch'essi sono attratti a poco a poco in questa grande orbita di innovamento. E Giambattista Niccolini, che muove dalle ravvivate forme all'antico colla Polissena e sulle prime guarda con diffidenza e talvolta con fastidio ingiurioso allo influsso lombardo, finisce coll'Arnaldo da Brescia, ossia, cio, coll'allargare il suo modulo drammatico al di l di quegli stessi confini che lo stesso Manzoni aveva determinati. Il Manzoni non domandava tanto, ma l'impulso era dato: il grido del risveglio risonava ovunque; tutti erano trascinati in questa viva corrente che andava verso l'avvenire.
Cos, o Signore, - non permettendomi il tempo di estendermi pi oltre - a me basta di aver affermato un concetto, che in altra occasione potrebbe venire l'opportunit di svolgere: voglio dire che il romanticismo italiano si differenzi da tutti  gli altri romanticismi europei, che si manifest conforme alla nostra indole e tradizione latina per opera di Alessandro Manzoni. Fu principalmente suo merito se il romanticismo, entrato nella grande orbita della latinit, vi si svolge in modo armonico ai caratteri essenziali dello spirito del popolo italiano. Non dico in modo perfetto, perch difetti ce ne sono dappertutto e perch il romanticismo, se  movimento legittimo quando lo consideriamo come una generica aspirazione degli animi, diventa una cosa imperfettissima quando vuol essere una sintesi, un sistema di legislazione estetica che rinserri, comprenda e disciplini tutti gli elementi, tutte le forze, tutti i confini di questo moto.
Merc massimamente l'opera del Manzoni, noi avemmo una fase del gran movimento letterario mondiale da potere, non solo senza vergogna, ma con legittimo orgoglio, contrapporre alle fasi che ha assunto il romanticismo in Germania, in Francia e in Inghilterra.



ALESSANDRO MANZONI. 
CONFERENZA DI ROMUALDO BONFADINI.

 quesito sempre discusso, e che forse non sar mai risoluto, se giovi pi l'ambiente a formare un uomo o l'uomo a disciplinare un ambiente.
Le due cose sono fra loro congiunte da vincoli cos stretti e cos numerosi, che il discernere quali siano necessari e quali superflui sembra soverchiare l'acutezza dell'ingegno umano, per quanto esso si senta forzato dalla sua dignit a non abbandonare l'esame dell'argomento.
Uno studio di questa indole, nel periodo storico a cui quest'anno avete rivolta la vostra attenzione, potrebb'essere utilmente condotto principalmente intorno a due uomini, Gino Capponi ed Alessandro Manzoni.
Dal 1815 al 1831 si cercherebbero invano in Italia due personalit pi complete, pi progressive, pi dominanti nella regione del pensiero e dell'intelletto.
La societ italiana, fatta paurosa dagli sgomenti e dai disastri del ventennio antecedente, andava cercando animosamente delle influenze a cui ubbidire, dei programmi in cui poter riposarsi.
Queste influenze non le voleva dai governi, screditati tutti dall'eccesso degli egoismi e dalle persecuzioni; questi programmi non li accettava da consorterie politiche, venute in uggia dopo le tremende delusioni dei fatti. Era bens disposta a subire la disciplina di uomini indipendenti e intelligenti, che non avessero goccia di sangue sulle loro mani o rimorso d'inganni sulle loro coscienze. Voleva direttori che avessero nobilt di studj, perch troppo lungo era stato il dominio degli uomini volgari; che avessero nobilt di prosapia, perch le corruzioni giacobine avevano reso impopolare la democrazia.
A questo complesso di esigenze dello spirito pubblico rispondevano perfettamente due uomini come Gino Capponi ed Alessandro Manzoni; sicch non  meraviglia se la loro influenza personale grandeggi a misura che rimpiccioliva il credito degli organismi di Stato, e se dall'ambiente in cui erano cresciuti, la loro disciplina intellettuale e morale s'allarg ben presto al vasto ambiente nazionale, che vide con gioia rivivere in essi due diverse e potenti fisonomie dell'antico e schietto genio italiano.
Usciti entrambi giovanissimi dall'infocata atmosfera in cui si svolse la Rivoluzione francese; avversi entrambi, per dignit di spirito equilibrato, cos agli eccessi della demagogia come alle reazioni del diritto divino; amici del Foscolo e del Confalonieri; virtuosi per indole e studiosi per abitudine; non temprati, n l'uno ne l'altro, a vigore di lotte personali, ma avvezzi, e l'uno e l'altro, ad opporre energie tenacissime di bene a qualunque tentativo, a qualunque sopraffazione di male, vi sono tra il Capponi e il Manzoni altrettante analogie di carattere e di azione morale, quante vi sono differenze nell'indole dell'ingegno e nei casi della vita.
Del primo vi parler, presto o poi, qualcuno che abbia avuto col gran cieco toscano quella domestichezza che a me non fu consentita. Permettete ch'io cerchi oggi di tracciarvi qualche contorno della vita e delle attitudini del gran vecchio lombardo.
S'era ai primi giorni dopo la battaglia di Marengo, e ad una brillante serata nel maggior teatro di Milano assisteva, nell'interezza del suo prestigio, il Primo Console trionfatore. Gli odj di parte duravano ancora fierissimi in Lombardia; e il generale Bonaparte, dinanzi a cui piegavano tutti gli Stati, ma non tutti gli uomini, n tutte le donne, lanciava sguardi irritati verso un palco di casa Somaglia, dov'era apparsa una sua costante avversaria politica, la moglie del conte Cicognara, repubblicano intransigente del triennio cisalpino. In quel palco, raggomitolato dietro i merletti della contessa Cicognara,  stava un giovinetto quindicenne, a cui quegli sguardi non uscirono pi dalla memoria e che li chiam pi tardi in una lirica imperitura "i rai fulminei".
Fu quella forse la prima grande impressione politica di Alessandro Manzoni? Certo , che da quella corrente di passione, sprigionatasi fra due palchi in una serata di canto, dovette essere singolarmente percossa l'indole gi pensosa del futuro scrittore del Cinque Maggio. Il genio della guerra, maturo nell'azione, si rivelava con uno scatto umano al genio della pace in elaborazione di pensiero. Chi pu dire quali mistiche influenze, quale virt diuturna di meditazione abbia esercitato un genio sull'altro? Non erano scorsi altri quindici anni, e il genio della guerra, dopo avere stancato il mondo, spariva dall'ambiente politico, inchiodato, come Prometeo, alle asperit d'uno scoglio; mentre il genio della pace stampava gi robuste le sue orme in quel regno della letteratura e della morale, in cui sarebbe stato monarca, e da cui nessuno lo avrebbe cacciato pi.
Sono contrasti, di cui il mondo  pieno, e a cui la folla degli scrittori non usa, di solito, l'onore dell'attenzione. Pure, le verit nuove, cos nell'ordine morale come nell'ordine fisico, escono piuttosto da fenomeni di contrasto che da fenomeni di armonia. Senza gli urti e senza le scosse, il pensiero si lascierebbe intorpidire, la scienza non avrebbe stimolo a scoprire nuove forze per vincere le difficolt. Non  quando l'aria  cheta e l'onda morbida che il navigante  tratto ad acuire tutti i suoi sforzi per la lotta tra l'uomo e l'Oceano. E soltanto da una lunga esperienza di contrasti e di mutazioni pu l'uomo grande trarre intera la coscienza del suo valore ed apparire dinanzi ai contemporanei ed ai posteri nelle vere proporzioni della sua statura intellettuale o politica.
Quando nacque il Manzoni, era morta da pochi anni Maria Teresa. Ed oggi vivono tuttora dozzine d'individui che del Manzoni sono stati negli ultimi anni corrispondenti od amici. Vuol dire dunque che durante questa vita d'uomo si  mutato il mondo; la sola frase adatta ad esprimere le differenze fra l'epoca di Maria Teresa e la nostra. Il Manzoni  nato quando lo spirito di libert tentava i suoi primi sforzi sul continente europeo, ed  morto allorch questi sforzi avevano gi ottenuto forse il maggiore dei trionfi, l'abolizione del potere temporale. Ha visto la Rivoluzione francese e l'Unit italiana; nove governi in Lombardia e dodici in Francia; ha visto sorgere, brillare e sparire due dinastie napoleoniche; ha visto spegnersi la Polonia, crearsi la Grecia, il Belgio e la Germania; ha visto la civilt piccina e la scienza gigante; ha acceso il fuoco da fanciullo coll'esca e colla pietra focaja, - vecchio, ha potuto apprezzare i portenti della meccanica, della chimica, dell'elettricit.
E da tutto questo frastuono di casi, da tutta questa vertigine di mutamenti, il Manzoni non  rimasto n spaurito, n soffocato; anzi le sue qualit hanno attinto ad ognuna di quelle evoluzioni del pensiero e del fatto agilit e robustezza maggiori; il suo spirito, temprato ad ogni ideale, s' innalzato man mano che il mondo s'innalzava intorno a lui. Cosicch oggi che la storia  cominciata per quel secolo formidabile, oggi che la generazione uscita da quelle terribili vicende

Si volge all'onda perigliosa, e guata,

oggi la figura di Alessandro Manzoni ci appare alta come il suo tempo; e dobbiamo riconoscere che se alcune glorie furono pi clamorose della sua, nessuna fu pi feconda e pi pura.
Questo giudizio parr forse strano, avventato a quelli che sono avvezzi a misurare la gloria dal numero o dall'entit degli sconvolgimenti che pu cagionare. Certo il Manzoni non  stato mai uno di quelli che soglionsi chiamare i grandi del mondo; non ha regnato, non ha vinto battaglie, non ha ucciso nemici, non ha conquistato citt, non  stato neanche.... ministro della pubblica istruzione. S' limitato a scrivere pochi libri e pochi versi. Ma quanta rivoluzione intellettuale in quei versi e in quei libri? quanto soffio di cose nuove, che si sono imposte al suo paese, senz'armi e senza conquiste!
Perocch, se  facile l'accorgersi di quei mutamenti che una violenza crea ed un'altra distrugge, altrettanto  difficile avvertire e apprezzare di primo acchito quelli che, uscendo dal crogiuolo dell'ingegno e delle idee, s'impadroniscono degli animi nostri e vi svegliano attitudini e sentimenti che poi l'indole assorbe e tenacemente mantiene. I primi passano sopra di noi e difficilmente lasciano traccia, fuorch di rovine; i secondi si stampano indelebili nel nostro organismo e possono governare un'epoca intera, modificare una serie di generazioni.
 questa gloria che spetta intera al Manzoni; poich la sua influenza, l'influenza della sua dottrina e del suo metodo, ha lasciato in Italia profonde orme in tre discipline, che sono fondamentali per ogni nazione: la letteratura, la politica, i costumi.
Permettetemi di svolgere brevemente questa triplice affermazione.

***

Quando il Manzoni cominci a scrivere, la letteratura italiana cercava confusamente, ma non trovava un nuovo indirizzo. Potenti ingegni vi si erano consacrati, ma nessuno aveva osato uscire dal solco  in cui l'avevano posta i maestri di molti secoli prima; nessuno aveva osato rompere certe barriere convenzionali, oltre cui pareva che il genio e l'arte fossero impotenti a slanciarsi.
Gli affetti veri, le passioni moderne, le societ quali sono, erano escluse dagli onori dell'interpretazione letteraria. La poesia si moveva in un ambiente tutto classico, tutto artificiale, dove soltanto i Greci e i Romani parevano nati per essere cittadini o sapienti od eroi. L'ultra cattolico Metastasio aveva foggiato i suoi cento melodrammi sull'unico tipo delle Semiramidi e delle Didoni. Il Monti saccheggiava l'Olimpo per trovare ogni giorno una deit pagana da bruciare sull'ara del suo Napoleone. Il Foscolo non usciva di Grecia, sia traducendo Omero, sia scrivendo l'Ajace, sia celebrando la chioma di Berenice, sia sostenendo, a proposito di sepolcri moderni, una teoria retriva, dissimulata sotto una splendida mitologia. Gli stessi due poeti che avevano tentato novit maggiori, l'Alfieri e il Parini, avevano troppo sacrificato al pregiudizio antico. Il primo s'era bens accostato, in alcuna delle sue tragedie, ad argomenti moderni e a passioni pi vere; ma s'era fermato nelle reggie e nei palazzi, fuori di cui pareva che non potesse esistere elemento drammatico. Il secondo aveva divinato il concetto civile della poesia educatrice; ma se l'idea era moderna, il verso era rimasto antico; e non sapeva  parlare della cipria o della seggiola o del letto o del cibo, senza invocare Giove, Pallade, Marte, Apollo o Citerea.
Tutto ci staccava i poeti dal popolo; che li udiva e non li comprendeva, li ammirava e non li amava. Il popolo offriva, nelle sue ingenue sensazioni, una folla di argomenti poetici che nessuno trattava. I suoi bisogni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni non trovavano nessuna eco nella letteratura nazionale, impastojata fra la cotidiana ammirazione dei principi e dei guerrieri. E il popolo a sua volta non traeva nessuna moralit e nessuna virt nuova da un linguaggio poetico, irto di miti e di simboli, ma di cui nessuno rispondeva neanche da lungi ai miti ed ai simboli suoi.
Questo contrasto fra la civilt e la poesia, questo bisogno di raccostare pi logicamente la seconda alla prima, preoccupava fin dai primi anni del secolo i pi perspicaci intelletti.
Gi quello spirito gentile di Ippolito Pindemonte aveva risposto ai Sepolcri di Ugo Foscolo:

Perch tra l'ombre della vecchia etade
Stendi, lunge da noi, voli s lunghi?

E, concentrando in due versi, con oraziana efficacia, i precetti della nuova scuola che si andava disegnando, gli consigliava:

antica l'arte
Onde vibri il tuo stral, ma non antico
Sia l'oggetto a cui miri.

Caduto il governo napoleonico, la lotta fra i due manipoli letterari cominci a farsi pi viva; ma si limitava a giornali e a giornalisti, e sotto i nomi di classici e di romantici minacciava rifare una di quelle dispute infeconde e iraconde, di cui era piena la tradizione letteraria italiana dei secoli antecedenti. I classici avevano per s tutti i grandi nomi della poesia, e l'autorit viva e sovrana di Vincenzo Monti. I romantici si appoggiavano piuttosto sulla letteratura tedesca, che per mezzo di Brger, di Schiller, di Goethe aveva messo in quei giorni

il potente anelito
Della seconda vita.

Questa lotta avrebbe potuto continuare per un tempo indefinito, se la scuola romantica non avesse trovato modo di provare col fatto la superiorit intellettuale a cui pretendeva. Gli scritti del Manzoni, proprio tra il 1815 e il 1830, furono gli eserciti vincitori della decisiva battaglia.
Cogli Inni Sacri, dimostr come il Dio cristiano, il Dio del popolo nostro fosse inspiratore di ben pi alta poesia che gli idoli sciupati e vuoti di senso del paganesimo classico. Colle Tragedie, fece vibrare una corda patriottica che scosse gli animi e li avvi d'un tratto agli squarciati orizzonti delle grandi commozioni moderne. Finalmente, coi Promessi Sposi, segn il culmine, non ancora raggiunto, della nuova letteratura, e trasse dalla vita popolare, da personaggi popolari, da una meravigliosa intuizione dei segreti storici e giuridici di un secolo buio, gli elementi di una grand'opera d'arte, a cui la prosa modesta non toglie di essere l'epopea pi viva, pi vera e pi vasta che sia comparsa in Italia, dopo la Divina Commedia.

***

Ed ecco la prima grande influenza che ottenne il Manzoni sul tempo suo. Discusso, come sempre, dalla critica appassionata, i suoi scritti s'imposero per all'opinione letteraria con tanta forza, che nessuno os pi adoperare, scrivendo, quel classico cicaleccio, da cui tanto era giovata la povert dei pensieri. La lotta fin subitamente. Nel solco aperto da Alessandro Manzoni dovettero, per amore o per forza, incamminarsi tutti quelli che bramarono avere dei lettori; sicch parve un vaticinio la frase, che, al comparire dell'Urania aveva detto il Monti, apostolo del passato, "costui comincia dove io avrei voluto finire."
Vero  che la nostra generazione ha udito muoversi al Manzoni due obbiezioni, quasi due accuse. Il grand'uomo ha sorriso della prima, e forse non  giunto in tempo a sorridere, o meglio a ridere della seconda. Certo l'una e l'altra sono ormai scivolate sul bronzo della sua fama, e il vanto di risollevarle non frutterebbe riputazione.  proprio del genio trovare i pedanti contro di s. Il Tasso ebbe fieramente avversi alcuni accademici della Crusca; l'Ariosto s'ud rimproverare di avere scritte tante corbellerie; il Parini fu da un bizzarro ingegno berteggiato come un versiscioltaio; e Carlo Porta fu ad un pelo di spezzare la sua penna per le critiche virulenti di un parrucchiere. Chi si ricorda ora il nome degli avversari del Tasso o di quelli del Porta?
Fu dunque accusata la letteratura del Manzoni di essere nel senso patriottico fiacca; di consigliare la rassegnazione piuttosto che la resistenza alle ingiustizie ed alle oppressioni; di stillare nei cuori popolari le idealit del cielo quasi per deviare la loro attenzione dalle brutalit della terra.
Or bene, ditelo voi, giovani del 31, del 48 e del 59, che siete corsi alle armi, dopo avere per anni balbettato ad ogni Natale, sulle ginocchia materne, Qual masso che dal vertice; dopo avere per  anni recitato dinanzi ai vostri professori a memoria i cori dell'Adelchi e del Carmagnola; ditelo voi se la letteratura manzoniana vi sia stata feconda di fiacchezze e di rassegnazioni! Ma un'educazione letteraria si deve giudicare dagli effetti che produce, dagli allievi che crea. Ora, non erano manzoniane le due generazioni di uomini che negli ultimi settant'anni hanno consacrato ogni minuto della loro esistenza a fare la patria? non erano manzoniani, nella loro vigoria e nel loro sentimento cristiano, i giovani eroi delle barricate milanesi e romane, i Dandolo, i Morosini, i Manara? non fu manzoniano quel Massimo d'Azeglio che apparve il cavaliere senza macchia e senza paura della rivoluzione italiana? e non si vantarono e non si vantano anche oggi d'essere ammiratori del Manzoni quegli uomini di lettere d'ogni gradazione politica, che si mescolarono a tutte le battaglie nazionali, della penna, della spada o della tribuna, da Cesare Correnti a Giovan Battista Giorgini, da Goffredo Mameli a Felice Cavallotti?
Signori, pu darsi che vi sia chi confonda l'energia dei pensieri colla violenza delle parole, la profondit dei sentimenti col delirio delle immaginazioni.
Ma quale fra gli scrittori italiani ha lanciato pi roventi accuse contro la rea progenie di quegli oppressori:


Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver piet?

Chi ha destato maggiori simpatie intorno alle vittime dei pregiudizi o delle ingiustizie o delle prepotenze feudali e monacali della dominazione straniera? chi ha flagellato pi a sangue i caratteri fiacchi, come quelli di Don Abbondio, o la giustizia fiacca, come quella che emanava le gride e tollerava i bravi?
Era proposito di rassegnazione che dettava al Manzoni quei caldi versi del 1821, da lui dedicati a Teodoro Krner, il poeta dell'indipendenza germanica?
E non  chiaro il suo desiderio di vedere la giustizia regnare sulla terra anche prima che in cielo, quando ci fa assistere alla morte di Don Rodrigo, cadavere lurido fra i cenci degli appestati, mentre la coppia ch'egli avrebbe voluto far vittima delle sue passioni s'incammina, religiosa e tranquilla, alla gioia lungamente negata?
Un poeta vivente, o signori, Giosu Carducci, ha chiamato un giorno vile l'Italia, perch gli pareva che non rispondesse abbastanza a' suoi ideali. L'epiteto ebbe fortuna, e parve che desse fama di energico al colto ingegno che l'aveva lanciato. Ebbene, Giosu Carducci non  che un plagiario di Alessandro  Manzoni, il quale aveva scritto dell'Italia, quarant'anni prima:

O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O pi serva, pi vil, pi derisa,
Sotto l'orrida verga star.

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D'altra parte, era sorta ad osteggiare il Manzoni la nuova scuola verista.
Voi lo sapete, o signori; vi fu una scuola, forse gi tramontata, che s'illuse di avere inventato recentemente il vero nell'arte. Prima di essa, pare che tutti siano stati nel falso. Omero, Virgilio, Esopo, Anacreonte, Orazio, Lucrezio, Geremia non hanno saputo nulla dei dolori, dei sentimenti e delle debolezze umane; i cavalli di Fidia e di Prassitele non sono veri: le teste di Raffaello sono false; Molire e Goldoni hanno prodotto sulle scene tipi che non esistono; Dante non seppe congegnare un verso che fosse naturalista, neanche quando fece dire a Francesca:

La bocca mi baci tutto tremante.

Confondere ogni vero col bello parrebbe lo sforzo  di questi sacerdoti dell'arte nuova; il cui cardine fondamentale - se almeno si pu afferrarlo fra le nebulose onde ancora si circonda la sua dottrina -  che nulla  vero se non quanto cade sotto i sensi. Invano si obbietta che l'uomo  composto di spirito e di materia; che in esso si aggruppano quindi verit fisiche e verit morali. L'arte nuova, se anche non nega lo spirito, non lo vede; ogni fatto  per essa un risultato di forze esterne, un'aggregazione di molecole. E siccome soltanto il fatto  vero, solamente la molecola  degna di poesia.
Pigliamo, per esempio, le due evoluzioni pi importanti nell'organismo umano; le due cose che il povero Leopardi trovava belle nel mondo: l'amore e la morte.
Due giovani si amano; si sentono attratti l'uno verso l'altro dall'istinto dei cuori, dal fscino degli sguardi, dalla comunanza dei pensieri e delle simpatie. Questo amore  un fatto, che determina intero lo svolgimento di due personalit; che pu essere nascosto alle osservazioni di tutto il mondo, ma che sostituisce tutto il mondo nella verit delle loro sensazioni. Viene il giorno, in cui questi giovani, dopo essersi lungamente amati, trovano l'occasione di dirselo, di giurarsi fede, di abbracciarsi. Ecco il fatto, grida il seguace dell'odierno verismo. Tutto il vero di prima non esiste per lui. L'efficacia delle sensazioni intime, che hanno preparata,  elaborata, determinata la manifestazione esterna, egli non l'ha vista e non vuole quindi occuparsene. L'importante  per lui l'effetto e non la causa, la conseguenza e non la premessa. Sicch tutto il dramma dell'anima, che  stato la verit calda ed esclusiva di tanti anni, sparisce dinanzi ad un momento plastico, di cui egli descriver fino alla nausea i pi fuggevoli particolari.... nei quali soltanto comincia e rimane il suo vero.
Allorch la morte viene,  ancor peggio. Questo fatto  per s un duplice poema, in cui l'acerbit del dolor fisico si mescola alla crudele coscienza dei propri errori o al mesto ricordo delle proprie illusioni; dove la tenacia con cui il passato avvince ha un riscontro nel dubbio con cui assale il futuro; un poema, in cui le verit appaiono tutte, e giganti, e irresistibili, nella gran lotta fra l'anima che resiste e il corpo che soccombe.
Orbene, che cosa vede ordinariamente il verista in questa catastrofe materiale e morale? null'altro che la brutalit degli ultimi fatti esterni: la tosse che lacera il petto del morente: l'odore mefitico onde l'atmosfera s'impregna: la secrezione putrida a cui soggiace il cadavere. A che indagare, nell'interesse delle verit morali, se l'infelice muore disperato o rassegnato, se in lui prevale la passione o il dolore o lo scetticismo, se lo governa l'impressione d'un amore antico o d'un odio recente? tutte queste sono idealit non abbastanza vere, secondo la nuova scuola; l'importante  di constatare la cera che sgocciola e i vermi che sbucano.
Quanta gloria ridonda al Manzoni dal non avere seguto, nemmeno per un istante, un indirizzo letterario cos umiliante per l'umana personalit! come  prova del suo ingegno l'avere bene distinte le verit di un quarto d'ora dalle verit eterne, e l'aver sempre tenuto alta e retta la figura dell'uomo verso l'avvenire e verso Dio!
N crediate che l'arte fosse impotente nel Manzoni a ritrarre e a scolpire anche i turpi veri che affliggono l'umanit. Quando ha creduto che potesse trarne vantaggio la causa morale, ha ben provato come sapesse precorrere i veristi d'oggi, e superarli nella potente espressione dei fatti d'indole materiale. Vi ricordate del povero Renzo nell'osteria della Luna Piena e di quel meraviglioso crescendo d'ubbriachezza che lo intontisce? vi ricordate di quelle vittime della carestia, che avevano in bocca l'erba mezzo rosicchiata? di quelle vittime della pestilenza che lasciavano spenzolare a dondoloni dal carro funebre le gambe e le braccia, intanto che i monatti, assisi sui loro dorsi, bevevano e cantavano canzoni oscene? vi pare che siano state scritte altrove pagine pi efficaci nell'ordine dei fenomeni odiosi e.... naturalisti?
Guardate l'episodio della monaca di Monza. L il Manzoni doveva dir tutto, e ha detto tutto, ma con che garbo! L'analisi psicologica dell'animo di Geltrude, la via fatale per cui  spinta all'abisso, sono del dominio dei fatti morali, e nessuno disputa al Manzoni la padronanza di siffatti argomenti. Ma si giunge all'episodio di Egidio, e la caduta di Geltrude diventa un fatto d'indole materiale. Non dirlo, rende incompleto il dramma e inverosimili le conseguenze. Dirlo, mette a repentaglio quella casta severit di pensiero che fa dei Promessi Sposi un libro cos altamente educativo dei giovani.
Un verista odierno si sarebbe gettato avidamente su quell'episodio. Non avrebbe risparmiato al lettore nessuno dei consueti particolari di una situazione conosciuta. Avrebbe descritto ad esuberanza le lettere profumate, e i rossori del volto, e il fscino del tentatore, e il frusco delle vesti, e le rapide carezze, e l'oblo d'un istante, e il postumo pianto.... e l'abitudine della colpa. Il Manzoni nulla di tutto ci. Gli basta aver detto che Egidio aveva scritta una lettera; poi riassume e chiude il dramma con tre sole parole: "La sventurata rispose."
Quanta evidenza in cos grande sobriet? V' qualcuno che possa non avere capito o che possa offendersi di avere capito? La tentazione, la resistenza, la debolezza, il delitto, il rimorso, tutti gli elementi e gli svolgimenti della pietosa catastrofe escono, con verit casta ed energica, da quella semplice frase che la scuola nuova invidier per molto tempo all'antica.

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La seconda influenza che esercit Alessandro Manzoni fu sul programma della politica nazionale.
N bisogna meravigliarsi, che, non essendo stato mai uomo politico nel senso attivo della parola, abbia per avuto sull'andamento delle cose politiche un'azione decisa.
Ai poeti spett in ogni tempo una singolare ingerenza sugli avvenimenti dei loro paesi. Tengono, per la loro inspirazione, per la popolarit da cui sono generalmente circondati, un posto che rasenta da vicino quello dei profeti e delle sibille nelle et bibliche o eroiche. I bardi e i trovatori davano l'intonazione all'ingenua politica delle schiatte cavalleresche europee. Il Petrarca dovette alla sua grande riputazione poetica le missioni politiche a cui si trov mescolato. Milton e Goethe crearono in Inghilterra e in Germania ambienti politici. E ognuno sa che larga parte abbiano avuto nella politica nazionale francese le liriche del Branger.
Il concetto di Manzoni circa l'ordinamento italiano fu radicale e immutabile. Credette possibile l'unit della patria, e la cant e la sostenne con tutta quella fede ch'egli poneva negli ideali. Forse perch aveva veduto ed appoggiato il forte organismo del primo Regno d'Italia, si disgust facilmente di quegli Staterelli fiacchi e pusilli, che sono dall'indole loro condannati sempre a roteare intorno ad un pianeta. A chi gli diceva che l'unit politica era un'utopia, rispondeva col suo bonario e fino sorriso: " per lo meno un'utopia bella, mentre la Confederazione  un'utopia brutta".
Gi fin dagli anni giovanili aveva scritto, con un verso pi felice di pensiero che di forma:

Liberi non sarem se non siam uni.

Ma quando gli amici suoi, che nella setta dei Federati traevano dal loro nome il loro programma, innalzarono la bandiera costituzionale del 1821, egli li incoraggi ad allargare le loro aspirazioni, a pensare che l'Italia era

Una d'arme, di lingua, d'altare.

E si augur che il risultato della loro azione fosse:

Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia mai pi.

Sicch, quando il Mazzini gli fece visita nel 1848, e gli disse: "Solamente io e Lei, don Alessandro,abbiamo serbato fede al culto dell'unit" avrebbe potuto dir con maggiore esattezza: "Lei ed io" poich il Manzoni era gi poeta unitario, quando il Mazzini non era uscito ancora dagli anni della fanciullezza.
E non  a dirsi che avesse piccola efficacia l'opinione di un ingegno cos largo, di un pensatore cos profondo, che si staccava risolutamente dai programmi politici di tutti gli uomini di Stato, per patrocinare una soluzione di altissima idealit. La fede di quell'uomo penetrava a poco a poco nell'ambiente intellettuale di cui egli era l'oracolo, e di l usciva, rivestita di un'autorit che non era facile sostituire, ad infiltrarsi negli strati sociali ansiosi di novit e di moto. Quel programma rivoluzionario, accettato con tanta sicurezza dall'uomo tranquillo e severo che aveva scritto la Morale Cattolica, pigliava tono e garbo di soluzione moderata. Vi si accostavano quasi involontariamente i pensatori delle alte classi, attratti dalla gran riverenza per l'uomo che se ne mostrava entusiasta. Sicch, quando pi tardi entr in lizza il Mazzini, e percosse dal canto suo l'immaginazione delle classi popolari coll'ardente audacia della sua parola, la preparazione degli animi divenne completa, e il passaggio dalla teoria alla pratica non fu pi che una questione di tempo.... e di occasione.
Quanto sia stato grande il servigio reso in questo terreno dal Manzoni alla patria, noi soli siamo ora in grado di apprezzare giustamente. E lo possiamo fare, paragonando il sangue e il tempo che ad altre nazioni  costato questo sforzo dell'unit colla mirabile rapidit e concordia con cui s' compiuto fra noi. Ci che altrove ha cagionato lotte ostinate fra i partiti conservatori, da noi fu appunto considerato come una base d'accordi e di conciliazioni. Fortunata politica, che ci ha lasciato raggiungere e ci lascia sperare durevole l'assetto della patria, perch con esso si sono diminuite, non si sono allargate le differenze fra i partiti che l'amano. E gran parte di questo mirabile risultato si deve all'onesta ed acuta divinazione del Manzoni: che attraendo a s le classi conservatrici italiane ed affezionandole per tempo al pensiero che dal suo genio scattava, contribu a rendere nazionale una soluzione politica, che altrove, rimasta rivoluzionaria o dispotica,  stata causa di guerre intestine e di implacabili ostilit.
Ma non fu soltanto al programma unitario che l'influenza politica di Alessandro Manzoni si volse con intiero successo. In quell'altra spinosa e delicata questione dei rapporti fra il Papato e l'Italia, l'istinto suo lo guid meravigliosamente a segnare la via sicura. Era una via che contrastava con tutto il nostro passato di rivoluzioni e di reazioni; una via che a moltissimi pareva troppo ardita, a molti altri troppo timida, ma che soprattutto a nessuno pareva praticamente possibile. In Italia, infatti, soltanto pochi lustri fa, non v'erano che ghibellini, intenti a combattere il Papato, e guelfi a difenderlo. Il Manzoni sent, forse prima di tutti, che il sentimento religioso e il sentimento nazionale potevano adagiarsi in una soluzione nuova, che non fosse n guelfa, n ghibellina. La sua fede robusta nel cattolicismo e nella patria gli fece intravedere possibile quello che ad altri pareva assurdo, la permanenza nella stessa capitale del Re e del Papa, il potere temporale abolito e la religione fatta pi pura dalla sua perdita.
 il programma che l'Italia ha adottato e che da ventisei anni fa le sue prove. Certo, non a tutti ancora la soluzione par chiara, e gli spiriti ardenti - guelfi o ghibellini - si ostinano a condannarla.  nell'indole delle cose che hanno avuto una grande esistenza il ribellarsi contro ogni ipotesi di mutazioni. Ma  nell'indole altres degli uomini savj il rassegnarsi a quelle che lasciano intatto lo spirito, se non le forme, delle istituzioni morali. Il Manzoni, che in ogni argomento preferiva lo spirito alla forma, si avvide presto che il potere temporale era morto nell'efficacia sua, ben prima che gli avvenimenti politici s'incaricassero di seppellirlo. La sua anima religiosa non si smarr, n il saldo cattolicismo suo temette fare sfregio a s stesso, patrocinando, come cittadino autorevole, e votando, come senatore del Regno, il nuovo ordinamento che rendeva a Cesare quanto era di Cesare e a Dio quanto era di Dio.
Certo, l'esempio del Manzoni fu d'immensa efficacia nell'ottenere a siffatta soluzione i larghi consensi del partito che vuol essere liberale senza cessare di essere religioso.
Infatti, chi pi cattolico del Manzoni? chi morto pi tranquillo di lui nella sicurezza della sua fede e della sua coscienza? Forse oggi duole a qualcuno che un cos grande cattolico sia stato anche un cos grande amico della libert onesta e dell'indipendenza completa. Ma l'alta religiosit del Manzoni  affidata a monumenti troppo durevoli, perch il fanatismo li rompa; e nel medesimo tempo gli Italiani si ricorderanno sempre con gratitudine del giorno in cui, sereno e deciso, il venerando vecchio and a Torino per affermare il suo voto favorevole alla proclamazione del Regno unitario d'Italia.
Fu anzi in quella occasione che si produsse il noto incidente, memorabile nella sua semplicit, ma interamente caratteristico degli uomini e dei tempi.
Il Manzoni usciva tranquillamente dal palazzo senatorio, appoggiato al braccio del conte Camillo di Cavour. La folla si apriva riverente dinanzi ai due grandi cittadini, e scoppiava in applausi forse quel giorno pi clamorosi e pi ripetuti del solito. Il Cavour, che a quegli applausi era avvezzo, disse cordialmente al Manzoni: "Questi sono per lei, don Alessandro". - "Tutt'altro" rispose il Manzoni "veda che sono per lei". E staccandosi dal braccio del Conte, gli si pose di rimpetto, battendogli egli pure le mani e gridando: "viva Cavour"! Si pu immaginare l'urlo d'applausi che quell'atto sollev tra la folla, all'indirizzo d'entrambi.

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V' finalmente una terza influenza, meno apparente, ma non meno benefica, che noi dobbiamo tutti riconoscere, e di cui dobbiamo esser tutti grati ad Alessandro Manzoni.  l'influenza che esce dall'austera semplicit della vita, dal modesto riserbo, dalla dignit tranquilla e costante dei pensieri e dei modi. Siffatte qualit, a cui non venne meno il Manzoni in nessuna epoca della sua lunga carriera, hanno rialzato in Italia la riputazione di un'intera classe d'uomini, sui quali  ordinariamente pi fiso lo sguardo dei nazionali e degli esteri, la classe dei letterati.
Pur troppo in Italia questa riputazione aveva bisogno d'ajuti. Le tradizioni dei secoli antecedenti pesavano dolorosamente sovr'essa. In troppi casi il letterato italiano aveva accettato di essere, per amor di gaudio e di lucro, lo stipendiato dei grandi, o aveva cercato, nello sciupo della vita e nell'affettazione delle originalit romorose, un po' di fama che le lettere sole non dessero.
Nel cinquecento e nel seicento, i letterati della prima maniera erano i pi. Uno scrittore che si rispettasse non poteva essere che un commensale dei Medici o degli Estensi. E tra un giullare ed un poeta, l'etichetta di quelle Corti non permetteva grandissima differenza.
Nel settecento, il letterato italiano s'emancip alquanto dai grandi.... forse perch i grandi si occupavano piuttosto di eserciti che di libri. Ma lo spirito torbido, la smania delle avventure cominciarono ad essere un'altra caratteristica degli uomini di lettere. Comparvero il Gorani, il Casanova, l'eccentrico ed irrequieto Baretti. Vittorio Alfieri, austero nel patriottismo, fece assistere l'Europa allo spettacolo delle sue bizzarre iracondie, de' suoi amori principeschi, de' suoi cavalli inglesi. Ugo Foscolo balz dalle armi alla cattedra, dalla cattedra al giornalismo, insultando gli avversari, bisticciandosi cogli amici, cospirando, emigrando, giuocando, pronto sempre a pagare di persona, e meno di borsa. Pareva che il privilegio dell'ingegno non potesse allearsi colla dignit della vita.
Il Manzoni ruppe in viso ad entrambe queste biasimevoli tradizioni. Dai grandi non volle accettar nulla, pur riservandosi anche il diritto di dirne  bene; le eccentricit romorose schiv accuratamente, chiudendosi nella famiglia o nella biblioteca. Parve quasi voler dimostrare che si pu essere un grand'uomo, coricandosi ogni sera nel proprio letto.
Certo, il Manzoni non ebbe questa condotta per un proposito spiccato di pedagogia nazionale. L'ebbe perch rispondeva all'indole sua; perch non avrebbe potuto, senza un grande sforzo, fare diversamente. Ma il servigio che vi rende un uomo non  meno grande per ci che l'uomo ignora perfino di avervelo reso.
Noi italiani avevamo bisogno di questo tipo intellettualmente e moralmente completo. Avevamo bisogno di un letterato che non fosse n un abate, n un precettore, n un accademico, n un bibliotecario di principi; di un letterato, che respingesse decorazioni, che non facesse duelli, che pagasse i debiti, che non fuggisse colle ballerine, che passeggiasse a piedi, non potendo mantenere carrozza. Irrequieti necessariamente in politica, perch da secoli ci era negata quella giustizia organica onde gli altri popoli erano provveduti, avevamo bisogno che gli stranieri vedessero in noi, al di fuori della politica, l'attitudine a quella seriet di vita che  l'igiene dell'anima. D'ingegno, tutto il mondo ne riconosceva dovizia all'organismo italiano; era la virt ed il carattere che ci venivano spesse volte negati. Ora, l'efficacia di una letteratura  quasi sempre in ragione della stima che si guadagnano i suoi sacerdoti; ed era veramente necessario che al Metastasio cortigiano, all'Aretino corrotto e al Tasso nevrotico l'Italia moderna contrapponesse un ingegno maggiore di quelli, e nel tempo stesso educato al pi alto equilibrio di tutte le qualit rispettabili.
E non  a dirsi che quest'indole sobria e modesta uscisse nel Manzoni da una mansuetudine disadatta a risoluzioni virili. Se l'opportunit veniva a chiedergli il coraggio nel tranquillo asilo della sua famiglia, ve lo trovava, semplice e vero, come tutte le altre virt. E quando, per esempio, l'arciduca Massimiliano, principe equo e colto, condannato dalla sorte a missioni impossibili, fece esprimere al Manzoni il desiderio di visitarlo, l'uomo venerando trov nella coscienza della propria situazione personale e della propria influenza politica l'obbligo di declinare questo atto clamoroso di omaggio; che accett invece pochi anni dopo dal patriota illustre, tanto benemerito del suo programma unitario, il generale Garibaldi.
Forse che il Manzoni osava poco, opponendo questo rifiuto? Nessuno potrebbe dirlo. L'Austria d'allora era sempre l'Austria, cio un governo straniero fatalmente costretto a reprimere colla forza ogni parvenza di ribellione politica. Per assai meno di cos, Gian Domenico Romagnosi era stato incarcerato;  e la sorte di Silvio Pellico dimostra che contro le ragioni di Stato neanche la sovranit dell'ingegno diventava titolo di privilegio.

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Tale fu l'uomo; indagatore acuto dell'et che non vide, educatore austero dell'et che fu sua. Letterariamente, deriva da quel nucleo brillante del Rinascimento lombardo, che dai Verri, dal Beccaria, dal Parini traeva il desiderio e il sentimento del nuovo. Ben presto per si lasci addietro la nobile schiera e si lanci d'un balzo agli estremi confini intellettuali del secolo successivo. Politicamente,  un precursore, che nel pi fitto dei pregiudizj religiosi e sociali, ha fatto balenare il raggio di luce che doveva illuminare la patria mezzo secolo dopo. Moralmente,  solo artefice di s stesso, poich non ha tratto da nessuno dei predecessori suoi quegli elevati criterj della vita, che poi ha diffuso largamente intorno a s.
Nelle varie e importanti evoluzioni dello spirito suo, il Manzoni non sub mai influenze di fatti o di uomini; le indovin e le precorse. Cresciuto nei primi anni in un ambiente pedagogico saturo di incredulit religiosa, non tard a rigettare le dottrine  degli enciclopedisti; e proprio a Parigi, dove tanti perdevano la fede, egli la riacquist. La riacquist intera e fervente, senza cadere in quegli eccessi di zelo che ai neofiti si sogliono rimproverare. Tracci a se stesso, e luminosamente, i confini dell'obbligo religioso. S'inchinava al dogma nella Morale Cattolica e ne rigettava le false applicazioni, contrarie alla libert civile e politica del suo paese.
Aveva cominciato, giovanissimo, a scrivere versi di sapore mitologico e classico. Gli elogi del Foscolo e del Monti non ebbero per efficacia a trattenerlo su quella via. A cos grandi autorit poetiche oppose lo schietto e vigoroso istinto che gli additava i progressi dell'arte e le vie dell'avvenire. Si stacc dai maestri senza aver cercato discepoli, e soltanto quando i discepoli gli si affollarono intorno, s'accorse d'essere diventato un maestro.
La stessa indipendenza d'animo lo sorreggeva nelle questioni politiche. Avverso, per dottrina e per esperienza, a dominazioni straniere, aveva firmato nel 1814 la petizione contro il principe Eugenio e firmava nel 1848, durante la fiera mischia delle cinque giornate, la petizione a Carlo Alberto. Ma tre mesi dopo ricusava di sottoscrivere la domanda di fusione colla monarchia piemontese, perch temeva di recar pregiudizio con essa al suo programma unitario. N valsero a rimuoverlo dalla negativa le istanze affettuose del conte Cesare Balbo.

Fu questo complesso di qualit, questo fulgore d'ingegno, questa dignit di carattere che fecero del Manzoni, dopo il 1815, il beniamino di due generazioni. La sua fama aveva presto passate le Alpi. Gl'Inni Sacri erano subito piaciuti al Goethe, che nel 1821 tradusse il Cinque Maggio e ne mand la versione all'autore. Quando le indiscrezioni degli amici rivelarono che il Manzoni stava occupandosi di un romanzo storico, Victor Cousin ne scrisse in Francia e in Germania, destando intorno al lavoro grande aspettazione. La quale poi fu superata dall'effetto della pubblicazione dei Promessi Sposi nel 1825. Il Giordani, il Leopardi, il Niccolini, il Giusti, il Rosmini ne furono entusiasti. Il Goethe scriveva ad un suo amico: "Manzoni non si mostr tutto intero che nel romanzo; in esso vi si leva tant'alto, che difficilmente si pu trovare opera ed autore che gli stia a pari". L'illustre autore dell'Ivanhoe si recava a Milano appositamente per conoscere l'autore dei Promessi Sposi. E "come il Manzoni modestamente schermivasi dagli elogi, dichiarando non avere fatto col suo romanzo che imitare i capolavori del romanziere inglese, Walter Scott, gli rispose sorridendo: "Vuol dire che i Promessi Sposi sono il mio pi bel romanzo".
In mezzo a queste ammirazioni e all'affetto riverente della sua citt, pass il Manzoni gli ultimi anni della sua vita, studiando molto, pubblicando poco, non uscendo quasi mai dalla sua villa di Brusuglio o dal suo salotto di Milano. In questo salotto, a cui accorrevano illustrazioni d'ogni maniera, pareva ch'egli solo non fosse un uomo grande, tanta era la sua cordialit, la sua modestia, la timidezza, quasi, colla quale, richiesto, esponeva opinioni sue. Si animava pi sovente, parlando dei Longobardi o della lingua italiana o della Rivoluzione francese. Di questa conosceva le pi riposte cagioni e i fatti pi intimi, rivelatigli dal Sergent, che dimor lungamente a Milano ed era stato segretario del Robespierre. Dei vantati corifei di quel dramma sanguinoso aveva pochissima stima. Chiestogli un giorno, forse troppo audacemente, quale fosse stato il sentimento pi diffuso in Francia durante la Rivoluzione, mi rispose senza esitare: "la paura". Poche pagine di alto valore figurano, su questo argomento, nei suoi scritti postumi. Se non gli fosse mancata, cogli anni, la lena, probabilmente avrebbe dato in Italia agli studj critici su quel movimento, la stessa intonazione che vi diede in Francia Ippolito Taine.
Sventure famigliari funestarono la sua tarda vecchiezza, ma gli furono risparmiate le amarezze dell'ingratitudine e dell'oblio. Pochi uomini anzi scomparvero dalla vita, cos largamente e lungamente compianti. I suoi funebri furono solenni pel lutto vero e profondo, di cui volle essere vessillifero un illustre Principe di Savoja. Parve che colla morte di Alessandro Manzoni si lacerasse un titolo di nobilt per l'Italia. Egli per certamente avrebbe potuto dire di s: "non omnis moriar". Lasciava in retaggio al suo paese un patrimonio di virt, di carattere, d'ingegno, che si traduceva in un beneficio durevole di fede nazionale. Poich i popoli che, ad intervalli di secoli, producono uomini come Dante, come Galileo, come Manzoni, possono essere alteri della propria costituzione organica e lasciar passare, sicuri dell'avvenire, anche periodi amareggiati dallo scetticismo e dalla volgarit.



L'ITALIA DI STENDHAL. 
CONFERENZA DI MATILDE SERAO.

Enrico Beyle, detto de Stendhal, nelle sue tre o quattro autobiografie, dice, varie volte, che i suoi sentimenti, legati nelle bianche pagine dei volumi stampati e nelle molte carte dei manoscritti, saranno letti e intesi, saranno, forse, ammirati e amati, questi pensieri e questi sentimenti, dai lettori che vivranno fra il 1880 e il 1900: anzi, nella sua Vie d'Henri Brulard, curiosamente e non senza malinconia, egli cerca immaginare l'anima di questo ignoto e amico lettore, neppure nato, forse, quando egli finiva di scrivere e moriva. E giammai, io credo, vi fu spirito di scrittore cos matematicamente profetico: durante la sua vita, non breve, i suoi libri non gli procurarono n gloria, n onori, n pane: la met, quasi, delle sue opere,  stata stampata molto dopo la sua morte: e la gente di Francia, d'Italia, d'ogni paese ove siano intelletti colti e cuori avidi di sensibilit, non ricerca i suoi volumi che da quindici o venti anni, cio da quel fatidico 1880, che gli apparve come una promessa di spiritual comprensione. Noi siamo, dunque, i suoi lettori, le intelligenze a cui egli raccomandava i suoi ideali di artista e di critico, gli spiriti a cui egli legava le sue idee di filosofia, le anime a cui egli affidava le sue confessioni di cuore appassionato: e questo testamento, cos profondo e cos personale, cos vario e intanto cos assoluto, cos austero e cos umano, ecco, ha trovato, in tutte le sue parti, migliaia di eredi scossi e commossi. E noi, in ispecie, noi italiani, siamo, dobbiamo essere i suoi lettori pi attenti e pi devoti: poich de Stendhal non solo ha preferito di vivere in Italia, ma qui ha preferito di vivere e di amare, non solo ha qui amato e sofferto, ma qui ha studiato, ha pensato, ha scritto: non solo egli ha qui avuto tutte le sue manifestazioni di uomo e di scrittore, ma solo l'arte italiana e la vita italiana sono state materia, forma, sostanza, spirito, idealit della sua opera. Questo paese fu da lui cos intensamente ed esclusivamente amato, cos illustrato e celebrato anche sovra il suo, anche contro il suo, fu cos la fonte di tutte le sue lacrime di entusiasmo come di quelle di dolore, che, egli stesso, lasci scritte le parole, che desiderava si incidessero sulla sua lapide, al cimitero. Dicono, queste parole: Arrigo Beyle, milanese - Visse, scrisse, am. Io ho, nel popolare cimitero di Montmartre, or sono pochi mesi, al rond point de la croix, sotto il ponte di ferro, cercata questa lapide, ma non l'ho trovata. Dicono, sia sparita nel 1887. Ma essa vi fu, per molti anni: ma  stampata nei libri. Volle Enrico Beyle, dopo la morte, dichiararsi italiano, ancora, sempre!

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Natura complessa e bizzarra, che raccoglieva in s le qualit pi alte e i difetti pi singolari, de Stendhal non poteva che patire moltissimo, nelle sue non lunghe dimore a Parigi, poich il suo tempo, gli uomini e le donne che lo circondavano, i casi della politica e dell'arte, quando egli fu forzato a vivere col, erano in aperta e dolorosa contradizione con ogni sua tendenza. Impressionabile e freddo nella apparenza, molto audace nei propositi e timido innanzi alla pi piccola difficolt sociale, appassionato e diffidente al massimo grado di s e della propria passione, innamorato ardente dell'arte in tutte le sue espressioni e fingendo, per posa, di consacrarsi tutto alla filosofia, brutto e pure dotato di un'anima fulgida come un gioiello, quasi sempre mal vestito, spesso goffo, quasi sempre senza denaro, troppo grasso, troppo piccolo, sempre inceppato in compagnia di donne, nella societ francese gli erano riserbate una serie di delusioni amare, di punture acute e nascoste, di umiliazioni che egli divorava, spesso, piangendo, nella sua stanza povera e fredda, dove non aveva, in giovent, neppure un po' di legna da gittare nel caminetto. Gli uomini di talento a cui egli si accostava, non lo intendevano, giacch egli non osava parlare, quasi, nella loro presenza, giacch egli non sapeva o non poteva neppure esprimer loro la sua ammirazione: ed erano, anche, scienziati gravi e pedanti, a cui le sue idee originali avrebbero fatto orrore, erano degli storici zeppi di pregiudizii a cui i criterii gi larghi del giovane Beyle, sarebbero parsi una follia pericolosa, erano giuristi e legislatori e filosofi che aborrivano dall'arte, poich, nel 1800, l'arte in Francia non aveva avuto ancora tempo di risorgere, dalla grande crisi del 1789. Gli sciocchi, poi, a cui egli diceva irritato delle misteriose impertinenze, lo guardavano con sospetto e con disprezzo, incapaci di misurarne il valore che, del resto, egli non si curava di manifestare; e la sua collera gli faceva imporre agli imbecilli solo le stranezze del suo temperamento e della sua vita, per cui, spesso, fu colpito dalle pi odiose calunnie. Ma quelle che maggiormente lo trascuravano, lo burlavano, lo disprezzavano, erano le donne francesi, grandi signore e attrici, aristocratiche del secondo stato o aristocratiche del terzo stato; le donne, proprio le donne, che egli, fino dall'adolescenza non aveva potuto incontrare senza turbarsi, non aveva potuto guardare senza commuoversi, con cui non aveva mai potuto scambiare dieci parole, senza sentirsi preso e innamorato: le donne, proprio le donne, che erano per lui il segreto della felicit, il fscino della vita, la finalit di ogni passione, dopo esserne stata la sorgente: le donne, proprio quelle donne a cui egli dedicava o cercava dedicare tutti i pi puri fiori della sua sensibilit, a cui egli offriva o cercava di offrire i saporosi frutti della sua intelligenza: le donne per cui gli sarebbe piaciuto di esser bello, nobile, ricco, glorioso, per vivere con esse in comunione sensuale e sentimentale. E invece dalle sue memorie, dalle sue lettere, dal suo giornale, dai suoi ricordi, appare un seguito di piccole e grandi lotte con queste creature belle e civettuole, aggraziate e frivole, seducenti e mendaci, capaci di sentire una simpatia ma incapaci di abbandonarsi al vortice di una passione, che non lo comprendevano, non lo apprezzavano e, spesso, gli preferivano apertamente uno stupido meglio vestito di lui, un vecchio ricco che comperava loro dei gioielli, il loro maestro di spinetta o, peggio, il loro sarto. Quante ansie perdute, quante aspettative deluse, quante violente iniziative inani, quante figure ridicole, s, proprio ridicole, come egli lo confessa, gli hanno procurato,  i suoi amori, nel bel paese di Francia! Come quelle gentili e irresistibili donnine si giuocavano di lui, lo tenevano sospeso fra la speranza e la collera, come gli facevano sospirare, per giorni, per settimane, per mesi, le pi piccole soddisfazioni della tenerezza, dell'amore! Egli era l'uomo che, nel silenzio della sua cameretta, meditava l'esplosione della sua passione ardente, la quale frantumasse le resistenze di quelle creature: ma giunto innanzi alla porta della bella, innanzi a un sorriso beffardo, tutto il suo mirabile coraggio cadeva, il suo cuore si ghiacciava ed egli appariva taciturno, imbarazzato, spesso grottesco. Tesori di amore erano nascosti in quella grande anima di appassionato: ma egli non sapeva versarli nelle parole e nell'espressione, n quelle donne sapeano ritrovarli, da loro, mai. De Stendhal abborriva da ogni querimonia, egli non si  mai confidato con un amico sui suoi amori e sui suoi dolori, ma, ogni tanto, fra la vivacit ironica dei suoi ricordi, scritti per l'amico lettore di cinquant'anni dopo, sorge questo grido doloroso: Que je souffre, de n'tre pas devin!
Cos in una societ come quella francese del principio del secolo, in cui tutte le tradizioni artistiche erano spezzate, quasi morte, de Stendhal dovea sanguinare nel suo profondo entusiasmo per la belt delle arti: in una societ che ancora non ritrovava il suo assetto scientifico, dopo lo sforzo immane dei filosofi dell'Enciclopedia, e che guardava con sgomento qualunque spirito libero che oltrepassasse il suo tempo, le idee avanzate di Stendhal lo dovevano indicare come un mostro, sono le sue parole: in una societ di salone dove, respirando di sollievo per la fine del tragico sogno dell'ottantanove, non si chiedeva che il brio esteriore, che lo spirito di botta e risposta, che la grazia tutta formale della conversazione, il povero Enrico Beyle dovea subire le pi amare mortificazioni, poich egli era infelicissimo nel comunicare le sue idee, poich mancava dello spirito di salone, poich aveva troppo talento per saper conversare bene. Egli segna come un giorno glorioso, forse, un sol giorno, in cui, in societ, indossando un bel vestito, possedendo del denaro in tasca, avendo ben pranzato, egli ha potuto esser brillante in conversazione, dicendo, almeno una parte, delle idee che tumultuavano in lui, in una forma comprensibile ed elegante! Il grande Stendhal, quest'uomo di genio, come lo chiama Onorato di Balzac, costretto dalla societ in cui viveva, a mendicare la rarit di un successo di salone!
Ebbene, come non doveva quest'anima cos singolare di uomo e di scrittore, non delirare di gioia, toccando il sacro suolo dell'Italia e come non doveva egli, per sempre, adorare questo paese, coi termini di dilezione pi amorosi che sgorgarono mai dalla bocca di un innamorato? Che trov egli, in Italia, Enrico Beyle, nelle tre volte che vi si rec e vi rimase per anni e anni, dal 1800 al 1835? Anzitutto, egli vi ritrov quella immutabile e indicibile belt delle cose che incanta e trasporta tutte le immaginazioni esuberanti come quella di Enrico Beyle, giacch nella sua apparente durezza scientifica, nella sua freddezza di stile, egli nasconde e male nasconde una ricchezza di fantasia sempre vibrante: egli ritrov quella Terra della Belt, che a traverso tutti i secoli, a traverso tutti i fatti umani, prender e non lascier pi i suoi sorpresi visitatori: e il povero giovanotto che aveva passato l'infanzia in uno dei pi brutti paesi di Francia, come Grenoble, che aveva trascorso l'adolescenza e la prima giovinezza tra il fango di Parigi dove trascinava le sue scarpe rotte, sotto la pioggia, al freddo, in una soffitta gelida, in vista dei centomila fumaiuoli neri parigini, sent, per la prima volta e indimenticabilmente, la dolcezza di un paese pieno di azzurro e pieno di sole. Egli trov, ancora, un paese dove nessun uomo, nessun caso, nessuna rivoluzione e nessuna tirannia, eran giunte a vincere il trasporto della folla per l'arte, tanto che lo straniero il quale era andato, nella mattinata, ad ammirare le nobili divine figure di Raffaello, potea, la sera, fremere di dolcezza e di gioia per la musica, in un bel teatro, dove si cantava con magistero e con sentimento. In fondo, nei primi trent'anni del secolo nostro, molti e tumultuosi avvenimenti aveano sconquassati gli stati italiani: e rivoluzioni, e repubbliche, e carceri, e tiranni, e vittime, si erano alternate o moltiplicate, dappertutto, in lunghe convulsioni, spesso tragicamente risolute, nella oscurit di una fortezza, sul palco del patibolo. Ma, in mezzo a questo, resisteva il gusto indomabile degli italiani per i ritrovi di arte, per i teatri, per gli spettacoli, per i giuochi: ma le signore milanesi, fra Napoleone e l'Austria, fra i fatti del principe Eugenio e il carcere duro di Josephstadt, non mancavano mai di andare alla Scala, di applaudire Par e Rossini, di sorbire un gelato, chiacchierando vivacemente e amoreggiando; ma a Napoli e a Firenze, a Roma e a Bologna, nelle pi irose vicende e nelle pi placide, fra i complotti e le restaurazioni, una nuova statua, un nuovo quadro, una nuova musica, un nuovo artista, rappresentavano sempre un avvenimento eccezionale, a cui si appassionavano anche i pi accaniti congiurati o i pi freddi tiranni. L'anima di Enrico Beyle, in un paese cos bello, dove un semplice piacere estetico degli occhi o dell'udito valea una vincita alla borsa e, magari, la vincita di una battaglia, in questo paese, quell'anima calda di poeta e di artista, dovette provare una dilatazione cos felice, dovette godere cos profondamente, da non potere pi concepire di esser felice, altrove. Un duetto di Cimarosa o una preghiera di Rossini, una statua di Canova o una espressione di Giuditta Pasta imprimevano tale esultazione gioconda al suo spirito che egli giunge, nelle sue pagine, pur cos serrate, cos concise, cos marmoree di stile, a versare fiumi di tenera eloquenza. I quattro volumi, Histoire de la peinture en Italie; Rome, Naples et Florence; Promenades dans Rome e la Vie de Rossini contengono tutta la spiegazione della magia ineluttabile che l'arte italiana, quella degli antichi e quella dei contemporanei di Stendhal, esercit sovra una mente cos aperta a tutte le nobili forme del Bello. Chi legge quelle pagine pu riscontrarvi, forse, qualche errore in fatto di storia d'arte, ma egli non era, Dio merc, un arido ricercatore di antichit: pu ritrovarvi,  vero, qualche errore di gusto, ma dovuto alla sua eccessiva ammirazione: pu trovarvi qualche giudizio bislacco, ma vi trover sempre il pi costante entusiasmo!
E, in ultimo, quella che leg a s, con tutti i vincoli dell'affetto, il cuore di de Stendhal, fu la vita italiana, fu l'insieme dei suoi costumi e delle sue consuetudini, in quel tempo. Che importava, infine, a un uomo che detestava la politica e che, nella sua vita, avea ammirato solo Napoleone primo, che potea importare quella faccia penosa e triste della  medaglia, che era la vita politica d'Italia, allora? Egli ne vedeva e ne godeva solo la faccia migliore: cio la facilit dell'esistenza, cio la bonomia cordiale degli uomini e la grazia languida delle donne, cio il modo di viver bene, con pochi denari, con qualche relazione, con qualche amicizia, con un'innamorata italiana, che italianamente amasse. Questo fu l'ultimo tratto che sedusse il cuore di uomo di Enrico Beyle, questo affare dell'amore italiano, che era proprio la grande occupazione, il grande affare, la grande affaire degli uomini e delle donne, allora! Ci che egli avea sempre pensato e sentito, dell'amore, che giammai avrebbe osato di dire in Francia, questa ricerca di un amore-passione che occupasse i sensi e lo spirito, che trasformasse i caratteri e facesse trionfare il temperamento amoroso, che dominasse non solo gli uomini e le donne, ma il loro destino, questa passione che gli scettici francesi e le beffarde francesi avrebbero chiamato pazzia, deridendola, gli parve, come era, il sostrato delle relazioni sociali in Italia. Le curiosit gentili dei primi incontri, le ansie delle prime speranze, le emozioni dei primi favori; le lacrime e i furori della gelosia, i trasporti profondi delle anime che gi si erano intese, i contrasti che frappone la societ, tutti i grandi abbandoni e insieme tutti i grandi errori, tutti i peccati e, persino tutti i delitti e tutte le espiazioni, de Stendhal li ritrov nell'anima amorosa italiana, dovunque lo portasse il suo pellegrinaggio. Questa passione che, partendo talvolta dal capriccio sale sino alla tragedia, egli la lesse negli occhi delle donne italiane e la sent tremare di commozione, nella voce degli uomini italiani: questa passione che colora di vivo le esistenze pi scialbe, che d forza e ardore anche ai non pi giovani, che rid il senso della vita persino al prigioniero sepolto in fondo a una cittadella, che passa dal bacio al pugnale, che ispira divinamente la pi ignorante creta femminile e che redime la pi nera anima maschile, questa passione che fa dimenticare tutto, anche la oppressione di un principe tiranno, anche l'esilio in un castello deserto, anche la miseria in un borgo selvaggio, anche la perdita degli onori e degli averi, questa passione egli la scoverse nel cuore italiano, pi vivida, pi tenace, tanto pi ostinata, quanto pi i fati della politica erano avversi! Il passionale uomo che non aveva mai versato una lacrima innanzi a una donna francese, senza vederla ridere, ha potuto amare tre anni Matilde, a Milano e a Firenze, essendone amato, e non possedendola mai, e perdonandole il suo diniego, poich ella gli aveva dato tutta la sua anima, e avea sofferto con lui, e aveva saputo amare, soffrire, morire di ci, cos, come una creatura di passione muore! Questo tenerissimo uomo, abituato a celare accuratamente tutte le sue tenerezze, nel suo paese, ha potuto trovare in Italia delle amiche tenere e compassionevoli, delle protettrici amabili e affettuose, delle donne, infine, non tutte belle, non tutte giovani, non tutte perfette di carattere, ma tutte accessibili ai sentimenti pi dolci che legano i cuori, ma niuna dura e niuna crudele! Cos, se il suo intelletto di scrittore sent il soffio del genio italiano nelle lettere, se la sua fantasia pot appagarsi nelle lusinghe dell'arte antica e moderna, la sua anima chiusa sotto i sette suggelli del mistero, pot fiorire, liberamente, al calore dell'anima italiana; e dalla sua penna esc quella Chartreuse de Parme dove  scritta la storia mirabile di queste due anime, quella di un genio e quella di un paese.

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Le pochissime persone che lessero, in quel tempo, quel magnifico romanzo che  La Chartreuse de Parme, sostennero che le tre figure principali di questo libro, il duca di Parma, la duchessa di Sanseverino e il conte Mosca della Rovere, fossero tre ritratti. Nella dolce e superba donna che  Gina Pietranera, nella nobilt intellettuale della sua natura e nella variet delle sue avventure, nei suoi successi amorosi e nelle sue sconfitte, fu indicato il nome di quella principessa Cristina di Belgioioso che raccolse tanti suffragi di ammirazione dai letterati francesi per la sua bellezza, la sua grazia e il suo spirito. Nel duca di Parma parve adombrato il duca di Modena, con le sue crudelt e con le sue grandezze, con le sue ambizioni di diventare il re dell'Italia settentrionale e la sua paura dei liberali, col suo senso ereditario del regno assoluto e col suo vago desiderio di pi libere riforme politiche, con la sua smania d'imitare Luigi quattordicesimo e le grettezze di uno spirito chiuso nella sua capitaletta di provincia. Nel fine e focoso conte Mosca della Rovere, si disse, allora, che fosse data la fisonomia morale del principe di Metternich, di quel diplomatico che resse la politica europea con una forza e una ostinazione fredda velante un temperamento caldo e impetuoso.
Chi lo sa, se Enrico Beyle ha avuto questa intenzione, scrivendo il suo libro! Chi lo sa! Spesso, bene spesso, un romanziere di grido, in un romanzo che solleva la curiosit,  accusato di aver copiato perfettamente dal vero un uomo, un caso, un ambiente: e il romanziere si difende s e no, da quest'accusa che, talvolta lo sorprende, talvolta lo lusinga. Il romanziere si meraviglia, perch, spesso, egli fu incosciente in questa rassomiglianza, e il pubblico che gliel'addita gli rivela qualche cosa che egli non sa, della sua opera: se ne lusinga, poich  l'accostarsi al vero,  un grande elogio per tutti gli adoratori della verit. Ma egli stesso, diciamolo, non  mai certo di quel che ha fatto; egli stesso si rammenta, di esser partito, forse, da un personaggio noto, da un fatto avvenuto, ma sa di aver quasi sempre deviato, nel suo lavoro, ma riconosce di essere giunto a un fine ben lontano dal principio. Il romanziere ha potuto vedere un'anima e un volto, nel mondo, da cui la sua arte ha potuto trarre espressione e senso: ma dopo il primo accenno di realt, il fantasma si fa artistico, il fantasma vive, ama, soffre, muore, in una esistenza tutta sua, tutta personale, il fantasma  gi un'altra persona e un'altra cosa. Ah diciamolo con cuore umile e contrito, tutti coloro che narrano le storie umane, non possono che narrarne quanto maggiormente si pu, di verit, ma tutta la verit, mai! Tutti coloro che dipingono il cuore di un uomo, l'anima di una donna, fosse quella della persona con cui pi vissero e che pi fu loro nota, fosse la loro anima e fosse il loro cuore medesimo, potranno dire la verit sino ad un certo punto; pi in l, no, mai. Ogni individuo, il pi semplice, porta in s un segreto, un segreto qualunque, che niuno conoscer, giammai: ognuno di noi nasconde a s stesso, nelle latebre dello spirito, un segreto latente, un segreto di cui sente il peso, ma di cui non afferrer giammai la fisonomia e l'entit. Che pensiamo noi, dunque, di verit assoluta, nell'arte e nella vita? Perch ne abbiamo parlato, orgogliosamente? Perch abbiamo insultato i fantastici, i sognatori, gl'irreali? In che differiamo noi da loro, se non per una linea? Il patrimonio della verit, in fatto di anima umana, di quanto, mai, si  aumentato, per noi? Di poco: e anche di poco, nel tempo, pi tardi, esso si verr aumentando, per altri sacerdoti, come noi coscienziosi, ma come noi impotenti innanzi al mistero dello spirito, sterili nello sforzo: e quando ogni memoria pi lontana di noi e de' nostri nepoti sar scomparsa, quando milioni di giri, ancora, avr fatto la Terra intorno al Sole, il segreto dell'anima umana sar ancora vivo e oscuro, forte e inviolabile!
Al protagonista giovane della Chartreuse de Parme, a quel simpatico e bizzarro Fabrizio del Dongo,  stato attribuito di essere il ritratto di Enrico Beyle: difatti, qua e l, i casi di quel patrizio lombardo, che assiste cos ingenuamente alla battaglia di Waterloo, che ha per maestro un canonico astrologo, che ama chi non lo corrisponde e non corrisponde a chi l'ama, rassomigliano vagamente all'avventurata vita di de Stendhal, ma poco! Niente pi di un poco: anche sotto la penna di uno degli scrittori pi sinceri e pi leali, pi estremi ed eccessivi, nella sincerit e nella lealt! Ma sia come si voglia! Abbia voluto il Beyle, in parte, dipingere Cristina di Belgioioso, il duca di Modena, il principe di Metternich e s stesso nella Chartreuse de Parme, o non vi abbia neppur pensato, ci poco importa. Il protagonista vero di questo romanzo  la vita italiana, non solo quella privata, ma la vita pubblica mescolata con quella privata, non solo la istoria degli amori di Gina Pietranera, contessa di Sanseverino col conte Mosca, non solo la istoria degli amori di Fabrizio del Drago con Clelia Conti, ma, in questi amori, tutta la esistenza di una corte italiana di quel tempo, tutti i costumi della nobilt e del popolo, tutte le idee e tutti i sentimenti che agitavano i cervelli e i cuori in quel tempo. Volle Enrico Beyle narrare una storia di passione, solamente, forse, ma nella potenza geniale della sua mente il quadro si allarg, prese le proporzioni di un grande affresco, pieno di figure, pieno di movimento, pieno di significazione. Tutto ci che  sparso, per altri libri suoi e non suoi, tutto ci che egli aveva gi detto, altrove, in volumi di arte e di critica, d'impressioni e di ricordi, tutto ci che altri autori diffusero con la loro opera, e che il lettore dovrebbe ricercare in cento libri diversi, si  raccolto e chiuso nella Chartreuse de Parme. Il genio di Stendhal ha riassunto, nelle quattrocento pagine di questo romanzo, tutta l'Italia dal 1815 al 1830, in una narrazione cos evidente, cos efficace, cos colorita e salda che il titolo di romanzo  troppo modesto, per tale sintesi profonda e sagace, per tale potenzialit  di espressione. Onorato de Balzac dice che, nel duca di Parma, gli  sembrato di vedere riapparire Il Principe di Niccol Machiavelli: ma se tale giudizio pu parere troppo esagerato, certo  che Ranuccio Ernesto quarto,  il simbolo di quel che furono i signori degli Stati Italiani di allora, un simbolo senza velo, tanto la virt e i vizii di quei padroni del nostro paese, vi sono chiari e palesi. Basterebbe questo personaggio, solamente, per dire a noi che fosse la politica di quello strano periodo, dove gi fremevano sordamente le rivolte degli spiriti innamorati della libert, dove i principi impiccavano, ogni tanto, qualche liberale, ma lo ammiravano, in segreto e in segreto, forse, lo invidiavano, dove Palla Ferrante, l'apostolo della democrazia nella Chartreuse de Parme, espone la sua vita per una donna e per un'idea, ma dove la storia ci narra che persino un principe volle essere un carbonaro, un cospiratore. Basterebbero le relazioni bizzarre di Ranuccio, duca di Parma, col suo primo ministro Mosca della Rovere, per dirci tutto il potere che esercitavano e non solo nel settentrione d'Italia, questi ministri, questi diplomatici sui loro sovrani: e i capolavori di talento, di finezza, di furberia che essi mettevano al servizio della loro fortuna e di quella del loro piccolo Stato. Ora, la diplomazia  diventata un vano nome, in questo mediocre tempo moderno: ma la diplomazia italiana della prima  met del secolo, che annover i pi illustri uomini del nostro paese, che fu una lotta perpetua dell'ingegno e della genialit politica, a Napoli, a Torino, a Modena, a Firenze, questa diplomazia che, celebr nella realt il genio di Machiavelli, ha trovato il suo pittore in Enrico Beyle e la sua maggior figura in Mosca della Rovere. Basterebbero le figure della principessa di Parma e del principe ereditario, della favorita del principe e della marchesa Roversi, capo del partito di opposizione, basterebbero quelle subitanee disposizioni e quegli improvvisi favori, basterebbero quegli intrighi, quei raggiri, quelle vendette oscure, quelle mne, quei lavori sotterranei dell'ambizione, della vanit, della cupidigia, che balzano, vive, dalle pagine del romanzo di Stendhal per dirci quello che in ogni corte italiana formasse il sostrato umano della politica.
Basta, certo, basta, il carattere di Fabrizio del Dongo per dirci lo stato miserrimo della giovent italiana, in quel tempo, in cui tramontato il grande sogno di eroismo, con Napoleone, non restava nulla da fare ai pigri e ai deboli, salvo che essere un bellimbusto nei caff e nei saloni, avere un cavallo inglese e un'amante con un bel titolo: anche ai forti e ai volenterosi, tutto era chiuso, ogni via di celebrit e di grandezza era tolta; salvo, che nel clero. Ai giovani italiani, ai giovani nobili restava scegliere fra il servire dei governi che aveano ucciso  Napoleone Bonaparte, o esiliarsi in America, dove non vi erano n arte, n belt, n amore per essi, dove avrebbero dovuto servire la democrazia invece che la tirannia; e solo la Chiesa in Italia, per iscampo, apriva loro le braccia, solo la potenza ecclesiastica li poteva trarre da queste abbiezioni.  un cattivo prete, monsignor Fabrizio del Dongo, innamorato di Clelia Conti, ma meglio questo che rovinarsi al giuoco, che far la spia all'Austria o riverire il dio Dollaro americano. In Francia, Alfredo de Musset, dir tutto il dolore della giovent francese, ridotta a darsi al vizio, dopo Napoleone, per la morte di tutti i pi alti ideali, nella sua Confession d'un enfant du sicle: la miseria morale, la tristezza sentimentale della giovent italiana la dir, con de Stendhal, Fabrizio del Dongo, costretto a entrare nella prelatura, per salvarsi dalla corruzione e per non derogare dal suo grado.
E basterebbe, infine, per dire che fosse la donna italiana di quei tempi, Gina Pietranera contessa di Sanseverino. Deliziosa creatura! In lei tutto  impulso naturale, tutto  forza di intelligenza, di spirito, di finezza che si manifestano in tutta la sua tumultuaria esistenza: ella  la figliuola di s stessa, cio del suo temperamento focoso e dolce, del suo carattere generoso e spontaneo, del suo istinto, che l'allontana da quanto  volgare e da quanto  basso. Ma non  un angelo,  una donna: talvolta  ella va sino a essere un demonio, ma rimane sempre cos alta e cos dignitosa, da stupire persino i suoi accusatori. Ella  una feudataria nel suo castello, una dama nel suo salone, una donna nella sua alcova, una femmina, giammai: ella pu abbandonarsi all'amore, alla gelosia, al dolore, al delitto, ella  una signora, sempre, e vi  della grandezza, in lei, persino nei suoi atti pi civettuolamente muliebri. Ella  la trionfatrice alla corte di Parma, poich niuna donna vi  pi di lei bella, graziosa, spiritosa, fiera e indipendente: ella ha ai suoi piedi il principe e il primo ministro, il governo e l'opposizione, le dame e il popolo, nulla manca alla sua gloria. Ma.... ella  donna, ella ama suo nipote Fabrizio del Dongo, di un affetto estremo che, forse,  amore: ma suo nipote appare, suo nipote che  il suo debole, suo nipote che  il difetto della sua corazza.  allora che le qualit morali di questa splendida donna arrivano all'apogeo della loro forza:  allora che tutto, in lei, serve a salvare suo nipote e a collocarlo nella braccia misericordi della Chiesa:  allora che ella combatte le sue pi grandi battaglie, prima con s stessa, poi col conte Mosca suo amante, poi con tutto il Ducato di Parma, dal principe all'ultimo servo. Ella fa della politica, ma perch ama: ella fa della diplomazia, ma per amore: ella giunge ad uccidere, ma per amore! Una divina ragione  nella sua esistenza: per essa, ella sar  buona e cattiva, leale e falsa, civettuola e altera, fredda e furibonda, giovane e vecchia, nobile e plebea, coraggiosa come una leonessa e feroce come una pantra, tutte queste cose insieme, in un tumulto dei sensi e del cuore che solo la sua volont pu dominare. Che le importano il nome, la fortuna, il potere? Ella non  una donna vanitosa, ma una donna innamorata: ella non cerca nulla per s, anzi, tutto vuol dare, perch ama. Giammai la passione, non confessata neppure a s stessa, non corrisposta mai, ebbe simile potenza, e slanci l'anima femminile ad altezze tanto inaccesse, come in Gina Sanseverino: giammai la passione di amore, in un cuore di donna trov un artista che ne rendesse la fiamma divoratrice, cos! Badate, ella non  una pazza, non  una forsennata: nei maggiori impeti ella conserva la sua lucidit di mente, la sua finezza, la sua energia. Come tutte le donne di nobile temperamento, ella si fa pi grande nel pericolo: e pi grande di s, anche, e pi grande del vero, anche, ma non importa, poich  un divino raggio di poesia quello che la trasforma e la illumina, creatura dell'arte e dell'amore, fatta sublime dalla mano innamorata di un artista passionale, di un poeta!


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Ed , certo, in un'aureola di poesia che l'Italia ci appare nei libri di Enrico Beyle, anche quelli che vogliono parere i pi matematici, i pi assiomatici;  in un nimbo d'oro che il bel paese ci sorride, da quei libri: come egli lo ha visto, come lo ha sentito, come lo ha adorato, cos esso vive e c'interessa e ci commuove, da quelle pagine. Noi, forse, ce ne meravigliamo un poco: non vogliamo dirlo, ma egli ci sembra eccessivo, nella sua adorazione. Ah come siamo stanchi, noi, di avere intorno troppo belle cose, come ci hanno esausti, questi cieli azzurri, come ci hanno sfinito e nauseato queste carezze dell'aria! Ah noi non abbiamo pi occhi per vedere le immortali linee e i colori che ci lasciarono i nostri antichi e le nobilissime espressioni dei volti umani e divini; noi non abbiamo pi orecchie per deliziarci dei suoni di una lingua soavissima, fatta per la poesia e per l'amore; noi siamo ciechi e sordi e ottusi, e gli entusiasmi di Stendhal ci stupiscono segretamente. Poveri, poveri noi, se non vediamo il paese nostro come egli lo ha visto, in mezzo alle vicende amare del principio del secolo, ma bello, ma giovane, ma lieto, ma amoroso, ma capace di vivere per un puro sogno e di morire per un nobile sogno: poveri noi, se l'Italia idolatrata da Stendhal, non  anche la nostra Italia! Vorrebbe dire che ogni vivo zampillo di poesia  inaridito in noi, che ogni trasporto del sentimento lascia inerte il nostro cuore, che ogni slancio della nostra fantasia  spento, nel torpore ultimo: vorrebbe dire che non meriteremmo pi n di vivere, n di amare, n di morire, qui: vorrebbe dire, che la nostra patria dobbiamo lasciarla adorare agli stranieri. L'Italia di Stendhal? Io ho detto male: dovevo dire l'Italia di tutti gli uomini di genio, di tutti gli artisti, di tutti i poeti, di tutti i sognatori, di tutti gli amanti! L'Italia di Stendhal? Doveva dire quella di Wolfango Goethe che, perseguitato dal fantasma sanguinante del giovane Werther, sotto l'incubo del suicidio, venne in Roma a guarirsi di quell'atroce malattia che  l'amore della Morte e ritorn pi sereno, pi forte, pi olimpico al suo Weimar; dovrei dire quella di Giorgio Byron che fugg il pallido suo paese nordico e i gelidi amori di Britannia, venendo in Italia a cercare fiamma al suo genio e alla sua passione; dovrei dire l'Italia di Percy Shelley che qui volle vivere, sulla spiaggia del Tirreno, sparendovi quale un antico Iddio, perendo sul rogo come un antico eroe; dovrei dire l'Italia del povero usignuolo ferito che fu Alfredo de Musset, che non potea sentir il nome del nostro paese, non  potea pronunziarlo, senza che sgorgasse come un grido, la lirica dal suo cuore! Sempre, sempre, nel secolo scorso e in questo secolo, in tempo di tirannide e in tempo di libert, nelle ore buie e nelle ore gioconde, questa Italia sar amata cos dagli uomini che hanno qualche cosa dietro la fronte, qualche cosa nel cuore. Questi pellegrini della tristezza o della felicit scenderanno sempre tra noi, ora, pi tardi, molto pi tardi, a cercare sollievo, beatitudine, estasi in questo paese nostro; e il loro pensiero si far pi alato nei cieli spirituali, e la loro anima prover le ebbrezze supreme. Finch vi sar al mondo un poeta, egli verr qui e i suoi occhi mortali vedranno il mirabile spettacolo come de Stendhal lo vide; finch vi sar al mondo un'anima innamorata, come la povera fanciulla di Wilhelm Meister, per amare e per morire; finch le squisite gioie dello spirito e le alte vampe della passione alimenteranno e consumeranno l'anima umana!



VOLTA E LE SCOPERTE SCIENTIFICHE. 
CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO.

L'alba del secolodiciannovesimo  stata segnalata da due avvenimenti che dovevano produrre nelle condizioni economiche e sociali del mondo civile la pi grande rivoluzione che la storia abbia registrato finora: questi avvenimenti furono l'invenzione della macchina a vapore e la scoperta della pila.
Il giorno in cui un uomo di genio, rimasto sconosciuto, in un'et remota, alla quale non si pu assegnare una data precisa, pens di utilizzare la forza dell'acqua, e sostituendo per la prima volta una forza naturale a quella dell'uomo, costru la prima mola da molino, nacque, si pu dire, in germe l'industria moderna. Fu quindi con una chiara divinazione dell'avvenire che il poeta Antiparo, con quella geniale fantasia greca che popolava di divinit il cielo, le acque e le foreste, si rallegrava che Cerere avesse incaricato le Najadi di risparmiare il lavoro alle giovani schiave: "invano il gallo annuncier l'alba; voi, fanciulle, non interrompete i vostri sonni. Cerere ha incaricato le Najadi di lavorare per voi. Vedete come folleggiano, come danzano agili e brillanti sulla ruota che gira."
Pure, l'invenzione cantata da Antiparo, non ha risparmiato a Plauto il duro lavoro di girare la macina, per quanto fosse autore di commedie celebrate; poich l'industria antica poco o nulla si valse di quell'invenzione e poco se ne valse anche quella dei secoli che vennero dopo. La forza dell'acqua, infatti, non  disponibile che in determinati luoghi, lungo le alte valli, spesso poco accessibili e lontane dai centri abitati; e non  suscettibile di essere trasportata a grande distanza per supplire alle necessit industriali delle grandi agglomerazioni umane. Molto meno quindi essa avrebbe potuto bastare al colossale organismo della manifattura moderna.
Per questo ci voleva un motore universale che potesse funzionare dovunque, in un opificio, o in mezzo ai campi, a bordo di una nave, o in testa a un convoglio, come la macchina a vapore; oppure una nuova forma di energia, che fosse capace di essere trasportata a grandi distanze, come l'energia elettrica. Or bene: e l'una e l'altra si annunciano precisamente al principio del secolo.
Veramente i primi studi di Watt sulla macchina a vapore datano dal 1765; ma ci vollero quasi 35 anni di tempo e dodici processi prima che i suoi brevetti fossero riconosciuti; si vede che la burocrazia d'allora non aveva nulla da invidiare a quella d'oggi. Fu dunque solo nel 1799 che egli e il suo socio Foulton furono messi nel legale possesso dell'invenzione, e fu nel 1800 che essi consegnarono ai loro figli la prima fabbrica di macchine a vapore. Ed  nel 20 marzo dello stesso anno che Volta scriveva da Como la sua celebre lettera a sir Joseph Banks, presidente della Royal Society di Londra, nella quale per la prima volta  descritta la pila; e il 6 novembre egli stesso presenta la sua pila a Parigi all'Istituto nazionale di Francia e la fa funzionare sotto gli occhi del primo Console.
La macchina a vapore era preconizzata da un secolo; ma l'invenzione della pila fu un avvenimento inatteso, che scompigli tutte le idee accettate sino a quell'epoca nel mondo scientifico. E se la macchina a vapore pu darsi il vanto di aver creato l'industria del secolo diciannovesimo, la pila di Volta rimarr pur sempre,  fra tutte le invenzioni di quel tempo e anche fra quelle che vennero poi, le pi  feconda e la pi universale per la sfera quasi illimitata delle sue  applicazioni.
Nessuno studio anteriore, neppur le celebri esperienze di Galvani, potevano far presagire la pila: ma l'ambiente scientifico era preparato, gli spiriti erano eccitati e quasi in attesa di una grande scoperta. Giammai, forse, la storia della scienza ha offerto un periodo cos ricco di studii, di esperimenti e di scoperte, in cui fosse cos ardente la ricerca del vero, come quello col quale si chiude il secolo diciottesimo.
In quel periodo nasce la chimica moderna con Priestley, che scopre l'ossigeno, e con Lavoisier, che spiega il fenomeno della combinazione dell'ossigeno cogli altri corpi della natura. Mongolfier tenta il dominio dell'aria e Tiberio Cavallo, proponendo l'idrogeno invece dell'aria scaldata delle mongolfiere, preconizza l'aeronautica moderna; il cavaliere Andreani a Milano fa il primo viaggio aereo in Italia, e l'italiano Lunardi fa a Londra la prima ascensione in Inghilterra. Volta col suo elettroforo desta la meraviglia ovunque lo porta, a Losanna, a Magonza, a Berlino, a Parigi; i dotti ne sono entusiasti, i principi lo applaudono. Franklin, mentre validamente coopera all'indipendenza dei nuovi Stati Uniti e corre da Filadelfia a Parigi, studia l'elettricit atmosferica e inventa il parafulmine, ispirando a Turgot il famoso verso:

Eripuit clo fulmen, sceptrumque tyrannis.

Il padre Beccaria di Torino corrisponde con lui e d coi suoi esperimenti una base solida alla teoria dell'elettricit atmosferica, mentre Volta ne rintraccia la causa nell'evaporazione dell'acqua con esperienze fatte da lui a Parigi coi suoi apparecchi, presenti Lavoisier e Laplace.
Agli studi di Priestley sull'ossigeno seguono quelli di Volta sul gas delle paludi e sull'idrogeno, o come allora dicevasi, l'aria infiammabile. Il padre Campi lo aveva invitato a esaminare le fontane ardenti a Velleia e in altri posti dell'Appennino. Volta percorre i luoghi e sui risultati delle sue ricerche scrive al padre Campi sette lettere interessantissime nelle quali agli astrusi concetti della scienza alterna citazioni di Plinio, di Virgilio e di Lucrezio, e parlando del colle di San Colombano non sa trattenersi dal citare il Redi che lo vanta come un luogo famoso pei suoi vini:

Ove le viti in lascivetti intrichi
Sposate sono invece d'olmi ai fichi.

Eran tempi felici, nei quali gli spiriti pi elevati si compiacevano di temperare la scienza colla letteratura: ma allora non si spegneva l'immaginazione nei giovinetti con studi scientifici prematuri. Si insegnavano i classici, e questi non impedivano a Volta di scoprire la pila; come l'aver scritto in giovent un carme in onore della prima ascensione di Saussure al Monte Bianco non gli impediva d'inventare l'eudiometro, proclamato da Humboldt e da Gay-Lussac il migliore apparecchio d'analisi dell'aria, n di precorrere di nove anni Dalton e Gay-Lussac scoprendo, con un apparecchio che tuttora si pu vedere fra i suoi cimelii a Milano, la legge di dilatazione dell'aria pel calore, che ingiustamente porta il loro nome.
Nei cervelli degli scienziati di quella fine di secolo si elaboravano gi, quasi inconsci presagi, le vaste sintesi e le grandi scoperte che dovevano illustrare il secolo attuale. Udite come Volta presenta l'invenzione della telegrafia elettrica, sessant'anni prima che Morse ne facesse il primo esperimento a Filadelfia: "Quante belle idee, scrive egli al prof. Barletti nel 1777, mi van ribollendo in testa, eseguibili con questo strattagemma di mandar la scintilla elettrica a far lo sparo della mia pistola a qualunque distanza. Sentite. Io non so a quante miglia un fil di ferro tirato sul suolo, che si ripiegasse indietro, o incontrasse un canale d'acqua di ritorno, condurrebbe la scintilla commovente. Preveggo che la terra bagnata devierebbe il corso del fuoco elettrico; ma se il filo fosse sostenuto da pali, per es. da Como a Milano, e venisse indietro al mio lago di Como pel naviglio, non credo impossibile di far lo sparo della pistola a Milano con una boccia di Leida scaricata a Como."
Sostituite un tasto alla bottiglia di Leida e avrete il telegrafo di Morse. Se a quell'epoca non si fosse coltivata la scienza per la scienza senza preoccupazioni di interessi materiali, se allora avesse dominato l'utilitarismo moderno, credete voi che l'idea non avrebbe fatto strada, e non si sarebbe creata una specie di telegrafia sessant'anni prima?
Mentre studia il gas infiammabile, Volta presagisce pure il processo dell'illuminazione a gas: "Ho talvolta pensato, scrive al padre Campi, se vi fossero mezzi di fare un uso economico dell'aria infiammabile (l'idrogeno) sostituendolo all'olio. Basterebbe distillare o abbruciare in vasi chiusi i corpi che, venendo bruciati all'aperto, possono ardere con fiamma; e raccogliere in boccie piene d'acqua le emanazioni che se ne sprigionano."
Si potrebbe descrivere pi chiaramente il processo della fabbricazione del gas illuminante?
Nel campo delle astrazioni, egli accenna un istante ad uscire dalla teoria degli imponderabili e della emissione allora dominante.
Udite, infatti, come nella sua seconda memoria sul galvanismo, nel 1792, egli spiega l'azione dell'elettricit sui nervi della rana di Galvani: "Un fenomeno simile, che pu servire d'esempio, lo abbiamo nella luce, la quale, bench non abbia un momento meccanico bastevole a produrre la minima impulsione e muovere per es. una piuma, pure eccita vivamente il nervo ottico.... Or dunque  non fia meraviglia che una piccola e debole corrente di quest'altro fluido etereo sottilissimo, analogo si pu dire, alla luce, qual  il fluido elettrico, investendo altri nervi forse del pari sensibili relativamente a lui, li stimoli ed ecciti, e che da questo eccitamento dei nervi ne provengano le contrazioni dei muscoli da quelli dipendenti."
Non si potevano divinare pi chiaramente le teorie moderne e quelle affinit fra elettricit e luce che avr l'onore d'indicarvi pi tardi. Anzi, elevandosi con un'audacia straordinaria per l'epoca sua, al grande concetto dell'identit delle forze fisiche, egli esprime gi, sin dal 1769, l'idea che tutte le energie della natura derivino dallo stesso principio e non possano altrimenti consistere che in un incessante lavoro molecolare.
Ma veniamo alla pila.
Alla fine del secolo diciottesimo tutte le cognizioni sull'elettricit erano confinate nel ristretto campo dell'elettrostatica, d'onde non sarebbero mai pi uscite senza l'invenzione della pila.
Dall'epoca in cui Talete, 600 anni prima di Cristo, segnal il fenomeno dell'attrazione esercitata sui corpi leggeri dall'ambra, che i greci chiamavano electron e che diede cos il nome alla scienza nuova, sino ai tempi di Volta, la scienza elettrica non era riuscita ad andare pi in l della macchina elettrica  e della bottiglia di Leida. Volta stesso non vi aveva contribuito, nei primi anni, che coll'elettroforo e col condensatore, apparecchi importanti senza dubbio, ma sempre nel dominio dell'elettrostatica. Nessuna applicazione seria era stata fatta, fuorch nel campo dell'elettricit atmosferica coll'invenzione del parafulmine.
L'elettricit non era pi che il tema di studi amabili, sempre in cerca di esperienze curiose. L'abate Nollet, che pure ne era un forte cultore, non trovava nulla di meglio che di servirsene per offrire a Luigi quindicesimo e alle dame della Corte di Francia lo spettacolo di 240 guardie francesi messe in fila nel cortile del palazzo di Versailles e fatte saltare tutte insieme colla scossa elettrica. Qualche giorno dopo erano i certosini di un convento che si prestavano alla loro volta a dare lo stesso spettacolo. Per Mesmer e Cagliostro l'elettricit era un aiuto prezioso per ciurmare il pubblico. Gli stessi fisici pi illustri erano persuasi dell'inutilit delle loro ricerche: "Si l'on me demande, diceva Watson, quelle peut tre l'utilit des effets lectriques, je ne puis repondre autre chose sinon que nous ne sommes pas encore avancs au point de les rendre utiles au genre humain." E lo stesso Franklin, prima di inventare il parafulmine, mortificato, come egli dice, di non aver potuto produr nulla in vantaggio della umanit, propone ai suoi amici una partita di piacere  scientifica nella quale egli dice: "on tuera un dindon pour notre dner par le choc lectrique, et on le fera rtir  la broche lectrique, devant un feu allum par une bouteille lectrise."
Ma tutto cambia coll'invenzione della pila. Alla elettricit statica succede l'elettricit dinamica; una nuova sorgente di energia viene creata ad un tratto, stupisce il mondo coi suoi effetti, e schiude alla scienza orizzonti imprevisti e alla pratica un campo di applicazioni indefinito. La telegrafia e la telefonia, la galvanoplastica, l'illuminazione elettrica, la trasmissione della forza a distanza non si sarebbero neppur potute concepire senza la pila. E, cosa rara nella storia delle invenzioni, quella di Volta non  dovuta al caso, ma  la logica conseguenza d'una discussione scientifica, durata dieci anni, suscitata dalle esperienze di Galvani sulle rane.
Voi conoscete, o Signori, l'esperienza di Galvani. Fu un caso che condusse il celebre medico di Bologna alla sua altrettanto celebre esperienza. Nel 1780 Galvani stava occupandosi nel suo laboratorio di esperimenti sull'irritabilit nervosa delle rane e ne teneva preparata una sul tavolino di una macchina elettrica. Al contatto accidentale d'un bisturi, le coscie della rana si contrassero vivamente; ma la moglie di Galvani osserv che la contrazione non aveva luogo se non nell'istante in cui si cavava una scintilla dalla macchina elettrica. Le esperienze furono ripetute e variate e non fu che sei anni pi tardi che un nuovo caso mostr che le contrazioni si manifestavano anche senza la macchina elettrica e col solo contatto di un arco metallico. Di l Galvani dedusse l'esistenza di uno spirito vitale, di un fluido elettrico proprio degli animali.
Cominci allora la storica controversia fra Galvani e Volta, alla quale presero parte, in Italia e all'estero, numerosi e illustri scienziati, alla cui testa si trovavano i due fratelli Aldini, nipoti di Galvani.
Volta non ammetteva il fluido animale, n un'elettricit animale diversa dall'ordinaria. Le sue ragioni sono raccolte in una serie di lettere che vanno dal 1792 al 1800, dirette al Baronio, al Vassalli, al Giovanni Aldini, a Tiberio Cavallo a Londra e al prof. Gren di Halle, che sono un modello di logica e di metodo sperimentale.
Volta aveva preso le mosse dal fatto che due metalli diversi a contatto, per esempio stagno e argento, messi contemporaneamente sulla lingua, danno l'impressione di un sapore speciale che separatamente non danno. Egli stava ripetendo gli esperimenti di Galvani, quando gli venne in mente di tentare questa esperienza: "Heureusement, egli scriveva a Tiberio Cavallo a Londra, il me vnt dans le tte que nous avons dans la langue un muscle nu assez humide et trs-mobile. Voil donc, me disais-je,  toutes les conditions requises pour pouvoir y exciter des mouvements." Invece dei movimenti, egli trov, colla stagnuola e un cucchiaio d'argento, un sapore acido inatteso; ma sulle lingue, tagliate di fresco, di diversi animali, egli osserv anche le contrazioni.
Queste esperienze, variate da lui in mille modi, anche con metalli eguali, purch in condizioni diverse per struttura o per altre qualit, e ripetute pure con carbone e con altri conduttori, e lo stesso studio dell'elettricit delle torpedini, gli sembravano dare la pi evidente spiegazione dei fenomeni osservati da Galvani, senza la necessit di ricorrere all'ipotesi degli spiriti animali. E da tutta la massa di fatti che and raccogliendo con incessanti esperienze per tutto quel periodo d'anni, ne induceva che il combaciamento di corpi conduttori comunque dissimili, fra loro e con altri conduttori umidi, eccitano e mettono in moto il fluido elettrico. "Non mi domandate, scriveva al prof. Gren, come ci segua: basti al presente che sia un fatto, e un fatto generale. Ed ecco, concludeva, in che consiste tutto il segreto, tutta la magia del galvanismo:  un'elettricit mossa dal contatto di conduttori diversi."
Fu quella la teoria del contatto che Volta sostenne per anni con una vivacit singolare, ribattendo uno a uno gli argomenti che gli avversarii  andavano opponendogli ad ogni sua nuova lettera: teoria che il celebre Mascheroni, matematico valente e ad un tempo gentile poeta, il cui nome fu reso popolare dalla Mascheroniana del Monti, illustr nel poemetto l'Invito a Lesbia con questi versi:

. . . . In preda allo stupor ti parve
Chiaro veder quella virt che cieca
Passa per interposti umidi tratti
Dal vile stagno al ricco argento, e torna
Da questo a quello con perenne giro.

La lotta con Galvani e colla sua scuola durava ancora accanita, quando venne, come un colpo di folgore, la scoperta della pila che mise fine a un tratto alla discussione. Fu uno dei trionfi scientifici pi clamorosi di cui gli annali della scienza conservino la memoria.
Cos i fatti veduti da Galvani, bench assai significanti per s stessi dal punto di vista della fisiologia, hanno giovato alla scienza elettrica se non in quanto Volta prese da loro il punto di partenza per arrivare alla pila; cosicch di Galvani si pot dire, non del tutto giustamente per altro, ch'ei fece
come quei che va di notte,
Che porta il lume dietro e a s non giova,
Ma dopo s fa le persone dotte.
Dal fatto della produzione di elettricit per effetto  del contatto fra due dischetti di metalli diversi con un conduttore umido intermedio, alla scoperta della pila, non correva pi che un breve passo. E il passo fu compiuto da Volta nel 1799, non per caso, ma col proposito ben determinato di moltiplicare, sovrapponendo parecchie coppie di dischi di metalli diversi, separati da un cartone umido, gli effetti ottenuti con una coppia sola. Fu nel tranquillo asilo del suo laboratorio di Como che egli compose la pila; e non appena l'ebbe composta, straordinariamente colpito egli stesso dall'intensit dei fenomeni elettrici ottenuti con essa, comprese l'immensa importanza della sua scoperta. " come una batteria elettrica che agisca e si rinnovi continuamente da s, senza bisogno di caricarla," cos egli si esprime nella sua lettera a Sir Joseph Banks del 20 marzo 1800.
La lettera non era ancora letta ufficialmente in seno alla Societ reale, che gi Carlisle e Nicholson, ai quali era stata comunicata col vincolo del segreto, riuscirono a decomporre l'acqua con una pila formata con monete d'argento da mezza corona alternate con dischi di zinco; qualche mese dopo Cruishank scopre colla pila il principio della galvanoplastica; contemporaneamente Vassalli-Eandi a Torino, e i fratelli Aldini a Bologna e a Londra esperimentano l'azione della pila sui cadaveri freschi dei giustiziati nella speranza di tornarli alla vita. Furono esperienze spaventevoli. Le contrazioni provocate dalla corrente,  riproducendo i movimenti della vita, incutevano raccapriccio e terrore. Si chiamavano per nome le teste dei ghigliottinati, sotto l'azione della corrente, nell'attesa che rispondessero.
Volta presenta la sua pila, quella stessa che ancora oggi si conserva a Milano presso l'Istituto lombardo di scienze e lettere, insieme ad altri cimelii, all'Istituto di Francia che gli decreta una medaglia. Napoleone lo crea conte e senatore, ravvisa in lui solo il tipo del genio, non ha occhi che per lui quando interviene alle sedute dell'Istituto, non vuole che si ritiri dall'insegnamento: "Faccia, dice, anche una sola lezione all'anno; ma l'Universit di Pavia sarebbe colpita al cuore se permettessi che si ritirasse; del resto, soggiunge, un bon gnral doit mourir au champ d'honneur."
L'ammirazione per questa scoperta di Volta fu immediata, senza contestazioni. "Vous avez tonn le monde" gli scrisse Humboldt.
Galvani era gi morto da due anni quando fu conosciuta la pila; ma la controversia dur ancora qualche tempo, specialmente per opera dei fratelli Aldini, finch la spiegazione chimica degli effetti della pila, intravvista pel primo dal fiorentino Fabroni, spense l'ultima eco del dibattito, abbattendo pel momento le due teorie del fluido animale e del contatto. Ma il Matteucci da una parte ridonava pi tardi nuova vita al galvanismo, mettendo in rilievo  lo stato elettrico dei nervi e dei muscoli: dall'altra Peltier dapprima, poi Thompson e Helmholtz rimettono in onore la teoria del contatto, confermando i principii affermati da Volta.
Cos la teoria voltiana dell'elettromozione, dopo una serie di vicende, ora trionfante, ora soccombente, eccita ed ispira gli studi dei pi grandi elettricisti, ed esercita un'influenza decisiva sullo sviluppo e il progresso scientifico di tutto il secolo.
Mai il genio italiano rifulse nelle scienze fisiche come in quel principio di secolo che la scoperta della pila aveva inaugurato. Sventuratamente il movimento scientifico era tale in tutta Europa, che riesce difficile di attribuire ai loro veri autori le scoperte che continuamente si succedevano. Cos il principio dell'elettro-magnetismo, per cui andarono celebri nel 1820 Oersted, Ampre e Arago, era gi stato avvertito nel 1805 dal conte Morozzo, brigadiere dell'armata d'Italia e presidente dell'Accademia di Torino, quando not che degli spilli d'acciaio, messi a galleggiare sull'acqua, prendevano, sotto l'azione della pila, la direzione del meridiano magnetico. Fu un nipote di Volta, il professore Alessandro Volta juniore, che rilev pel primo questo fatto.
Zamboni di Verona inventa nel 1810, contemporaneamente al francese De-Luc, la pila a secco che diede per un istante l'illusione di aver trovato il moto perpetuo. Marianini di Venezia enuncia pel primo nel 1823 la legge fondamentale delle correnti elettriche che passa sotto il nome di Ohm. La stessa esperienza dell'arco voltaico che sorprese il mondo quando Davy riusc ad eseguirla nel 1813 colla colossale pila di 2000 coppie regalatagli per sottoscrizione nazionale, era stata fatta gi da Volta, insieme a Paradisi e Breislak, cogli scarsi mezzi dei quali poteva disporre.
Ma nulla avrebbe potuto pi degnamente coronare quel glorioso periodo scientifico, quanto le splendide scoperte di Melloni sull'identit del calore e della luce.
Il grande principio dell'unit delle forze fisiche che ha preoccupato anche i fisici italiani da Nobili al Padre Secchi,  un faro verso cui la scienza tiene continuamente fissi gli occhi. Dapprima appariva a cos remota distanza che pochi eletti appena lo discernevano, pur non disperando di raggiungerlo; ma a poco a poco quel faro divenne pi luminoso e pi vicino, sicch oggi esso diffonde la sua luce su tutte le scienze fisiche, e non basterebbe neppure esser cieco per non esserne abbagliati. L'antica teoria degli imponderabili, sulla quale si imperniava la scienza del secolo passato, era un ostacolo che la teoria moderna delle ondulazioni ha rimosso; alle analogie di Melloni fra luce e calore sono succedute quelle di Hertz fra elettricit e luce; cos ormai nessuno pi dubita della completa dimostrazione d'un principio, il quale, insieme a quello della conservazione dell'energia, proclama l'unit e l'indistruttibilit dell'universo, o almeno di quell'universo che noi, abitanti impercettibili della terra, che  un atomo del mondo visibile, vediamo e crediamo di conoscere.
Voi sapete che Macedonio Melloni, valendosi di quello squisito rivelatore del calore che  la pila termo-elettrica, della quale Nobili aveva moltiplicato gli effetti, dimostr che il calore oscuro si comporta esattamente come la luce. Quando noi scaldiamo un corpo, per esempio, un pezzo di ferro, le sue particelle, gi in moto, vibrano pi intensamente, tanto pi quanto pi  caldo: anzi l'azione stessa dello scaldare altro non vorrebbe dire che comunicare alle particelle un moto sempre pi intenso. Quelle vibrazioni, trasmesse ad altri corpi, li scaldano pure; trasmesse al nostro senso del tatto, ci danno l'impressione del calore; e l'intermediario per trasmetterle si suppone che sia un fluido sottile chiamato etere, del quale si immaginano riempiti gli spazi intermolecolari e tutto l'universo.
Finch il riscaldamento non  accompagnato da fenomeni luminosi, si tratta soltanto di quel calore che si chiama oscuro; ma se il corpo  suscettibile di arroventarsi, come, per esempio, il pezzo di ferro  da me supposto, allora, continuando a scaldarlo, cio continuando a eccitare un movimento sempre pi vivo delle sue molecole, esso comincia a diventar rovente, emettendo una luce, prima rossa, poi aranciata, poi bianca abbagliante. Allora non  pi il solo senso del tatto che percepisce le vibrazioni irradiate dal corpo, ma anche il senso della vista; e le percepisce, perch quelle lente vibrazioni del calore oscuro hanno eccitato altre vibrazioni pi rapide, cui l'occhio solo  sensibile. E colla luce altre vibrazioni ancora si irradiano dal corpo, che neppure l'occhio pu percepire, ma a cui sono sensibili certe sostanze, come i preparati fotografici e le materie fluorescenti.
Ora tutte queste diverse radiazioni si propagano, si riflettono sulle superfici polite e si rifrangono attraverso certi corpi, opachi per talune radiazioni e trasparenti per altre, esattamente nello stesso modo, come Melloni dimostr pel primo, dimostrando cos nello stesso tempo l'identit loro. E siccome scaldare un oggetto col calore radiante, eccitare i nervi dell'occhio che percepiscono la luce, modificare lo stato della pellicola sensibile di una lastra fotografica in guisa da lasciarvi un'immagine, non sarebbero altro che comunicazioni di un moto dell'originario pezzo di ferro irradiante, cos tutti questi fenomeni calorifici, luminosi e chimici non sarebbero che forme diverse di movimento. L'energia dei movimenti originarii si sarebbe trasformata, ma non diminuita, n estinta: che  il principio della conservazione dell'energia.
Or bene: quel primo passo verso la dimostrazione dell'unit delle forze fisiche che faceva verso il primo terzo del secolo il fisico italiano,  stato seguto da un altro quasi sessant'anni dopo, con esperienze che rimarranno celebri come quelle di Melloni.
Hertz ha provato che le oscillazioni elettromagnetiche si propagano nell'aria e nel vuoto come la luce, con velocit eguale a quella della luce, e come la luce si riflettono e si rifrangono; dunque onde elettriche e onde luminose sono probabilmente movimenti dello stesso medium, di quell'etere cosmico, cui domandiamo la spiegazione dei fenomeni che andiamo osservando, che, circondando le molecole di tutti i corpi, trasmetterebbe loro il moto ricevuto da altri corpi anche a distanze incommensurabili. Si ha anzi ragione di credere che le stesse vibrazioni luminose non sieno altro che oscillazioni elettro-magnetiche di un'enorme rapidit di alternazioni: e in questa supposizione concordano la teoria di Maxwell e gli esperimenti di Hertz e di Tesla.
Forze a distanza, come si supponevano una volta, non ce ne sono. Tutto il gran movimento della natura  l'effetto di una comunicazione di energia fra atomi contigui. E quando vediamo i fili telegrafici e telefonici trasmettere il pensiero e la parola, e altri fili portare a enormi distanze la luce, il calore e la forza, non  una volgare corrente quella che, come noi ci immaginiamo, percorre i fili:  una trasmissione di movimento da atomo ad atomo. E i fili stessi non conducono nulla dentro di s, ma non fanno che offrire una pi facile direzione a quella propagazione di moto. Tanto che si concepisce gi la speranza di far senza dei fili per trasmettere l'energia elettrica sotto qualunque forma. Non avete udito parlare di quell'italiano Marconi che a Londra avrebbe trovato il modo di telegrafare senza fili?
Gi il dalmata Nicola Tesla, studiando in America le correnti alternate ad altissima tensione e a enorme rapidit di oscillazioni,  venuto a risultati che hanno destato un profondo stupore. Correnti di tensione 10 o 20 volte maggiore di quelle capaci di ammazzare un uomo, diventano innocue, quando le alternazioni della corrente diventano centinaia di migliaia e anche di milioni, al minuto secondo. E con queste correnti Tesla  riuscito a creare dei veri ambienti elettrici, nei quali si pu non solo accendere una lampada, ma produrre delle zone e dei fasci luminosi senza un vero circuito di fili.
Le vibrazioni luminose cos prodotte non sono dunque che il risultato diretto di quelle rapidissime oscillazioni elettriche delle quali fu riempito l'ambiente.
Ma allora, se le analogie fra elettricit e luce sono cos vere come quelle scoperte da Melloni fra calore e luce, e se vibrazioni luminose e oscillazioni elettriche sono la stessa cosa, perch non si trasmetterebbe l'elettricit come il calore e la luce? Archimede ha potuto incendiare i vascelli nemici convergendovi il calore con uno specchio; anche la luce si trasmette a distanza con specchi e con lenti, come si fa nella telegrafia ottica e nei fari; perch dunque non si porterebbe pure a distanza l'elettricit con specchi e con lenti?
Questo sarebbe forse, se cos  lecito interpretare certi indizi, il segreto di Marconi.
Questi problemi entrano ora in un nuovo campo che prima era affatto inesplorato. Come arriviamo noi a produrre la luce? Noi portiamo un corpo all'incandescenza, sia facendolo combinare coll'ossigeno dell'aria, ossia bruciandolo, come facciamo colla cera, coll'olio o col gas, sia arroventandolo nell'aria o nel vuoto come si fa coi carboni delle lampade ad arco, e coi filamenti di carbone delle lampade elettriche a incandescenza. Il corpo, cos, emette contemporaneamente radiazioni calorifiche e radiazioni luminose; ma per ci la parte di energia che si manifesta come luce  la sola che si utilizza, e l'altra  perduta; e questa parte utilizzata  ben piccola, qualche volta neppure un cinque per cento dell'energia totale consumata.
Ben pi economica  la natura: le lucciole sono piccoli fari, abbastanza potenti se si considerano in relazione alle loro proporzioni: or bene, la luce di questi fari  assolutamente fredda; qui non v' nulla di sprecato.
L'ideale sarebbe dunque di produrre la luce senza essere contemporaneamente obbligati a produrre calore; cio di produrre la luce a freddo, come quella delle lucciole.
Ora  appunto questo che si spera di ottenere coll'impiego delle correnti di alta tensione e di grande frequenza di alternazioni.
In un ambiente percorso da queste correnti vi ho gi detto come si sia riuscito a produrre la luce negli esperimenti di Tesla.  ancora una luce pallida e debole come quella dei tubi di Geissler o delle lontane aurore boreali colle quali il fenomeno ha forse una stretta analogia; ma non c' ragione di credere che non si possa ottenere una luce pi viva con correnti pi potenti e pi rapide. E nessuno nemmeno pu dire che attuando in altra forma una delle bizzarre previsioni del noto romanzo di Bellamy sulla societ del secolo prossimo, l'audace schiatta umana non riesca un giorno a coprire intere regioni con strati d'aria elettrizzata nelle zone superiori dell'atmosfera, donde piova di notte una luce diffusa come la luce di un'aurora boreale o come quella che il sole ci manda in una giornata nebbiosa. E allora, colle notti illuminate a giorno, riscaldandoci col calore terrestre attinto nei pi profondi strati del suolo, secondo la fantasia di Berthelot, nutrendoci di cibi chimici, composti con sostanze minerali, che sostituirebbero i cereali e gli altri alimenti e permetterebbero di coltivare a fiori e convertire in giardini i campi gi destinati alla nostra nutrizione, cos'altro potrebbe desiderare la razza umana? Nulla; fuorch la felicit che ci sfuggir sempre, allora come adesso.
Quest'energia calorifera che complica e assorbe una cos gran parte dell'energia che noi consumiamo per produrre la luce, complica e d pure una gran perdita quando si tratta di produrre dell'energia elettrica in genere. Quando noi bruciamo del carbone per animare una macchina a vapore, e colla macchina a vapore mettiamo in moto una macchina dinamo-elettrica, e con questa produciamo una corrente che mandiamo nei fili, sia per illuminare le case e le vie, sia per muovere le carrozze di una tramvia, noi facciamo una serie di trasformazioni inutili, anzi dannose; prima di calore in forza, poi di forza in energia elettrica. Perch non si salterebbero via caldaia, macchina a vapore e dinamo, e non si produrrebbe direttamente l'energia elettrica, o la corrente, col carbone, bruciandolo, per cos dire, senza calore? Anche questo si sta tentando, e gli ultimi risultati, ottenuti soprattutto dall'americano Case con pile a carbone, sembrano legittimare le speranze concepite all'annuncio dei primi tentativi. Cos, dopo un secolo si tornerebbe puramente e semplicemente alla pila di Volta, scartando tutte le macchine intermedie, convertendo direttamente in energia elettrica l'energia ritraibile dalla combinazione del carbone della pila coll'ossigeno, per mezzo di una vera combustione senza calore. E l'apparecchio di Volta, il quale, dopo aver creato l'elettrotecnica moderna, aveva dovuto cedere il campo alla dinamo, riprenderebbe, in altra forma, l'antico dominio, diventando la migliore e pi economica sorgente dell'energia elettrica.
Ma il carbone stesso, sar esso sempre a disposizione dell'uomo come  ora? Non si esauriranno un giorno gli immensi tesori di combustibile che i cataclismi terrestri hanno nascosto sotto terra, seppellendo le antiche foreste e quelle

. . . . . . . . superbe
Trib di felci che coprian le fredde
Pomici colle foglie arabescate
E d'altezza vincean le nasciture
Quercie . . . . . .

cantate dall'Aleardi?
Noi distruggiamo spensieratamente le foreste, e altrettanto spensieratamente sfruttiamo le miniere  di carbon fossile. Ormai se ne estrae per quasi mezzo miliardo di tonnellate all'anno. Forster-Brown osservava nel 1891 che fra 50 anni i migliori giacimenti conosciuti saranno sfruttati, e il carbone comincer a scarseggiare e a rincarire. Rimangono,  vero, i giacimenti della China e di altri paesi ancora sconosciuti; ma un giorno anche queste risorse cominceranno a mancare.
Quando ho cominciato questa conferenza, che temo troverete ormai eccezionalmente lunga e noiosa, non a caso ho citato insieme i nomi di Volta e di Watt e lo sconosciuto inventore della prima ruota idraulica.
Esaurito il carbone, la macchina a vapore di Watt avr compiuto il suo ciclo e sar diventata un arnese inutile. Quale sar dunque la sorgente di energia dell'avvenire?
Pu darsi che l'avvenire ci riservi delle sorprese che ora non potremmo neppur concepire; ma oggigiorno l'unica sorgente di energia sulla quale possiamo contare  la forza dell'acqua; e lo potremo sempre, perch quando il sole cesser di mandare sulla terra energia sufficiente a sollevar l'acqua del mare in vapore, immagazzinarla nelle nubi, e precipitarla in pioggia e neve per farla tornare al mare, anche la vita, o almeno la vita come la vediamo e la comprendiamo noi ora, sar cessata. E l'unico modo che ora conosciamo, di raccogliere e distribuire a distanza questa forza dell'acqua e di servirsene per tutti gli usi della vita moderna  la trasformazione sua in quella forma d'energia la cui esistenza Volta ha svelato pel primo 97 anni sono.
Dappertutto, fuorch nelle steppe e nei deserti, la natura ci offre gratuitamente questa forza, e non  pi un sogno la possibilit di portarla a distanza, trasformandola in energia elettrica. Il Niagara travolge, al posto della celebre cascata, una forza di sei milioni di cavalli, e gi ora se ne sta utilizzando una piccola parte, che sar, a progetto compiuto, di 150 mila cavalli, cio da una met a un terzo di tutta la forza idraulica utilizzata presentemente in Italia; e mentre vi parlo, una parte di questa forza  mandata a Buffalo, a 45 chilometri di distanza.
Dappertutto, in America come in Europa e nell'Africa stessa, si vanno progettando e compiendo opere colossali per raccogliere la forza delle cadute, trasformarla in energia elettrica e portarla sui luoghi di consumo, ove si riconverte in luce, calore e forza, secondo il bisogno. In questa gara l'Italia si  affrettata a prender posto; l'impianto fatto a Tivoli presso Roma e quello che si sta facendo a Paderno presso Milano, sono fra i pi grandi che si sieno concepiti finora.
Circondata in gran parte dal mare che contiene la materia prima della forza, cio l'acqua, con quei grandi condensatori per precipitarne i vapori, che  sono le Alpi e l'Appennino, l'Italia  uno dei paesi del mondo pi ricchi di questa energia fornita dalla natura. I nostri fiumi travolgono una forza di circa 45 milioni di cavalli fra i monti e i mari Adriatico e Tirreno; e, se anche se ne utilizzasse soltanto la decima parte, si avr sempre una forza rappresentante un valore, al prezzo odierno del carbone, di 600 a 800 milioni, e pi che doppia di quella che presentemente si impiega in Italia per le industrie tutte, per le ferrovie e per la marina. Il giorno in cui l'avessimo utilizzata, si inaugurerebbe in Italia un'ra di prosperit e di primato industriale e politico del quale non potremmo neppure farci un'idea.
Vedete dunque, o Signori, quale avvenire ha preparato al nostro paese quel semplice apparecchio che Volta congegnava nell'anno 1800 nel tranquillo asilo del suo laboratorio di Como. E a questo avvenire avranno contribuito pi che tutti, dopo di lui, due altri italiani, il cui nome  scritto a caratteri d'oro nella storia delle scienze fisiche: Pacinotti, il quale costrusse a Pisa nel 1860 la prima macchina dinamo-elettrica, e non presago della straordinaria importanza della sua invenzione, si limit a pubblicarne una descrizione nel 1867, tre anni prima che Gramme lanciasse nell'industria la macchina stessa che ora porta il suo nome; e Galileo Ferraris, che nel 1885 scopre il principio del campo magnetico rotante e ne pubblica la descrizione nel 1888, mentre Tesla, pochi mesi dopo, costruisce il primo motore elettrico fondato sullo stesso principio. Pacinotti  scomparso dal campo della scienza militante e Ferraris  scomparso immaturamente dalla scena del mondo, e sulla sua tomba, schiusa da meno di due mesi, l'Italia e la scienza piangono ancora; ma permettete, o Signori, che in questo giorno in cui ho avuto l'onore di parlarvi di Volta, chiuda la mia disadorna conferenza, rendendo omaggio a questi sommi che si sono dimostrati non indegni successori dell'inventore della pila.


MUSICA E BELLE ARTI. 
CONFERENZA DI CORRADO RICCI.


Gli anni 1815 e 1831 (il primo con la caduta dell'impero napoleonico e l'ordinamento degli Stati italiani, e il secondo con la rivoluzione che, dalle Romagne, si estese per le Marche e per l'Umbria sino alle mura di Roma) possono in Italia considerarsi come limiti di un periodo politico, ma non di un periodo artistico. Certamente verso la fine di esso cominciano l'innovazione romantica e il preraffaellismo, e si svolge la prima grande fase del melodramma italiano; ma n il '15 n il '31 segnano certo l'esordio o la decadenza di nessun tipo speciale. Mentre infatti la ribellione contro il barocco e lo sviluppo del cosiddetto classicismo risalgono allo scorcio del secolo precedente, il romanticismo si produce per assai tempo ancora, sino, cio, ad oltre la met di questo secolo.
Quando dunque giunse il '15, l'arte si plasmava sulle formule classiche, calma, sicura, padrona del la morte di Gian Battista Tiepolo, l'ultimo dei grandi barocchi. Finch'ei visse, la vittoria agli apostoli del "ritorno all'antico" fu contesa.  noto che Raffaello Mengs, il primo forse e pi animoso incitatore all'ammirazione dell'arte greca, nella Corte di Madrid, datosi a lavorare in concorrenza del celebre decoratore veneziano, n'ebbe la peggio e se ne sdegn cos, che i suoi sdegni furono creduti effetto di gelosia. Ma  chiaro che, convinto delle sue rigorose e corrette affermazioni estetiche, non poteva se non ribellarsi alle splendide bizzarrie e alle sfrenatezze del rivale, e legittimamente seccarsi di vederle ancora preferite alle serie e gravi sue prove, per riattaccarsi alle grandi tradizioni dell'arte antica.
Finito il Tiepolo, e slombate e decomposte nei deboli imitatori le strane ma luminose e popolose sue visioni, la falange dei classicisti, con la critica del Winckelmann, con l'arte del Batoni, del David, dell'Appiani e d'Antonio Canova, divenne esercito poderoso, dinanzi al quale i vecchi artisti fuggirono come sgominati, gettando le armi. Pochi anni dopo, i dipinti dello stesso Tiepolo erano trascurati come quelli di un pazzo, tantoch, mentre si levavano dalle chiese infiniti quadri d'ogni tempo e d'ogni scuola, per trasportarli in Francia, i suoi erano scartati senza misericordia, con palese dileggio.



Dunque alla caduta dell'impero di Napoleone le arti procedevano sulle formule del Canova, del David e dell'Appiani; ma questi tre campioni dello stile neo-classico non lavoravano oramai pi. L'Appiani anzi moriva nel 1817, e il Canova appena cinque anni dopo. Il David,  vero, sopravvisse loro, sino alla fine del 1825, ma dagli avvenimenti politici sbalestrato lungi dal suo studio e dalla Francia, e gi presso ai settant'anni, non ebbe pi l'animo di darsi a nuove grandi opere, n pot compierne alcune delle cominciate.
Parecchi degli artisti, che succedono immediatamente, non mancano di pregi e di fama; ma nessuno pi presenta tali tratti e tali novit da costituire bell'argomento di uno studio sintetico, nel quale si possa, all'esame del genio innovatore, unir quello dei capolavori e di tutta la scuola e dello speciale tipo artistico, cos come si pu facilmente e brillantemente fare per Giotto, per Masaccio, per Leonardo, per Raffaello, per Michelangelo e per tanti altri.
Il fuoco vivo dell'arte si era ovunque oramai tramutato nella tiepida cenere dell'accademia. Non  v'erano pi giovani entusiasti che corressero a scaldarsi ed aprire la mente al calore d'un qualche artista potente, come gi nel Rinascimento; ma folle, che dovevano seguire una massima, un corso, un insegnamento rigidamente prestabilito, perocch le stesse accademie dei Caracci e le altre, sorte e fiorite fino ad oltre la met del secolo diciottesimo, furono ben diverse da quelle fondate poi, come ogni altra scuola o seminario, sotto la tutela degli Stati, con norme burocratiche rigorose e con sistemi estetici definiti. I Caracci, ad esempio, allontanavano dalla loro accademia, come gi i vecchi maestri dalle loro botteghe, quelli che non mostrassero una promettente tendenza artistica. I buoni, poi, divenuti esperti nel disegno, si spargevano nelle botteghe di quei maestri che loro maggiormente garbavano. Chi seguiva perci la cupa ed energica arte del Guercino, chi la luminosa e delicata di Guido, chi la sobria e corretta del Domenichino.
Nelle accademie del periodo pseudo-classico, come purtroppo ancora nelle odierne, la scelta, da parte degli artisti e degli scolari, fu senz'altro esclusa. I maestri dovevano iniziare all'arte quei giovani, buoni o cattivi, che lo Stato ammetteva alla scuola, mentre gli scolari, per ottenere i diplomi, dovevano seguire inevitabilmente l'insegnamento di quei maestri, buoni o cattivi, che lo Stato dava loro.
Io non dir quale e quanto numerosa schiera di  mediocrit e di anime fredde pullulasse allora nel campo della pittura e della scultura. Fatti i primi studi nelle piccole accademie patrie, su modelli di teste o piedi o mani convenzionali punteggiate a matita con noiosa pazienza sino a che la sfumatura paresse dileguare con la gradazione dell'alito; copiate tondeggianti e levigate composizioni classiche da esemplari all'acquerello, dove ogni traccia del pennello doveva esser dissimulata, concorrevano con qualche mediocre lavoro ad una pensione, ed ottenutala si recavano dove fiorivano scuole migliori, come a Firenze e a Roma. V'erano, l, discreti artisti, e soprattutto v'erano le maraviglie dell'arte passata, lo splendore della natura e il fscino di leggende e di storie immortali. Ebbene, che mandavano per saggio i pensionati? Forse qualche dipinto, in cui, dietro a una figura umanamente sentita, si vedesse un lembo delle colline o dei monumenti fiorentini, o la grandiosa solitudine della campagna romana o qualche lacero avanzo d'un tempio o d'un acquedotto? Nemmeno per sogno!
I magazzini di molte gallerie e di molti istituti di Belle Arti rigurgitano di quei saggi. Sono tutte composizioni senza spirito e senza colore, di figure solennemente atteggiate come i tragici di scuola vecchia, con fondi di monumenti disegnati o dipinti di maniera, e non variano mai dai soliti temi della Morte di Virginia o di Socrate, di Edipo cieco, del sacrificio di Polissena, di Filottete nell'isola di Nasso, di Lucio Albino che raccoglie le fuggenti vestali e simili. Per la figura, si direbbe che non un'anima di quei giovani ha letto nel pensiero di Giotto, nella gentilezza di Sandro Botticelli o del Perugino, nella forza di Luca da Cortona o di Michelangelo; pel paesaggio, si direbbe che non un occhio ha contemplato il Tevere e l'Arno, tra il declivio dei colli, e le rovine di Roma e le torri gloriose e le chiese e i palazzi.
Begl'ingegni allora non difettarono, n difett loro l'occasione di manifestarsi in grandi lavori, ma lo stile in voga e i preconcetti, che il bello emanasse pi che dal vero, dai modelli classici, li incepparono. Riattaccatisi senz'altro a forme antiche, gi concrete, gi sfruttate, furono vecchi senz'essere stati giovani; cosicch mancando dinanzi a loro uno di quei lunghi e nobili periodi di ricerca, di sforzi, di preparazione, manc inevitabilmente tra di essi uno di quegli artisti che sembrano radunare tutti gli elementi concordi sviluppatisi pel corso di talora pi secoli e pel lavoro di molte anime e di fonderli insieme come fecero Raffaello e Leonardo rispetto all'arte umbra e toscana; Tiziano e il Correggio rispetto all'arte veneziana ed emiliana.


***

A Roma, dove per lo studio delle statue antiche e per la fama della scuola, ma anche, e pi forse, per abitudine, traevano molti, fiorivano allora Luigi Agricola, Gioacchino Serrangeli, Giovanni Silvagni, Luigi Rubbio e molti altri. Portava per il vanto su tutti Vincenzo Camuccini, natovi nel 1775. Egli come concetto non si distacc dal David: ma cur anche lo studio dei maestri italiani del cinquecento e specialmente di Raffaello, con poco vantaggio del suo colorito. La fama straordinaria ch'ebbe a' suoi tempi  quasi del tutto dileguata: la facilit grande del disegno e dell'esecuzione non valse a mascherare la povert dell'ispirazione e la poca originalit dei pensieri. Per questo, forse, i ritratti di lui sono da taluno apprezzati pi delle grandi composizioni esprimenti episodi della storia romana (Orazio Coclite, Romolo e Remo, Partenza di Regolo per Cartagine, Morte di Virginia ec.) o del periodo eroico del cristianesimo. In queste si serv d'infinite reminiscenze, tolte a marmi classici ed a pittori della Rinascenza, male assimilate, e perci anche male dissimulate, tanto che Pierre Gurin diceva di lui: "S' nutrito di Raffaello e degli antichi, ma non li ha digeriti."
Questi teneva lo scettro della pittura l dove concorrevano quasi tutti i giovani d'Italia e molti dall'estero! La scultura aveva per migliori rappresentanti, che se anche si ripeteva freddamente elegante, tornita e levigata con Carlo Finelli, che poi pass a Firenze, con Cincinnato Baruzzi, che presto se ne and a Bologna, con Pompeo Marchesi e con Gaetano Monti, che poi si trasferirono a Milano, e con altri scolari del Canova, si sollevava per dall'ordinario per opera di Alberto Thorwaldsen e di Pietro Tenerani suo scolaro.
 per inutile ch'io dica che in tutti perdurava il concetto della bellezza antica, perch se anche si ponevano talora dinanzi al vero, essi o lo correggevano o lo vedevano e trasformavano sotto l'influenza della scultura classica e quasi con un sistema geometrico. Questo fenomeno che pu sulle prime sembrare assai strano, appare invece naturalissimo, quando si consideri che in tutti i secoli lo stesso vero tradotto in arte si  sempre diversamente atteggiato a seconda, dir cos, dei temperamenti o dei sentimenti del tempo. Le cifre singolari dei trecentisti non si trasformavano di fronte a un ritratto, come non si trasformavano quelle dei barocchi, i quali, anche quando erano costretti a copiare monumenti bizantini od ogivali, incurvando un po' una linea, ingrossando lievemente una modanatura, movendo con maggiore larghezza le foglie d'un capitello, finivano per fare una specie di parafrasi barocca.
I temi d'altra parte cambiavano di poco. Il Finelli si compiaceva di scolpire un Discobolo, una Venere, le Grazie, e se il Marchesi talora lasciava interrotta un'Urania, una Tersicore, per lavorare di scalpello intorno alle statue di Carlo Emanuele, del Beccaria, del Bellini, guardava come meglio si potesse ingentilire il vero e talora non resisteva a cingere d'un classico paludamento uomini moderni, come fece appunto ritraendo Wolfango Goethe.
Alberto Thorwaldsen danese venuto a Roma, di ventisei anni nel 1796, fin per rimanervi pi di quarant'anni. Nessuno era allora pi di lui fanatico sostenitore delle teorie del Mengs, del Winckelmann e del David. Gli pareva anzi che fosse perfettamente inutile e ad un tempo pericoloso cercare nella realt le leggi e i principii dell'arte, quando gi si erano concretati nella statuaria greca dalla quale conveniva derivarli. - Come mai con tali idee gli riusc d'avvantaggiarsi sui contemporanei?
Procedendo nella riflessione e nello studio s'accorse che le forme classiche passate per lo spirito dei canoviani erano divenute fiacche, meschine, si erano immiserite nella pretesa di una leggiadria ottenuta a tutto scapito della gravit. Questa sola  giusta preoccupazione valse a migliorare la sua scultura. In conclusione, avendo fatta bene la diagnosi, gli fu abbastanza agevole di procedere alla cura e di restituire all'ammalata una certa salute.
D'allora, anche modellando figure come Amore e Psiche, Ganimede, Adone, Ebe, seppe evitare l'effeminatezza e la mollezza, e dare alla giovent una pi vigorosa e valida espressione. Col Giasone e col grande bassorilievo del Trionfo d'Alessandro pot ottenere una maggiore larghezza, come pot evitare ogni oscurit e ogni esagerazione simbolica ed allegorica nella Notte che porta sulle braccia la Morte e il Sonno in sembianza di due bambini. Un eminente francese scrisse di lui: "Egli ha subto nella concezione della bellezza l'influenza del Winckelmann, al pari del Canova che rivest pure d'una grazia tutta moderna la forma antica che effemin.... Thorwaldsen ha studiato profondamente l'antico, se n' imbevuto, ha veduto la natura con gli occhi d'uno scolaro di Fidia: semplificandola, spogliandola dei particolari inutili, conducendola verso un bello ideale. Come un greco del buon tempo antico, egli evita i gesti violenti, le espressioni sforzate, tutto ci che pu danneggiare l'armoniosa severit della linea. Il suo Mercurio che si prepara ad uccidere Argo  un capolavoro che pu sopportare il confronto delle pi belle statue greche. Nella sua Venere c' in qualche modo presentita la nobile e vittoriosa bellezza della Venere di Milo. Thorwaldsen era un classico puro, e non si potr mai trovare in lui il romantico. Eccelleva nel bassorilievo, che richiedeva tanto equilibrio di ponderazione e di sapienti sacrifici. Il suo fregio trionfale d'Alessandro  una delle pi belle cose che la scultura abbia prodotto dai secoli di Pericle, e potrebbe incastrarsi nel frontone d'un tempio greco. La Notte che regge la Morte e il Sonno  una composizione che non si cessa mai d'ammirare. Le tre Grazie hanno un'ingenuit pudica, cui gli antichi avrebbero applaudito." Cos Teofilo Gauthier, il quale, senza dubbio, oggi di fronte ai nuovi e pi gravi problemi imposti all'arte, sarebbe pi temperato nella lode. Questo  certo per che il Thorwaldsen  il solo artista del periodo neo-classico che possa competere col Canova, col Canova, bene inteso, ligio alla tradizione antica, poich nei pochi momenti in ch'egli ard di chiedere ispirazione e forma al vero, assurse ad un'altezza difficilmente raggiungibile, come nella statua di papa Rezzonico.
Il Gauthier si limita con ragione a ricordare le opere del Thorwaldsen ancora giovine. I successi e le ordinazioni gli fecero perdere pi tardi la prima serenit. Non scegliendo pi spontaneamente i temi, ma eseguendo quelli che gli erano commessi, cess dal trattare quanto conveniva meglio al suo sentimento,  al suo genio. Inoltre, operando in fretta, abbandon lavori d'un'esecuzione molto superficiale pur di riempire di statue, di busti, di rilievi, mezza Europa.
Molti giovani, specialmente in quel periodo in cui, per corrispondere a tutte le ricerche, aveva bisogno di aiuto, appresero sotto di lui; ma non emerse veramente che Pietro Tenerani, al quale, il Thorwaldsen, partendo da Roma, lasci un indiscutibile primato sugli altri scultori. Il Tenerani ingegnoso, accurato nelle forme, e devoto pur sempre agl'insegnamenti de' suoi grandi maestri (aveva studiato un poco anche sotto il Canova) ebbe una certa versatilit, rispetto agli argomenti, che gli valse di poter mantenersi in un posto considerevole anche quando l'arte accenn a prendere un'altra strada. Dalle Psichi, dalle Veneri, dai Cupidi seppe alzarsi a un certo sentimento col suo Crocifisso e con la Deposizione e ad una certa solennit nei monumenti del Conte Orloff e di Ferdinando secondo in Napoli e di Ferdinando terzo in Pisa.
Dir infine che si fermarono in Roma Giuseppe Fabris, che acquist rinomanza col Milone da Crotone assalito dal leone, e Camillo Pacetti, che, per consiglio del Canova, fu poi chiamato a dirigere la scuola di scultura a Milano.


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Nella scuola pittorica fiorentina, allora in fama d'una grande correzione di disegno, primeggiavano (sopra una notevole schiera di minori) Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli; il primo nato ad Arezzo nel 1769 e il secondo, tre anni dopo, a Firenze.
Il Benvenuti abile, coscienzioso, corretto disegnatore e talvolta efficace coloritore, fu, fino da' suoi tempi, giudicato un artista freddo, ossia di poco sentimento. Certo anche agl'intendenti d'allora l'individualit sua, si palesava pi pel metodo e per la tecnica, che per l'anima. I suoi nudi hanno forme distinte, ma sistematicamente tracciate e squadrate. Le sue composizioni sono abbondanti e chiare ad un tempo, ma poco originali. Lavor moltissimo, dipinse ritratti, grandi quadri d'altare e vasti affreschi, questi ultimi con una speciale compiacenza, come ne fanno fede quelli della Sala d'Ercole nel Palazzo Pitti e la cupola della Cappella Medicea in San Lorenzo, dove, operando per sette anni continui, espresse otto soggetti dei due Testamenti.
Molti perci lo dissero il maggiore fra i pittori toscani del suo tempo, ma molti ancora gli tolsero tale vanto per darlo al Sabatelli. "Abbiamo la ferma convinzione - scriveva il Rovani - avvalorata dal giudizio de' pi esperti e dei pi appassionati, ch'egli pi di tutti i nominati abbia sortito originale e potente l'ingegno dell'arte." Era infatti, il Sabatelli, una natura focosa, rivelatasi con un entusiasmo non comune a Roma, dove, giovanissimo ancora, sbalordiva per la rapidit onde produceva popolosi disegni. Di l pass a Venezia spintovi dal suo benefattore Pier Roberto Capponi, intimorito che l'influenza della plastica di Roma spegnesse in lui l'ardimento del colore. Tornato in Toscana, fu tosto sopraccaricato di lavoro e, com' naturale, messo a confronto del Benvenuti. Nel Duomo d'Arezzo, alla grande Giuditta di quest'ultimo s'oppose la sua Abigaille che cerca di stornare l'ira di Davide dall'improvvido Naballo, e parve ad alcuni che "risultasse quanto fosse pi spontanea la facolt inventiva del Sabatelli e pi energico il disegno e pi vera l'espressione e meno convenzionale la composizione geniale del quadro; laddove il quadro del Benvenuti, di gran lunga meno fecondo, riuscisse, pi che una composizione di getto, una combinazione compassata ed artificiale di figure prese da ogni dove e costrette poi dall'artista a rendere un'espressione diversa da quella a cui erano state atteggiate dagli artefici che le avevano primamente trovate." Forse in queste parole del critico lombardo  l'esagerazione che inevitabilmente accompagna la polemica. Per quanto il Sabatelli s'avvantaggiasse per ispontaneit sul Benvenuti, non riusc nullameno a svincolarsi dal convenzionale, e n' testimonio il grande affresco dell'Olimpo che orna una vlta del Palazzo Pitti, in cui il manierismo si palesa, su per gi, come negli altri lavori dei contemporanei. Questo  sicuro per, che la ricca fantasia e la perizia di disegnatore, gli valsero d'essere ammirato e lodato anche quando l'arte, indirizzata diversamente, rese malvisi i pittori pseudo-classici.
Il Sabatelli visse pure a lungo in Milano e v'insegn nell'Accademia di Brera. Ma l, col Rossi, con lo Zanoia, col Palagi, col Pacetti l'arte pittorica non batteva diversa strada, come non la batteva a Venezia col Matteini, col Fabris, col Lipparini; a Torino col vecchio Biscarra; con Gaspare Landi a Piacenza; col Martini e col Borghesi a Parma; con lo Zatti a Modena; col Calvi e coi Basoli in Bologna, una delle citt allora pi decadute di tutta Italia: n ( ovvio dire) procedevano diversamente gli scultori, tenaci a ripetere senz'altro e a indebolire e a rendere sempre pi glaciali le formule del Canova.
Migliore indirizzo tenevano soltanto le scuole d'incisione con Giuseppe Longhi a Milano, con Paolo Toschi a Parma, col Rosaspina a Bologna, col Morghen a Firenze; ma per essere costrette a riprodurre, oltre che opere del periodo neo-classico, anche i capolavori delle nostre Gallerie, si trattenevano spesso nella contemplazione di pitture e sculture del Rinascimento, dalle quali potevano attingere ad ora ad ora energia e vitalit, virt in genere mancanti all'architettura, che da parte sua si svolse parimenti nell'imitazione delle forme e delle proporzioni greche e romane. Ad ogni modo, seppero pure da quell'imitazione trarre lavori corretti ed eleganti il Vanvitelli, il Carasale, il Patern-Castello, l'Antolini, il Calderari, il Visentini, il Temanza e diversi altri. Ma, perch il lungo tema mi spinge,
Io non posso ritrar di tutti appieno.

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La buona tranquillit di tanti artisti, sostenuti da un pubblico che nulla di nuovo pareva pi esigere, e delle accademie, intese a dar forma allo spirito dei giovani, dentro lo stampo di idee fissate e pietrificate, non tard ad esser turbata. Qua e l s'intravvedevano e spuntavano i germi di nuove vegetazioni, non tutte egualmente belle, ma che non avrebbero tardato a togliere alimento alle vecchie piante.
Il primo grido di guerra, riguardo alla scultura, che turb le anime timorate, in Firenze, fu lanciato da Lorenzo Bartolini.
A lui nato in un piccolo paese, figlio d'un fabbro-ferraio, cresciuto in conflitto col padre brutale, consacratosi all'arte per indomabile passione, nullostante le pi feroci ostilit de' suoi e del caso, spintosi arditamente fino a Parigi, quando v'imperava il David, a lui che presto sapeva affrancarsi dallo stile del maestro, a lui tenace per temperamento ed afforzato dalle avversit, spettava d'ingaggiar battaglia.
Tornato in Italia dopo il rovescio della fortuna di Napoleone, e stabilitosi a Carrara, vi sollev tali ire con la sua rude fermezza, e si mise in cos aperto conflitto con gli altri artisti, i quali per lui si vedevano abbandonati dai giovani discepoli, che non s'attese pi che un pretesto d'indole politica, perch gli s'insorgesse e gli si eccitasse contro la plebaglia. Scampato per miracolo, ripar e si stabil a Firenze. Altre umiliazioni inevitabilmente l'attendevano ivi, prima fra le quali, per un carattere come il suo, l'indifferenza, spinta a tanto che per vivere dovette rimettersi a lavorare in alabastro, egli che a Parigi aveva fatto per la colonna Vendme il bassorilievo della battaglia di Austerlitz!
Non era il Bartolini l'uomo, n l'arte sua tale da perire nell'oblo. Ben presto, infatti, al silenzio  geloso degli scultori che lo temevano, si oppose la palese ammirazione degli spregiudicati, dei liberi, e la numerosa fede dei giovani. Le commissioni s'accrebbero, e s'accrebbe quindi il numero e l'importanza delle opere, cui, per lo spazio, non posso nemmeno accennare.
Questo basti dire: ch'egli dal culto delle formule classiche pass a quella della realt e, coi lavori, e anche, e pi forse, con l'ardore polemico insegn una nuova strada agli artisti italiani. Morto Stefano Ricci, altro freddo canoviano, il Bartolini gli successe nell'insegnamento all'Accademia di Belle Arti. Fu allora che, sovreccitato dalle critiche degli avversari, diede per tema agli scolari Esopo meditante le favole ed introdusse nella scuola, per modello, un gobbo. L'insulto parve soverchio, e gli accademici, pi legati al convenzionalismo e alla tradizione, levarono il campo a rumore. Forse egli eccedette "per impeto di reazione"; ma per rizzare una pianta curva da una parte conviene torcerla dall'opposta, e si difese rispondendo per le stampe e lanciando l'ardito assioma: "In natura ogni cosa ha le sue bellezze, relativamente al soggetto che devesi trattare; chiunque  capace d'imitare completamente la natura, sa tutto quello che un artista deve sapere."
Ribelle al titolo di professore e soddisfatto a quello di maestro, insegnante nell'Accademia allo scopo di abbattere gli accademici, non ebbe rispetto n pei colleghi n per gli amici. Un altro insigne artista, Giovanni Dupr, ne lasci questo ritratto: "Era uomo sdegnoso e spregiudicato, chiamava le cose col suo vero nome e dava dell'asino a chi gli pareva tale, fosse anche stato un senatore o un ministro. Sapeva di essere un grande scultore, e amava che si credesse da tutti; motteggiava sovente, e al frizzo sacrificava non rare volte fin la decenza; liberale e caritatevole, geloso del decoro e dell'educazione della sua famiglia.... Come scultore fu grandissimo; pi del precetto giov il suo esempio; ristor la scuola ritornandola ai suoi principii del vero; ebbe nemici molti e assiduamente molesti, che non si curava di placare; stuzzicato volgeasi a dritta e a sinistra, sferzando spietatamente e ridendo."
Mentre poi il rumore delle discussioni, sollevate dal Bartolini intorno alla scultura, si diffondeva per tutta Italia; contro la pittura classica che a sua volta, cominciava a stancare, sorgeva il romanticismo. Dapprima si manifest modestamente alterando qualche profilo o infrangendo qualche regola secondaria. Poi s'estese al tipo fisionomico, poi alla composizione e quindi agli argomenti, al costume, al colorito, al sentimento. Quegli per che in Italia sembr segnare la divisione fu l'Hayez. Poco avanti il Cornelius e l'Overbeck, in Roma, avevano cominciato ad eccitare i giovani all'ammirazione dei pittori preraffaelleschi, il primo consigliando l'arte tedesca e specialmente quella del Drer; l'altro la pittura italiana. Ambedue si accordavano per a lottare contro la pittura pseudo-classica delle Accademie. Ma perch il moto iniziato dai due illustri pittori tedeschi e dall'Hayez ha il suo vero sviluppo dopo il 1825, cos diventa argomento di studio per chi tratti la storia dell'arte nel secondo trentennio di questo secolo.
Certo  questo: che quando il '31 apparve, anche la pittura accennava gi a trasformarsi completamente.

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Ma se nessun reciso limite di forma s'ebbe tra l'aprirsi e il chiudersi del periodo, un fatto nullameno grande nella storia dell'arte nostra, un avvenimento dei pi ridenti, dei pi felici dobbiamo registrare al 1815, la restituzione, in seguito al trattato di quell'anno, di quasi tutti i capolavori che i Francesi in due riprese, nel 1796 e nel 1803, avevano trasferito a Parigi per arricchirne i loro grandi musei. Quanto il patto nel suo complesso  noto, altrettanto  sconosciuto ne' suoi curiosi particolari:  perch nessuno ancora ne raccolse la singolare cronaca.
Non si sa l'avvilimento delle citt, che si vedevano spogliate dei loro tesori, del loro orgoglio, della loro gloria; ma si conoscono le voci d'angoscia degli artisti, le adunanze, le proteste dei magistrati; lo sdegno onde si guardarono persone italiane aiutare, come traditori, gli stranieri nella scelta e nel trasporto delle infinite casse. Abbiamo trovate lettere di artisti, cos piene di dolore, da commovere ancora. Il povero Rosaspina scriveva all'abate Mazza: "Pur troppo m'ero sentito minacciare la fatalissima perdita. Io mi trovo a tal segno smarrito, che non trovo n il sonno, n la volont di mangiare.... Che rovina per me, che rovescia il corso preparato alla mia vita."
Ma se l'angoscia e il rimpianto esteriori, sembrano poco pi tardi assopirsi nella vicenda dei grandi avvenimenti europei, nulla dalle anime si tolse, come ricordo, come speranza. E, caduto Napoleone, chi primo pens a rivendicare all'Italia la restituzione di tanti capolavori, fu Antonio Canova, compiendo un'opera patriottica, non inferiore alla grande sua opera artistica.
Il ritorno dei dipinti  d'una poetica giocondit. Temendosi che altre vicende potessero inframettersi, furono ridati verso la fine stessa del 1815, al declinare dell'autunno. Le citt dell'Emilia non si  rassegnarono ad attendere la primavera, e mandarono artisti ed operai a riscattare il proprio, alcune fino a Parigi, altre fino a Milano. I fatti incalzavano e si temevano sempre nuove sorprese.
N s'indugi l. Sui primi di gennaio una lunga fila di carri, tirati da buoi, partiva da Milano verso Bologna, sollecitando quant'era possibile il cammino. Solo quando raggiunsero la larga via romana di Marco Emilio Lepido, si credettero sicuri. Le campane di Piacenza salutarono il ritorno, e i sacerdoti trassero a benedire, non preoccupati se insieme alle Madonne, alle Maddalene, ai Santi tornavano anche le superbe nudit delle Veneri e degli Adoni. L'arrivo era troppo felice, perch si potesse lesinar negli osanna! Ma una nube sembr a un tratto velare la lietezza del popolo piacentino.
Come le madri, che veggono tornare dalla guerra i figli d'altre donne, ma non pi i loro propri, si rattristano colpite da nuova ambascia, cos i Piacentini sospirarono pensando alla Madonna di San Sisto, la pi bella di Raffaello, la pi soave del mondo, venduta dai monaci all'Elettore di Sassonia. Essa non tornava pi!
I carri intanto procedono. Lungo la strada, i contadini escono dai casolari. Le donne, come sanno che il carico  di imagini sacre, s'inginocchiano lungo la via.
Presso Borgo San Donnino comincia a nevicare. Gli operai, i facchini, i contadini stendono sui carri i loro mantelli, perch l'umidit e il freddo non scendano a irrigidire le belle membra delle divine creature.
Anche a Parma tutte le campane suonano a distesa e salutano i capolavori del Correggio, reduci dal lungo esilio. L'emozione, allo scoprimento delle casse, stringe l'anima; ma ad un tratto scoppiano voci di meraviglia. A Pietro de Lama sembra che gli angeli ridano pi lietamente, e che la divina Maddalena, nella gioia del ritorno, splenda di maggiore bellezza.
Ma il viaggio non  compiuto per tutti i quadri. Uguali successi, uguale tripudio si hanno a Reggio, a Modena, dove punge il ricordo dei cento dipinti ceduti per danaro da Francesco terzo Estense ad Augusto di Sassonia.
Giunsero infine a Bologna, dove i cultori d'arte e i letterati s'affaccendano nervosi nell'attesa. Molte opere si aspettano, ma il cuore di tutti palpita per la Santa Cecilia di Raffaello. All'arrivo il giubilo suggerisce le arguzie. La Santa si scopre: alcuni, commossi, mostrano gli occhi ridenti nelle lagrime: altri motteggiano compiacendosi che non abbia perduto nella lunga via le canne dell'organo che le pende di mano.
Cos anche altrove. Solo la Romagna, nella torbida politica dei Legati e dei cospiratori, non s'occupa  dei lavori perduti e li abbandona a Milano, dove anc'oggi si trovano. Non  nelle anime agitate dall'intrigo che germoglia il fiore dell'arte!

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Ed ora un cenno fugace intorno alla musica e al fortunato e brillante melodramma italiano, srto proprio allora.
Nella seconda met del secolo diciottesimo, mentre gl'Italiani procedevano adagio adagio, se pure procedevano, con mille musicisti, la Germania con soli due uomini, il Gluck e il Mozart, ci fu innanzi. Un passo ancora, e il Beethoven, movendo appunto dal Mozart, raggiunger la cima dell'Olimpo musicale.
Dapprima per anche il Mozart segu la scuola napoletana, ma con la scorta del Bach, dell'Hndel, del Gluck e dell'Haydn s'avanz rapidamente per correre il proprio cammino col Matrimonio di Figaro, col Don Giovanni e col Flauto Magico. Egli quindi modific sostanzialmente il melodramma italiano e contribu col Gluck a ristorare il tedesco.
Il Weber pure muove dal Mozart, la musica del quale induce all'imitazione anche il Par, che ne d segni indubbi nei lavori che compie per Praga e per Dresda.
Il Par resta per ultimo della vecchia scuola a spadroneggiare nel campo presso che deserto, essendo il Cimarosa gi morto e il Paisiello gi vecchio.
Fu allora che apparve sulla scena italiana un'opera intitolata Tancredi, d'un giovine di ventun anni che si chiamava Gioacchino Rossini, rinfrancatosi a sua volta nella musica del Mozart, del Mayer, poi in quella del Beethoven.
Con lui s'inizia e si fonda la grande scuola melodrammatica italiana, che sollev Vincenzo Bellini e il Donizetti sopra la falange dei minori come Mercadante, Pacini, Lauro Rossi, Luigi Ricci, Pietro Raimondi, ec.
A molto di ci che il Mayer aveva accennato riguardo alla decadenza della musica a' suoi tempi, ossia alla trivialit o monotonia delle cantilene, alla seccaggine delle cadenze, alle sonate di gola, alla profusione inconcludente dei gorgheggi che distruggono ogni nobilt melodica, ogni idea di ritmo, allo strazio della prosodia, il Rossini non riusc certo a porre totalmente argine, ma col Guglielmo Tell afferm e ferm un glorioso risveglio, che ingenuamente si vorrebbe da taluni attribuire al mediocre Zingarelli.
Il Guglielmo Tell  stato chiamato benissimo un capolavoro di pace e di serenit, come Il Barbier di Siviglia lo  di arguzia e di vita. Nel Guglielmo Tell sono solenni gli uomini e le cose. "Per l'elevatezza e la grandiosit - cos il Bellaigue - questa musica  ben quella delle montagne; quella dei laghi per la freschezza e la purezza. I misteri delle foreste sono in essa, splendente come il giorno, dolce come la notte. Gli eroi che ha cantato sono morti, l'erba del Ruth non ha conservate le tracce dei loro passi, n le acque il solco dei loro remi; ma la natura che ha cantato e che rimane, non cesser mai d'unire alla sua eterna bellezza, la bellezza del capolavoro dove si specchia e si riconosce."
Nel Rossini trionf ci che appunto mancava agli scultori e ai pittori del tempo: la spontaneit, il genio. "Per divenire immortale egli non fece che nascere." Non  un eroe poderoso e conquistatore nell'indomabile volont come il Bach, come il Beethoven, come il Wagner; ma una schietta natura, che cantando risponde ad un bisogno innato.
Egli passa, scrivendo musica, da citt in citt; quando gli mancano tre o quattro mesi alla consegna di un'opera, trascorre in ozio i primi e si riduce all'ultimo, e la compie senza stento. Lavora negli alberghi rumorosi, nelle vetture, durante i lunghi viaggi; di primavera al sole, d'inverno a letto, e se una pagina gli cade a terra, preferisce ricominciarla, che discendere per raccoglierla. Egli non si preoccupa d'evitare l'arte vecchia, come di tentarne una nuova. Canta perch lo spirito gli canta nel cuore e nella mente.
Vincenzo Bellini, anima melodica per eccellenza, fu spesso assorto nella musa beethoveniana e ne lasci tracce evidenti nelle sue opere. Egli ebbe pi senso di modernit, che non abbiano oggi tanti maestri, nonostante la riforma gloriosa di Riccardo Wagner. Con l'arte sua, parallela quasi allo scoppietto e allo scintillo rossiniano, si fa strada il romanticismo malinconico e dolente, che aveva gi trovata qualche nota nel Paisiello e che nel gentilissimo Bellini doveva pienamente emergere.
Per l'opera del Bellini non  riformatrice come quella del Rossini.
Il Meyerbeer, altro poderoso ingegno teatrale, risent poi l'influenza del Pesarese. Presso il dispotico Metternich era in favore il melodramma italiano, cosicch l'opera del maestro di Berlino fu accolta con freddezza. Si dice che il Salieri, pur valutando a dovere i meriti del futuro autore degli Ugonotti, notasse che gli mancava una vera conoscenza della voce umana, e lo consigliasse a venire in Italia. Il Meyerbeer era contrario al melodramma italiano, quale si presentava in Vienna con le opere del Pavesi, del Niccolini e del Broschi. Nullameno decise di visitare la nostra Penisola. A Venezia sent prima il Tancredi e ne rest ammirato tanto, che sotto la sua influenza scrisse Romilda e Costanza per la Tivaroni. Rimase in seguito molto in Italia e tenne dietro con attenzione ai prodotti rossiniani. Il Weber non grad molto questo apparente traviamento del Meyerbeer, cui invece provenne l'utile di fondere buone qualit italiane e germaniche.
Ai trionfi teatrali di questi tre grandi, s'unirono presto quelli del Donizetti, il quale, a sua volta, ebbe due maniere: la prima basata sul tipo rossiniano, la seconda dominata dalla stessa sua indole sommamente melodica. La parte istrumentale delle sue opere non fu per originale; non riusc quasi mai a levarsi dalla fisonomia peculiare alle orchestre del Rossini e del Bellini.
Il Rossini, compiuto nel 1829 il Guglielmo Tell, depose risolutamente la penna d'operista senza che altre lusinghe di gloria e di ricchezza (delle quali gi abbondava) pi lo rimovessero dal suo proposito. Due anni dopo, e precisamente nel '31, si rappresentarono, per la prima volta, La Sonnambula e la Norma, le due pi soavi produzioni del genio italiano. Ma il Bellini moriva il 24 settembre del 1835, e il giorno preciso del primo anniversario dalla sua morte, a soli ventott'anni, si spegneva la divina Maria Felicita Malibran, maggiore interprete di quei lavori. Il cielo dunque
Silenzio pose a quelle dolci lire,
E fece quetar le sante corde.
Ma proprio negli stessi anni tentava i primi passi la ricca musa verdiana e, a Lipsia, un giovane compositore scriveva le prime pagine di una musica, animata dal fuoco della rivoluzione, che nel campo dell'arte non sarebbe stata da meno della rivoluzione politica nella vita del paese.

INDICE
E. PANZACCHI. - Il Romanticismo.
R. BONFADINI. - Alessandro Manzoni.
M. SERAO. - L'Italia di Stendhal.
G. COLOMBO. - Volta e le scoperte scientifiche.
C. RICCI. - Musica e Belle Arti.
NOTE.
(1) I promotori furono: Guido Biagi, G. O. Corazzini, Tommaso Corsini, Francesco Gioli, Diego Martelli, Carlo Placci, Arnaldo Pozzolini, Piero Strozzi, Pasquale Villari.
(2) Erano presenti le LL. AA. RR. il Principe e la Principessa di Napoli.
(3) Cito una volta per tutte alcune opere delle quali mi son largamente servito: vari scritti di Ferdinando Martini, raccolti nel volume Di palo in frasca (Modena, Sarasino) e la bella prefazione di lui alle Commedie dell'Anonimo Fiorentino (Vincenzo Martini) edite dai Succ. Le Monnier; i Ricordi del Capponi, la biografia del Capponi medesimo dettata da Marco Tabarrini; le Storie di Enrico Poggi e dello Zobi e i Misteri di Polizia di Emilio Del Cerro. Molte preziose notizie sulla Societ fiorentina, oltre a quelle trovate nelle filze dell'Archivio del Buongoverno, debbo all'amichevole cortesia del marchese Pierfilippo Covoni.
(4) Con questa lettura, si chiuse la serie annuale.
(5) Alcune furono omesse nella lettura.
(6) Traduzione del mio caro amico e collega, grecista illustre e filelleno nobilissimo, prof. Giovanni Canna dell'Universit di Pavia.
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FINE.